Gazzelle: “Sanremo non è il mio palco. Non amo le ossessioni delle star, sto bene con i soliti amici”
di Patrizio RuviglioniAnche per i trentenni è tempo di nostalgia. Chiedere a Gazzelle – cioè Flavio Pardini, classe 1989, romano – e al nuovo album Indi, senza la “e”, commiato di quella scena “indie”, questa sì, di Calcutta e TheGiornalisti. Anno di grazia 2017, lui dal niente salì sull’ottovolante per non scendere più, fino a Sanremo lo scorso anno e ai live al Circo Massimo e a San Siro della prossima estate (7 e 22 giugno). In quel passaggio c’è la gioventù, un’età dell’oro. E lui, oggi cantautore da stadio, ricorda: «Fu un allineamento dei pianeti che cambiò la mia vita». Canta: “II 2017, sai, non ritornerà". Di già? «Cerco gioie nel presente».
Nel disco c'è un pezzo, Il mio amico si sposa, emblematico. Paura di crescere?
«Magari sì. L’ho scritta da poco, per il primo di noi che si sposa. A quest’età, vent'anni fa, lo saremmo stati già tutti. Io ci penso, poi rimando. Come con i figli. Ma a un certo punto diventerà brutto non avere quel tipo di responsabilità. Il punto è che sono un privilegiato, poss…
Anche per i trentenni è tempo di nostalgia. Chiedere a Gazzelle – cioè Flavio Pardini, classe 1989, romano – e al nuovo album Indi, senza la “e”, commiato di quella scena “indie”, questa sì, di Calcutta e TheGiornalisti. Anno di grazia 2017, lui dal niente salì sull’ottovolante per non scendere più, fino a Sanremo lo scorso anno e ai live al Circo Massimo e a San Siro della prossima estate (7 e 22 giugno). In quel passaggio c’è la gioventù, un’età dell’oro. E lui, oggi cantautore da stadio, ricorda: «Fu un allineamento dei pianeti che cambiò la mia vita». Canta: “II 2017, sai, non ritornerà". Di già? «Cerco gioie nel presente».
Nel disco c'è un pezzo, Il mio amico si sposa, emblematico. Paura di crescere?
«Magari sì. L’ho scritta da poco, per il primo di noi che si sposa. A quest’età, vent'anni fa, lo saremmo stati già tutti. Io ci penso, poi rimando. Come con i figli. Ma a un certo punto diventerà brutto non avere quel tipo di responsabilità. Il punto è che sono un privilegiato, posso scegliere. Conosco coetanei che vorrebbero mettere su famiglia, ma non possono permetterselo».
Che generazione è la sua?
«Una senza riferimenti. Noi trentenni veniamo da un mondo che non c’è più: i social hanno cambiato le basi con cui siamo cresciuti, i modelli dei nostri genitori – che a quest’età erano già sistemati – sono inapplicabili per motivi economici. C’è precariato. Chi è venuto dopo, se non altro, ha già interiorizzato tutto ciò. Noi no. Per questo a volte siamo nostalgici».
Non idealizzi però. Nel 2017 c’era chi diceva che fosse uno dei tanti cloni.
«Si sbagliavano. Certo, era un momento in cui su quella scena c’era attenzione, era normale che fosse affollata. Stavamo cambiando il pop. Poi la bolla è esplosa, “l’indie è morto”, si dice. E siamo rimasti in pochi».
Lei come ha fatto?
«Con la coerenza. Ho puntato sulle canzoni e l’immediatezza. Da qui Indi, a rendere solo mia la parola. Forse ero diverso. Ho sempre puntato agli stadi, altri erano più snob. Il mio mito è Vasco Rossi».
Oggi che significa essere indie?
«Fare musica senza inseguire in maniera spudorata i trend; non essere influencer, personaggio tv. E poi con questo disco, che è il quinto, ho cercato la fame degli esordi: ero un pizzaiolo, avevo una vita movimentata ma piena di sogni; il successo mi ha reso più stabile e noioso, paradossalmente».
Com’è stato conoscere Vasco?
«Mi hanno colpito gli occhi, profondi. Ha una grande aura. E sa che esisto. Ci siamo visti dopo un suo live, è stato breve, ma meglio così: i miti lasciamoli al loro posto. Da lui ho imparato semplicità e sincerità. Sembra un vincente, poi canta: “Io sto male”. Avrei voluto vederlo alla mia età, sarebbe stato uno shock».
Vasco alla sua età scandalizzava Sanremo. Lei all’Ariston ha fatto il bravo.
«Ma io non sono una rockstar. Sanremo non è il mio palco, troppa poca musica. Non tornerò, voglio solo cantare».
Non è un modo per nascondersi?
«Lì mi sono sentito a disagio, davvero. Prima delle cover ero talmente esausto da aver avuto un attacco di panico. Ma mi consolo: almeno quella sera sapevo perché stavo male».
Le è successo altre volte?
«In pandemia. Giravo per Roma e mi perdevo, dimenticavo dove fossi. E non sapevo perché. Panico. Dopo varie autoanalisi ho capito: il lockdown mi aveva convinto che non avrei più suonato, e vivevo una relazione tossica. Ho tagliato i rami secchi, a fatica. Crescere è anche questo».
Ne è uscito?
«Sì, grazie all’amore dato e ricevuto. Anche ritrovarmi primo in classifica, in quei mesi, fu traumatico: avevo paura di cadere. Ma i cantanti hanno i problemi di tutti, la musica è un lavoro: bello quanto si vuole, però la vita privata è altro».
Cosa cambia?
«Forse la reazione: come nel film Ovosodo, ho un malessere che non va né su e né giù e se sto male scrivo. Aspetto le emozioni, le sfogo. Magari per questo la gente ci si rivede. Ma ho desideri qualsiasi: essere ricordato per il bene fatto a chi mi sta intorno, più che per le canzoni».
Uno schivo come lei che ci fa negli stadi?
«Quello è il mio posto nel mondo: ognuno ha il suo, è inspiegabile. Poi, si figuri, canto appoggiato al microfono, non faccio coreografie, giri della morte, chissà che. Metto gli occhiali da sole per timidezza, non per fare il personaggio. Amo la musica, non il mondo che le sta intorno: i ritmi industriali, l’ossessione per le star e i risultati. Sono a disagio sempre. Sono rimasto a Roma per questo, con gli amici di sempre. Quando rido con loro, sono felice».
Che farà dopo il Circo Massimo?
«Il giorno dopo? La spesa al supermercato, come sempre».