«Canto a Sanremo la saudade dei ragazzi del Sud costretti ad abbandonare la propria terra. Tra rap e melodie mediterranee in una canzone di denuncia che parte da me e dalla mia evoluzione, e nella mia storia di emigrante si possono rispecchiare tante persone». Mille vite e mille sogni, mille volte Rocco Hunt. Rocchino è cresciuto, ha trent’anni, è diventato uno sportivo, ama i pesi e la corsa, è padre da 7 anni del piccolo Giovanni, ed è pronto a tornare al Festival di Sanremo con Mille vote ancora. Un brano tra nostalgia e speranza che racconta dei tanti giovani che devono partire per cercare fortuna lontano da casa. Versi in cerca di verità che il “poeta urbano”, come si fa chiamare il rapper di Salerno dal titolo del suo primo album, ci racconta in anteprima.
Rocco Hunt, nome d’arte di Rocco Pagliarulo, vinceva Sanremo giovani 10 anni fa con Nu juorno buono, canzone sulla terra dei fuochi e la voglia di cambiamento c…
«Canto a Sanremo la saudade dei ragazzi del Sud costretti ad abbandonare la propria terra. Tra rap e melodie mediterranee in una canzone di denuncia che parte da me e dalla mia evoluzione, e nella mia storia di emigrante si possono rispecchiare tante persone». Mille vite e mille sogni, mille volte Rocco Hunt. Rocchino è cresciuto, ha trent’anni, è diventato uno sportivo, ama i pesi e la corsa, è padre da 7 anni del piccolo Giovanni, ed è pronto a tornare al Festival di Sanremo con Mille vote ancora. Un brano tra nostalgia e speranza che racconta dei tanti giovani che devono partire per cercare fortuna lontano da casa. Versi in cerca di verità che il “poeta urbano”, come si fa chiamare il rapper di Salerno dal titolo del suo primo album, ci racconta in anteprima.
Rocco Hunt, nome d’arte di Rocco Pagliarulo, vinceva Sanremo giovani 10 anni fa con Nu juorno buono, canzone sulla terra dei fuochi e la voglia di cambiamento che ribolliva da Napoli in giù. È il primo rapper premiato all’Ariston con un brano dal titolo e ritornello in lingua napoletana, apripista dell’hip hop al festival anche due anni dopo con la più leggera Wake Up. E poi dischi di platino e una carrellata di successi, anche in Francia e Spagna.
Rocco Hunt torna a Sanremo, lì dove è iniziato tutto. Quando vinse con Nu juorno buono dedicò la vittoria «alla sua gente e alla sua generazione». Oggi con che spirito va all’Ariston?
«Sono più maturo, sono padre, sento la responsabilità di raccontare temi civili a partire dalle mie radici. La canzone non nasce per Sanremo, ma aveva bisogno di un amplificatore nazional popolare per lanciare forte il messaggio».
Che messaggio sarà?
«Sono troppi ancora i giovani costretti a lasciare l’Italia. È una denuncia anche verso chi si occupa del Paese, dobbiamo pareggiare le diseguaglianze. E un monito ai ragazzi, un accenno toccante alla piaga dei giorni nostri, ai giovani che ricorrono alla violenza e alle armi. Dobbiamo avere il coraggio di esporci».
Napoli a novembre ha registrato tre ragazzi uccisi in 15 giorni, nel brano si appella alle istituzioni per cambiare le cose?
«Parlavo già di questa piaga sociale nel brano Pe’ vulà nata vota, come dice la madre di Giogiò, giovane musicista ucciso da un ragazzino “i giovani non hanno più cultura”, mandiamoli a scuola. In Mille vote ancora c’è la poesia delle cose belle della nostra terra, ma anche quello che non va. Dobbiamo fare anche un mea culpa tutti, non solo invocare lo Stato e cercare le colpe nei social e in TikTok».
In Nu juorno buono cantava: “Questo posto non deve morire la mia gente non deve partire”. Al prossimo Sanremo queste tematiche con quali arrangiamenti saranno declinati?
«Su un ritmo incalzante tra rap e armonie di chitarre e mandolini con un ritornello allegro. La mia anima cantautorale cresce, con più consapevolezza. È un Rocco Hunt 2.0 quello che vedrete a Sanremo».
Nel 2014 qualche verso in napoletano l’ha dovuto tagliare, poi dopo di lei Geolier ha raccolto quest’eredità cantando solo in napoletano. In dieci anni molto è cambiato e Napoli è la capitale della scena urban.
«Ero uno scugnizzo emergente, ho cambiato solo due o tre parole. Ma non era scontato arrivare lì così giovane con la mia identità, Sanremo non era rap friendly, e il rap napoletano non era amato come oggi grazie anche a serie tv e film. Ringrazio Geolier che ricorda sempre quanto io gli sia stato di ispirazione. E Carlo Conti che mi ha voluto al Festival e mi ha lascito massima libertà d’espressione. Per noi campani Sanremo non è un semplice passaggio tv, è un manifesto, una rappresentanza territoriale, come quando gioca una squadra di calcio».
Tra i big a Sanremo anche Tony Effe i cui testi sono giudicati troppo violenti ed escluso dal concerto di Capodanno a Roma, lei da che parte sta?
«L’avanzata del rap si può riscontrare dal numero dei rapper in gara, credo 10 su 24 big. Sono per la massima libertà d’espressione e contro ogni censura, per criticare il rap bisogna anche capire da dove viene, dall’America, e dal disagio giovanile. Se dovessimo tradurre le rime dei rapper americani ci metteremmo le mani nei capelli».
Sta lavorando al suo nuovo album, come sarà?
«La mia maturità, sarà pronto dopo Sanremo e ci sarà un tour. Sto rileggendo i maestri, ‘A Livella di Totò è attualissima come le commedie di Eduardo, grande poeta. Nella sua Sto ‘cca dedicata alla moglie c’è una malinconia d’amore che mi ha folgorato. Per il disco ho scritto una poesia, sarà alla fine di una canzone. Per un mese ho studiato i canti folk di Matteo Salvatore che ha ispirato Capossela e Dalla. Senza mai lasciare Pino Daniele, le sue canzoni sono meno conosciute, e Battisti. E infatti mi sono messo a studiare la chitarra».
La vedremo a Sanremo con la chitarra?
«Non per ora, in futuro sicuramente. Per ora è una passione, la uso come antistress».