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Valeria Rossi: “Con ‘Tre parole’ comprai casa ai miei genitori. Da ragazzina fui abusata, ma solo scrivendo ho trovato la forza di parlarne”

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IL MEGLIO DEL 2024 / La cantautrice che nel 2001 è diventata famosa cantando “sole cuore amore” si racconta. Dalla nascita a Tripoli alla giovinezza passata a Roma. Gli studi, il successo improvviso, l’impiego all’anagrafe e i progetti legati alla bioenergetica. Con l’obiettivo di aiutare chi ha più bisogno
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Valeria Rossi, classe 1969 “per un periodo ho dovuto dichiarare 1973, i discografici mi volevano più giovane”, nasce a Tripoli e cresce a Roma. Scrittrice, cantante e antropologa: nel 2001 ha un successo enorme con “Tre parole”, canzone con cui vince il Festivalbar da perfetta sconosciuta e vende 200 mila copie conquistando un triplo Disco d’oro. Poi ci sono un laurea e mezzo “una in Antropologia, per quella in Giurisprudenza mancano le due procedure” e una parentesi all’ufficio anagrafe di un paesino della Brianza. Oggi vive a Monza con il marito e il figlio ed è impegnata in vari progetti legati alla bioenergetica.

Valeria Rossi, come sta?

"Sono tornata da poco dalle vacanze. Un viaggio nella costa laziale, un posto del mio passato, dove ho riannodato alcuni fili dentro di me. Ci voleva”.

Una vacanza con “sole cuore e amore”?

“No dai, non cominciamo subito così (ride). E comunque qualcuno mi ha fermato chiedendomi di “Tre parole”.

Capiterà spesso.

“Sì capita, magari meno di un tempo…

Valeria Rossi, classe 1969 “per un periodo ho dovuto dichiarare 1973, i discografici mi volevano più giovane”, nasce a Tripoli e cresce a Roma. Scrittrice, cantante e antropologa: nel 2001 ha un successo enorme con “Tre parole”, canzone con cui vince il Festivalbar da perfetta sconosciuta e vende 200 mila copie conquistando un triplo Disco d’oro. Poi ci sono un laurea e mezzo “una in Antropologia, per quella in Giurisprudenza mancano le due procedure” e una parentesi all’ufficio anagrafe di un paesino della Brianza. Oggi vive a Monza con il marito e il figlio ed è impegnata in vari progetti legati alla bioenergetica.

Valeria Rossi, come sta?

"Sono tornata da poco dalle vacanze. Un viaggio nella costa laziale, un posto del mio passato, dove ho riannodato alcuni fili dentro di me. Ci voleva”.

Una vacanza con “sole cuore e amore”?

“No dai, non cominciamo subito così (ride). E comunque qualcuno mi ha fermato chiedendomi di “Tre parole”.

Capiterà spesso.

“Sì capita, magari meno di un tempo, ma capita”.

La infastidisce essere ricordata per quella canzone da record?

“Ma no. È stato un momento importante della mia vita. Anche se talvolta penso sia stato un incidente di percorso vedendo quello che poi ho fatto”.

Facciamo un passo indietro. Nasce a Tripoli e quando ha solo un anno la sua famiglia si trasferisce a Roma. Come mai?

“Non ci siamo trasferiti, siamo dovuti scappare dopo che Gheddafi ci aveva espropriato di ogni bene”.

Perché eravate a Tripoli?

“Entrambe le famiglie erano in Libia da generazioni. Quella di mia madre era arrivata ai tempi del colonialismo, mentre quella di mio padre fin dalla prima metà dell’Ottocento quando un console Rossi era stato mandato dal Granducato di Toscana”.

L’arrivo in Italia non è stato facile.

“Siamo passati da essere una famiglia borghese a non avere più nulla. Mio padre Giuseppe aveva un’azienda di import-export e ha dovuto ricominciare da capo. Mia madre Clara riuscì a trovare un impiego al Cnr dopo aver vinto un concorso. Abitavamo in affitto a Mentana, a 30 chilometri da Roma”.

Come è stata la sua giovinezza?

“Mia madre aveva il trauma della cacciata e io di conseguenza. Da figlia, la più piccola, l’ho sentita molto. Diciamo che non ho avuto una vita comoda. Ero una adolescente molto solitaria e chiusa in me stessa. In quei momenti è uscita una forte determinazione che poi mi ha sempre aiutata”.

In un libro, ne ha scritti ben tre, ha accennato a una vicenda molto dolorosa. Le va di parlarne?

“Guardi, non è semplice anche se i tempi sono molto cambiati rispetto a quando è successo. Da ragazzina, avevo appena 10 anni, sono stata abusata. Si tratta di una storia molto accidentata e dolorosa nella mia crescita. Ho deciso di parlarne per la prima volta in questo libro, “Come un cane bianco”, proprio perché avevo bisogno di mettere questa vicenda in un contenitore e non parlarne così a secco. Perché situazioni come queste ti espongono e non è che si tirano fuori così, come se si fosse al mercato. Nel libro mi sentivo più protetta”.

Oggi c’è una sensibilità diversa. Il movimento MeToo insegna che se ne può parlare anche molti anni dopo.

“Questo è verissimo. Anche perché ero piccola ed è stata una cosa reiterata negli anni. Ma oltre all’abuso in sé, un altro dramma per me è stato non avere sponde. Perché adesso ne stiamo parlando ed è importante farlo. Ma prima non bisognava parlarne, nemmeno in famiglia. E in una situazione in cui non capisci bene cosa sta succedendo e senti che c’è qualcosa che non va, ecco, ti senti abbandonata. Anche perché è successo in un ambiente che in teoria doveva essermi vicino, che doveva proteggermi. Per questo oggi tra i miei impegni c’è quello di aiutare e stare vicina a giovani donne vittime di abusi e maltrattamenti. Ma andiamo avanti”.

