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Scialpi: “A Sanremo solo musica di plastica. Tozzi, Bertè ed io eravamo i veri leoni”

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I successi degli anni 80 e una fanbase che non lo abbandona, l’amore e i tradimenti, la musica di oggi e Sanremo che gli ha detto no: l’artista si racconta, tra passato e progetti. “Fatemi fare il ministro, c’è da rimettere a posto un po’ di roba...”
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Giovanni Scialpi, negli Anni Ottanta, era un vero divo. Il pubblico se ne innamorò all’istante, quando da semisconosciuto apparve sul palco (e in tv) con dei jeans strappati e cantò Rockin'n'rollin’. Un successo spropositato che gli ha permesso, negli anni successivi, di esprimere il suo talento in modi differenti: dalla conduzione tv con Raffaella Carrà, al cinema, al teatro fino a Pechino Express, in coppia con l’ex compagno che aveva appena sposato negli Stati Uniti. Un modo per portare avanti la sua vena di attivista per i diritti. Dopo un infortunio a Tale & Quale nell’edizione del settembre 2023, ha provato a portare a Sanremo il suo nuovo singolo L'amore non sei tu, ma senza fortuna. Così ha deciso di produrlo da solo, e dallo scorso 3 gennaio è entrato in rotazione radiofonica e si sta guadagnando il suo spazio, forte dell’affetto dei fan che lo seguono dagli anni Ottanta.

Quando uscirà il remix?

«Lo faccio uscire subito perché ho capito che il mio discorso è parallelo a …

Giovanni Scialpi, negli Anni Ottanta, era un vero divo. Il pubblico se ne innamorò all’istante, quando da semisconosciuto apparve sul palco (e in tv) con dei jeans strappati e cantò Rockin'n'rollin’. Un successo spropositato che gli ha permesso, negli anni successivi, di esprimere il suo talento in modi differenti: dalla conduzione tv con Raffaella Carrà, al cinema, al teatro fino a Pechino Express, in coppia con l’ex compagno che aveva appena sposato negli Stati Uniti. Un modo per portare avanti la sua vena di attivista per i diritti. Dopo un infortunio a Tale & Quale nell’edizione del settembre 2023, ha provato a portare a Sanremo il suo nuovo singolo L'amore non sei tu, ma senza fortuna. Così ha deciso di produrlo da solo, e dallo scorso 3 gennaio è entrato in rotazione radiofonica e si sta guadagnando il suo spazio, forte dell’affetto dei fan che lo seguono dagli anni Ottanta.

Quando uscirà il remix?

«Lo faccio uscire subito perché ho capito che il mio discorso è parallelo a Sanremo. Il mio agente mi ha convinto a ripropormi dopo 7 anni, ma poi ti scontri con delle realtà un po' difficili da digerire».

Il brano è stato rifiutato a Sanremo.

«Sì, anche se quando senti certe dichiarazioni sull'autotune pensi che forse è meglio così».

Si riferisce a Carlo Conti?

«Ha detto che l'autotune è solo “un effetto” ed è accettato».

Mi pare di capire che non concorda.

«No, come nessun artista che sappia cantare. Un conto è come lo usa Cher, che in effetti lo utilizza come effetto, un conto è un bimbominkia o una bimbaminkia, la prego, scriva proprio così. Ci vorrebbe un vero direttore artistico e Carlo Conti non lo è. Le mie parole sono feroci, ma bisognerebbe mettere dei limiti».

La sua esclusione da cosa è dipesa?

«Semplicemente il brano non è stato preso perché le major si sono fatte carico di essere loro le piattaforme che vendono pubblicità: se loro decidono, per convenienza economica, che un bimbominkia debba vincere Sanremo o stare ai primi tre posti, lo fanno».

E questo danneggia gli artisti indipendenti?

«Esatto. La situazione reale di tantissimi amici artisti è simile alla mia. Non mi riferisco ai Jovanotti, lui è al di sopra di queste logiche, ma anche i Cremonini, i Grignani sono fatti fuori perché quest'anno a Sanremo non c'è nessuna etichetta indipendente. L'unica indipendente è Giorgia, ma anche lei fortemente sponsorizzata. Due anni fa ha partecipato, poi ha presentato, poi partecipa di nuovo come artista in gara, l'anno prossimo cosa le faranno fare? Pulire il palco?».

Addirittura.

«Ma non è contro Giorgia, è una battuta sarcastica contro questo sistema. Lo dico proprio perché apprezzo Giorgia come artista e penso che non meriti un tale trattamento, perché così perde la reputazione. Il ruolo di Carlo Conti è sminuito, e anche questo lo dico nonostante io sia amico di Carlo e ci parli anche in privato».

Quindi, con Sanremo, capitolo chiuso?

«Ci ho provato e non ci proverò mai più. E’ un Sanremo italiota, è tutto un magna magna. L'importante è che loro abbiano un'etica, entrare in una major non ci vuole nulla, basterebbe dare tutti i soldi a loro e prendere 30 centesimi a download. È chiaro che con i bimbiminkia le major mangiano tutto, perché non hanno potere contrattuale. Sanremo propone la musica di plastica ed è sbagliato perché siamo sul canale pubblico».

Che ricordi ha del suo Sanremo del 1986?

