Spettacoli

Ketama: “Canto la caciara del mondo. Mi sento più fragile ma consapevole”

Ketama: “Canto la caciara del mondo. Mi sento più fragile ma consapevole”

Dopo alcuni mesi di silenzio, il rapper esce con un nuovo singolo che anticipa il suo sesto album. “Ogni giorno è buono per rendersi conto di aver sbagliato qualcosa. Ho capito che non è più figo, a una certa età, ostentare certi modelli prima che viverli”

3 minuti di lettura

ROMA – Ketama126, cioè Piero Baldini, classe 1992 e cresciuto a Roma, è un nome di cui tenere conto quando si parla dell’affinità o meno tra tradizione italiana, cantautorale e non solo, e trap. Per rendersene conto basta la nuova La caciara, canzone con cui ha appena rialzato i giri dopo mesi di silenzio, anteprima di un album, il sesto per lui, in uscita entro l’anno, in cui rappa in romanesco su uno stornello in stile Claudio Villa. Non è una novità, dice, nel collettivo hip hop da cui proviene e nel quale c’è anche Franco126, “siamo innamorati di Califano”. Ma c’è di più: c’è che uno tra gli esponenti più crudi e scuri del nostro rap, che ha raccontato la capitale dalla strada e sfoggiato uno stile di vita selvaggio (“Potevo essere un tossico morto, invece sono un tossico ricco”, era solo il 2019), ha messo la testa a posto. Forse. O no? “Fa parte dell’età”, sorride.

Racconti.

“Non sono diventato un santo e, in generale, le abitudini sono dure a morire. Ma anche uno stile di vita di quel tipo, a quasi 33 anni, comincia a presentarmi il conto. Non so neanche se farò questo mestiere per tutta la vita, a un certo punto vorrei dedicarmi solo alle produzioni, senza metterci la voce. Non posso fare la rockstar per sempre”.

Cos’ha imparato?

“Niente. Cioè: ho imparato che non imparo niente, che ogni giorno è buono per rendersi conto di avere sbagliato qualcosa. Mi sento più fragile, ma consapevole. Lo dico anche in La caciara: è un lato amaro della vita, ma come con un whisky lo apprezzo, finalmente. E poi ho capito che ostentare certi modelli, prima che viverli, a una certa età non è più figo. Quindi basta”.

Quindi basta con il rap estremo?

“Per il momento preferisco una musica che dice di darsi una mossa più che rivangare su quanto sia bello sbagliare. Perderò soldi, ormai le canzoni vanno nella direzione opposta, ma amen. Continuerò in futuro con il rap, che non è stato il mio primo amore, visto che da adolescente amavo il rock e il metal. Semmai è stato il primo, tramite la trap, a darmi da vivere. Ma questo disco, per esempio, sarà tutto suonato, con strumenti 'veri'”.

Cos’è, secondo lei, che l’Italia non ha capito del rap?

“Non lo so, so cos’è che non va: la gran parte è diventato pop, e questo pop è pessimo, con poche idee. In un momento di grande esposizione mia e del genere tutto, appena prima del Covid, è come se avessimo preso strade separate: dovevo trasferirmi a Milano, dall’industria, ma con la pandemia sono rimasto a Roma e ho riaperto gli occhi. Ho avuto una piccola possibilità di andare a Sanremo, nei mesi scorsi. Un big – ma big davvero, uno che rispetto tanto – mi voleva in coppia. Ho vacillato. Alla fine la proposta è sfumata, neanche lui è andato e ora so che va bene così”.

E ha riscoperto così gli stornelli?

“Lando Fiorini, Gabriella Ferri, lo stesso Califano, più cantautore. Abbiamo tanto in comune: sì, la romanità, ma anche il fatto che quelle erano canzoni di strada, da borgate, e raccontavano gli ultimi come faccio io; in più dicevano cose pesanti ai potenti di turno, altro che politicamente corretto. Mi ci rivedo, sono ripartito da lì. Dalla Roma, insomma, dove si stava a un tavolo a bere vino e suonare la chitarra, ridendo, facendo comunità. Oggi invece è una caciara”.

Spieghi ai non romani.

“Un grande casino. Basta guardarsi intorno, gli squilibri sono tanti. Non mi faccia fare retorica”.

Però non idealizziamo un passato in cui comunque le disuguaglianze c’erano eccome.

“Assolutamente no. Con gli stornelli – di cui condivido anche una sorta di saggezza di strada e di lotta agli ipocriti – ho cercato di recuperare la parte buona della tradizione: c’è un atteggiamento malato e reazionario che vuole non cambi niente dietro quel temine, è vero; io guardo indietro per andare avanti. E riscoprire la semplicità delle piccole cose, che abbiamo perso per un uso senza senso della tecnologia. Valori sani con cui l’umanità è cresciuta, ora si sono azzerati. E l’ho visto viaggiando: amo andare in Africa, di recente sono stato anche in Pakistan, insomma in posti non occidentali; sarà che la gente è povera, ma mi sembra abbiano perso di vista le cose fondamentali della vita molto meno di noi”.

Le radici.

“Lo dice a uno che, finché ha fatto trap, ha guardato all’America. Finché non ho realizzato quanto la nostra musica del passato sia geniale. Credo che abbia tanto da dire a uno straniero: il problema è che per inseguire la hit ci siamo dimenticati noi, per primi, come si fa”.

Senta, ma quindi la sua nuova musica a che servirà?

“Mi tengo lontano dai discorsi politici e sociali. Se però, prima ancora che a distrarsi, accendessi una miccia in chi le sente, sarebbe già tanto”.

Un’eredità. In “La caciara” scherza con la sua morte. In realtà l’ha sempre fatto. Un selvaggio come lei ha paura?

“Se la nomino tanto, sì. È per esorcizzarla. Ma non tanto è la morte in sé, quanto il momento prima: io, dovunque sarò, che rivedo la mia vita e magari, come tanti, mi accorgo di avere sbagliato tutto. Meglio di no”.

I commenti dei lettori