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Pino Daniele e la sua lezione dieci anni dopo: tradurre tutta la vita in musica

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L’eredità del musicista sopravvive oggi in ogni ragazzo che cerca di vivere scrivendo canzoni
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Dolce, a volte spigoloso, uno scugnizzo dal genio incontenibile, sfottente, ribelle come Masaniello e sublime come un poeta stregato dalla vita, Pino Daniele aveva con le canzoni una relazione amorosa, una devozione così assoluta da cercare di infondere in ogni creazione il meglio che la musica poteva offrire. Dieci anni dopo viene voglia di cercarlo ovunque, in un mondo che da allora è completamente cambiato. Di sicuro Pino sopravvive oggi in ogni ragazzo che cerca di fare musica facendo canzoni.

C’è perfino nella trap, soprattutto in quella napoletana, Geolier in testa, perché sono tutti figli della modernità con cui lui aveva reinventato la tradizione. Ma per tutti i ragazzi vale un principio ovvio e necessario. Bisognerebbe studiarlo di più, non …

Dolce, a volte spigoloso, uno scugnizzo dal genio incontenibile, sfottente, ribelle come Masaniello e sublime come un poeta stregato dalla vita, Pino Daniele aveva con le canzoni una relazione amorosa, una devozione così assoluta da cercare di infondere in ogni creazione il meglio che la musica poteva offrire. Dieci anni dopo viene voglia di cercarlo ovunque, in un mondo che da allora è completamente cambiato. Di sicuro Pino sopravvive oggi in ogni ragazzo che cerca di fare musica facendo canzoni.

C’è perfino nella trap, soprattutto in quella napoletana, Geolier in testa, perché sono tutti figli della modernità con cui lui aveva reinventato la tradizione. Ma per tutti i ragazzi vale un principio ovvio e necessario. Bisognerebbe studiarlo di più, non imitarlo, casomai capire la lezione profonda che c’è tra le righe di quella indomabile passione. A Pino, come a tutti quelli che fanno il suo mestiere, faceva molto piacere se i suoi dischi vendevano e avevano successo, ma di sicuro non era la prima ragione per cui lavorava. Era posseduto da un demone di arte musicale ed è questo, solo questo che bisognerebbe comprendere e imitare, assimilare la grande magia, quel suo modo di trarre musica da tutto, come una spugna, dal rumore delle strade, dal brusio della gente, da grida, insulti e carezze, dal ritmo con cui ognuno di noi trova il suo spazio nel mondo.

La musica produceva versi, a volte poveri, scabrosi, di strada, poi improvvisamente alti, quasi dotti, distillati densi e completi: Napul’è... mille culure, e avrebbe anche potuto fermarsi là. Pino ascoltava suoni e parole e li trasformava. E poi fateci caso, gli artisti della canzone erano tutti “unici”, ognuno di loro era un mondo a se stante: Dalla, De André, Guccini, Battiato, Battisti, e poi Pino...non hanno nulla in comune tra di loro se non l’epoca e la vocazione collettiva che li sosteneva. Erano uno diverso dall’altro, e questa è l’altra grande lezione. Se Pino aveva qualcosa da insegnare era soprattutto questo: siate unici.

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