«Ho un ricordo triste ovvero l’annuncio della morte di Claudio Villa con il minuto di silenzio. La notizia mi turbò molto, tanto che nella pausa del telegiornale uscii dal palco».

Anche Claudio Villa in quegli anni era molto critico con Sanremo...

«Sì, quell’anno ho rivissuto la delusione ed il rancore che Claudio Villa aveva nei confronti del festival che a suo parere non era equo con le canzoni che dovevano partecipare in gara. Della serie corsi e ricorsi storici».

Anche l’anno successivo fu a Sanremo

«Sempre in un festival di Pippo, cantavo Bella età e la mia madrina era Dalila di Lazzaro, un’amica che ho conosciuto bene in quell’occasione. Con Dalila siamo rimasti amici fraterni fino ad oggi».

Torniamo alla musica: artisti giovani non ne salva nessuno?

«Ce ne sono diversi bravi, Mahmood mi piace, ma Sanremo dovrebbe proporre un panorama eterogeneo della musica, la musica non è solo 14mila parole senza senso e l'autotune. Lo dimostrerò con il prossimo singolo, autoprodotto con un'etichetta mia».

Il business però fa parte del gioco.

«Il business c'è sempre stato, ma non feroce come adesso. Pippo Baudo ad esempio, quando dirigeva il Festival, su 22 cantanti ne sceglieva 10 e non si discuteva. Per gli altri 12 si parlava con le etichette, ci si accordava».

Ora le major comandano troppo, dice lei.

«Sì, e fa male vedere tutto questo in Rai».

E di X Factor e Amici cosa pensa?

«Sono ormai obsoleti, i ragazzi che partecipano poi sono costretti a fare i pizzaioli per campare, vendono illusioni».

Non tutti. I Maneskin, per esempio...

«Loro hanno avuto dietro un manager, uno che lavorava in Sony come direttore artistico, e che ha deciso di investire 2 milioni di euro in promozione. Se avessi 2 milioni di euro sotto il culo farei un tour mondiale della madonna, me lo lasci dire. Il dispiacere è che finiti i 2 milioni uno si fa crescere i baffetti e va a Los Angeles e diventa uno dei tanti, i bimbiminkia del pubblico crescono e dicono “i Maneskin li ascoltavo qualche anno fa”. È un sistema usa e getta, un mordi e fuggi che mi infastidisce«.

Invece i veri artisti non li finanzia nessuno perché non fanno i numeri?

«Noi artisti veri, e ci metto anche Giorgia, abbiamo una carriera e un mestiere. Io curo tutta la filiera della produzione, come De Gregori, i Tiromancino. Ci saranno sicuramente anche tre giovani così, ma di sicuro con questo sistema non vengono fuori».

Il pubblico non sceglie? Eppure adesso è facilissimo.

«Prenda il mio caso: sono entrato ad Azzurro da sconosciuto, ho cantato Rock & rolling e sono uscito da vincente. Il pubblico oggi è totalmente rimbambito, subisce rincitrullito e fa vedere che è leone solo su TikTok. I leoni eravamo noi, Bertè che faceva il reggae, Tozzi, la musica viva. Ecco, per citare i Maneskin: siamo fuori di testa, ma diversi da loro».

A proposito di quella celebre apparizione, i suoi jeans strappati di chi erano?

«Un’idea mia, li tagliò mia mamma con la lametta. Io comandavo e lei eseguiva».

A proposito del suo singolo parla di una delusione d'amore: quando l'ha scritto?

«Quando ho scoperto che il mio fidanzato a distanza mi tradiva. Dopo 7 anni insieme aveva deciso di non voler venire in Italia, e ho visto dalla webcam che c'era uno a casa sua… Avevo deciso di chiudere con le storie sentimentali ma ho incontrato un Giovanni che non indossa maschere e filtri, ci stiamo conoscendo da due mesi».

Lei vive a Roma, ha sentito delle recentissime aggressioni omofobe?

«Mi fanno molta tristezza queste notizie perché dietro non c'è niente altro che ignoranza, il governo dovrebbe fare qualcosa per arginare l'ignoranza, su questo mi sono sempre esposto pubblicamente. È una tragedia, bisognerebbe rimettere l'educazione al centro, anche per i social. Penso si dovrebbe istituire il patentino per i telefonini. Non solo per i giovani, ma per tutti: è fondamentale saper usare questi nuovi strumenti, se non hai le nozioni basiche di educazione civica è molto pericoloso, bisogna iniziare dalle elementari. Cosa aspettate a farmi fare il ministro?».

Ci si può lavorare. Di che partito?

«Ne creerei uno mio: il partito dei pessimisti, perché sono degli ottimisti bene informati. Lo chiamerei Ottimi pessimisti».

Siamo all'inizio dell'anno: i suoi propositi per il 2025?

«Se mi arriverà il risarcimento per l'infortunio sul lavoro (al piede, a Tale e quale, ndr) li investirò per riappropriarmi di tutti i miei titoli, un po' come fece Patty Pravo. Vorrei non lasciarli in mano ai poteri forti, non so più da spicci, aò» (dice, imitando la voce della Bertè).

Ah, anche imitatore?

«Vuole che le faccia Vittorio Feltri? (cambio di voce repentino) Se adesso uno non può più dire nulla allora ditelo».

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