In quel periodo così difficile e duro, la musica comincia a darle un po’ di sollievo.

“Oltre alla grande determinazione di cui dicevo, ho trovato conforto nei vinili dei miei due fratelli maggiori. Ascoltavo molto i Queen. E anche nella lingua inglese, infatti ho fatto il liceo linguistico”.

Che studentessa era?

“Non mi perdevo una manifestazione. In quel periodo inizia un impegno civile e sociale, convintamente a sinistra, che non mi abbandonerà più. Poi mi sono iscritta a Giurisprudenza e sono andata a vivere da sola”.

Voleva fare l’avvocato?

“Diciamo che sono sempre stata attratta dal diritto e dalla norma. Nel corso della mia vita c’è stata prima la norma giuridica, poi la norma sociale e infine quella interna. All’epoca facevo anche un mucchio di lavoretti per mantenermi e in parallelo cominciavo a scrivere. Poesie, racconti, canzoni. Mi piaceva molto scrivere. Quando ho capito che la strada era quella della musica, sono riuscita a vincere il concorso per il primo corso della scuola di Mogol”.

Nel 1995 arriva il primo contratto discografico.

“Con la Sony. Loro però non mi consideravano solo autrice ma mi volevano anche come interprete. E con la prima canzone, che sarà poi quella spartiacque per la mia carriera, arriva la Bmg che mi fa firmare nel 2000”.

Tre anni prima poteva diventare il jingle di una pubblicità.

“Esatto, quella delle patatine Fonzies. Per fortuna non è stata presa. La mia vita è un po’ così: quando si chiudono le porte si aprono i portoni. “Tre parole” doveva anche partecipare a Sanremo Giovani del 2001 ma venne bocciata”.

All’inizio il testo era un po’ diverso, più crepuscolare.

“Sì, doveva fare: “Sono il guaritore, sono il tuo dolore. Sono la notte che deve passare”. La prima ispirazione arrivava da una esperienza sentimentale di quel periodo. Ma come tutte le cose poi si trasforma. E in quel caso c’è stato un bel lavoro di gruppo”.

La canzone esce in primavera e fa subito il botto. Addirittura vince il Festivalbar.

“Ricordo ancora l’esordio a Taormina con 20 mila persone. Pensi che l’organizzatore non inserì nemmeno il pezzo nel cd ufficiale perché mi considerava una sconosciuta. Insomma, la vincitrice nell’album del 2001 non c’è”.

Tutti la cercano, la vogliono, la fermano per strada. Come ha reagito?

“Mentre tutto questo succedeva, io man mano mi estraniavo con la mente. Pareva di vivere in una bolla. In verità la pecca più grande di quel momento è stata la velocità”.

Perché?

“Ma perché le persone, io allora avevo 30 anni, hanno bisogno di metabolizzare, di capire. E quindi ho avuto questo disagio. Da una parte una sensazione bella che mi stava realizzando e dall’altra questo vortice da cui era difficile uscire. L’estrema velocità del successo non mi ha dato la possibilità di prendere bene le misure. Ho iniziato a stare sulla difensiva”.

Con “Tre parole” si è arricchita?

“Oddio, arricchita è una parola grossa. Allora c’è stato un bel ritorno tanto che ho comprato una casa ai miei genitori che non avevano nulla ed erano sempre stati in affitto. Oggi entra ancora qualcosa per i diritti”.

Pubblica due album poi dopo pochi anni la musica non è più il suo interesse principale. Cosa succede?

“Quando hai un successo di quella portata ti si appiccica un’etichetta addosso e ti chiedono di fare sempre la stessa cosa. In questo caso la stessa canzone. Molti mi domandano se odio “Tre parole”. Direi di no, ma perché non mi sono cristallizzata solo su quello. Ho fatto tante altre cose. Mi sono laureata in Antropologia, ho vinto un concorso statale”.

A proposito, lavora ancora all’ufficio anagrafe?

“No. Ho fatto circa due anni, dal 2020 al 2022. Avevo iniziato con grande convinzione poi non mi sono più sentita utile. Insomma, non c’erano gratificazioni. Poi volevo stare di più con mio figlio Miro che oggi ha 14 anni”.

(ansa)

Che mamma è?

“Non sono troppo chioccia ma cerco di tirare su la pianta, annaffiarla e farla crescere. Sono molto vicina a mio figlio. Credo anche di avergli trasmesso la mia passione per il sociale tanto che ha deciso di fare il politico”.

Anche lei ha avuto un breve passaggio in politica. Oggi cosa fa?

“Ho studiato molto e mi sono specializzata nell’analisi bioenergetica che è una psicoterapia somatopsichica ideata da Alexander Lowen. La pratico innanzitutto per me. Ma anche per aiutare gli altri. Da questa esperienza è nato un progetto a cui tengo molto: Voiceplant”.

Di che si tratta?

“Mettiamo insieme musica, patrimonio vegetale e patrimonio umano. Ascoltiamo il rumore degli alberi e poi entriamo in sala di registrazione. Traduciamo la frequenza della pianta in suono e poi componiamo”.

E la musica?

“Capita di fare ancora qualche concerto e dietro le quinte sono sempre attiva come autrice. Progetti in ballo comunque ce ne sono. Diciamo che la musica è il mio piano b, ora sono più focalizzata su altro”.

Rimpianti?

“Direi nessuno. Forse però, a pensarci bene, in quel periodo di successo improvviso ho allontanato dalla mia vita persone che forse non dovevo mandare via. E magari ho dato più spago a chi non lo meritava”.

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