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Giovanni Allevi: “Il dolore è una visione, questa musica bellissima la mia rivincita sul male”

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La malattia e la ripresa, il compositore a giugno sarà sul palco per un ciclo di concerti in cui presenterà una composizione nata durante la degenza: “Un’esperienza onirica”
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Dobbiamo continuare a nutrirci di bellezza. Che si trova in luoghi straordinari, ma anche tra le pieghe della nostra esistenza quotidiana». Giovanni Allevi ha fretta di tornare sul palcoscenico. Dopo la lunga malattia e la faticosa ripresa, il compositore e pianista si prepara per quattro concerti dal titolo Giovanni Allevi — Special Events — Summer MMXXV. Serate speciali in programma a giugno in luoghi suggestivi come le Terme di Caracalla a Roma (il 20 giugno), il Teatro antico di Taormina (il 5 luglio), il Gran Teatro La Fenice di Venezia (l’8 luglio), il Parco Mediceo di Pratolino a Firenze (il 19 luglio) in cui salirà sul palco per presentare una composizione inedita per violoncello e orchestra realizzata durante la degenza. Ogni serata sarà guidata da un tema differente, e per la prima volta il compositore utilizzerà tecnologia e schermi video per mettere in scena un’esperienza onirica, un intenso viaggio interiore.

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Dobbiamo continuare a nutrirci di bellezza. Che si trova in luoghi straordinari, ma anche tra le pieghe della nostra esistenza quotidiana». Giovanni Allevi ha fretta di tornare sul palcoscenico. Dopo la lunga malattia e la faticosa ripresa, il compositore e pianista si prepara per quattro concerti dal titolo Giovanni Allevi — Special Events — Summer MMXXV. Serate speciali in programma a giugno in luoghi suggestivi come le Terme di Caracalla a Roma (il 20 giugno), il Teatro antico di Taormina (il 5 luglio), il Gran Teatro La Fenice di Venezia (l’8 luglio), il Parco Mediceo di Pratolino a Firenze (il 19 luglio) in cui salirà sul palco per presentare una composizione inedita per violoncello e orchestra realizzata durante la degenza. Ogni serata sarà guidata da un tema differente, e per la prima volta il compositore utilizzerà tecnologia e schermi video per mettere in scena un’esperienza onirica, un intenso viaggio interiore.

Allevi, lei ha trasformato la parola mieloma in una melodia. Può spiegarci il processo?

«Ho utilizzato un metodo matematico, che poi è lo stesso usato da Bach nel contrappunto 14 dell’Arte della fuga. Lo utilizzavo spesso anche da ragazzo, quando ero disorientato rispetto al mondo contemporaneo e cercavo di trasformare in note tutto quello che mi circondava. Appena mi è stata detta la parola “mieloma”, sono andato a cercare a quali lettere corrispondessero le sette parole di quel nome orrendo. Ho scoperto che corrispondevano a una melodia sorprendentemente romantica, che ha avuto la forza di distrarmi dalla disperazione del momento».

E cosa ha pensato?

«Mi sono detto: non so cosa sarà di me, ma voglio trasformare questa melodia in un’opera più estesa».

L’ha pensata per il violoncello, mentre siamo abituati a vederla seduto al pianoforte.

«La verità è che in quei giorni stavo affrontando cure pesantissime: mi tremavano le mani, non riuscivo nemmeno a digitare la password sul computer. Mi ero convinto che non avrei più suonato il pianoforte. Il violoncello, che è molto vicino alla voce umana, mi sembrava perfetto per dare seguito a queste mie idee».

Una musica che girava solo nella sua testa?

«Non vorrei essere frainteso, ma in quel periodo ero imbottito di oppioidi per far fronte a dolori lancinanti. Tutto sotto strettissimo controllo medico. Sono arrivato anche all’assunzione di Fentanyl, che tra l’altro dà una rapida assuefazione. Ma gli effetti collaterali erano insostenibili, e ho vissuto pure le crisi di astinenza. A un certo punto ho deciso di smettere ma l’ho fatto di botto: è stata durissima. Ho detto al primario che mi seguiva: “Mi sembra che la mia creatività abbia preso un razzo che mi ha condotto nell’iperspazio”. Lui mi ha risposto: “È possibile, ma ti prego di non dirlo perché sarebbe un messaggio molto diseducativo”».

Quindi ha composto molto.

«Se penso al passato, ho scritto musica come in dodici anni di lavoro. Forse era la mia anima che stava cercando di dare un senso a quello che stava accadendo. Come se fosse una rivincita sul dolore».

L’uso di giochi di luci colorate e schermi durante lo show può essere considerato un grande esorcismo rispetto a questo periodo buio?

«Questa musica è scaturita anche da un’esperienza di grande solidarietà. Ho conosciuto tante persone negli ospedali, gente che mi incontra per strada, mi abbraccia e mi racconta la sua malattia. Non era mai successo. Questo mio parlarne non è una spettacolarizzazione ma fa parte della lotta contro la sofferenza».

Questa esperienza sembra averla rasserenata anche rispetto a certe critiche che provenivano dal mondo accademico e che la accusavano di essere troppo pop.

«Le critiche nascono sempre da una paura del nuovo e me ne rendo conto perché sono stato uno di loro. È molto più rassicurante fare sempre le stesse cose, riprendere i grandi del passato che tanto restano lì, nell’empireo. La nostra società non è predisposta all’innovazione. E comunque io non sono per niente pop. dal punto di vista tecnico sono un super maniaco, nel senso che la struttura delle mie composizioni è classica. Io non scrivo canzoni».

Lei saprà che in tutti gli stadi d’Italia, in tutte le partite, l’inno che lei ha scritto per la serie A di calcio, “O generosa!”, viene fischiato sonoramente. Sembra l’unico evento che unisce tutte le tifoserie.

«Non credo sia una protesta rivolta alla mia persona o direttamente alla musica, penso sia una critica nei confronti delle istituzioni del calcio. Ho avuto anche altri riscontri: ogni volta che ho eseguito quella musica in teatro con l’orchestra e il coro, il pubblico è impazzito. Mi ero anche chiesto se non ci fosse una difficoltà a recepire un testo in latino, ma quelle esperienze mi hanno fatto capire che non è così».

Per questa sua nuova opera con l’orchestra ha scelto luoghi simbolo dell’arte.

«Mi sento un cacciatore di bellezza. Che meraviglia, eh?».

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