LONDRA – “A’ finestra” stavolta affaccia sui giardini di Kensington. Carmen Consoli venerdì 7 febbraio ha traslocato la sua Sicilia al Britten Theatre, prestigiosa sala del Royal College of Music, di cui è presidente re Carlo III. Prima il talk con gli studenti del conservatorio inglese, poi il concerto promosso dal consolato italiano, per presentare la versione digitale dell’ultimo disco Terra ca nun senti, appena uscita nel mondo. Sul palco, friscaletto e scacciapensieri, mandolino e violino. Ma in scena Carmen è spesso sola a reggere l’intero scheletro ritmico con la chitarra acustica, mentre impenna canti di pirati e disonori, imbizzarrisce le erre, raddoppia le dentali, fiera di sicilianità. E siccome il bello si nasconde nei dettagli, sul suo strumento ha fatto mettere una pietra lavica per battipenna. Tutto è organico in quest’artista, che poi passa come niente al rock dei suoi successi trentennali. Oltre alla straordinaria bravura, al senso dell’ironia e quindi del tragico, c’…
LONDRA – “A’ finestra” stavolta affaccia sui giardini di Kensington. Carmen Consoli venerdì 7 febbraio ha traslocato la sua Sicilia al Britten Theatre, prestigiosa sala del Royal College of Music, di cui è presidente re Carlo III. Prima il talk con gli studenti del conservatorio inglese, poi il concerto promosso dal consolato italiano, per presentare la versione digitale dell’ultimo disco Terra ca nun senti, appena uscita nel mondo. Sul palco, friscaletto e scacciapensieri, mandolino e violino. Ma in scena Carmen è spesso sola a reggere l’intero scheletro ritmico con la chitarra acustica, mentre impenna canti di pirati e disonori, imbizzarrisce le erre, raddoppia le dentali, fiera di sicilianità. E siccome il bello si nasconde nei dettagli, sul suo strumento ha fatto mettere una pietra lavica per battipenna. Tutto è organico in quest’artista, che poi passa come niente al rock dei suoi successi trentennali. Oltre alla straordinaria bravura, al senso dell’ironia e quindi del tragico, c’è di più. C’è l’etica, la corrispondenza, una visione di musica che protegge ostinatamente. Nessuna stranezza nel vederla così tradizionale e così internazionale. Da sempre fa tour all’estero, ha collaborato con mostri sacri come Peter Gabriel, Elvis Costello, David Byrne, Robert Plant, non a caso tutti artisti che, a un certo punto, si sono interessati al folk, alle radici. Come a dire: si va lì, da dove si viene. L‘unica “stranizza” semmai è “d’amuri”, il bellissimo pezzo di Franco Battiato contro la guerra che Consoli fa atterrare su suolo britannico, insieme alle canzoni del disco registrato due anni fa nel Teatro Greco di Siracusa, con l’Orchestra Popolare Siciliana che lei stessa ha fondato.
Carmen, ha definito il live a Siracusa “il concerto della vita”. Cosa lo ha reso cosi speciale?
«Un allineamento perfetto: l’equilibrio raggiunto con l’orchestra, la bellezza del Teatro Greco, il profumo di zagare, l’accoglienza del pubblico. I racconti della mia terra, nella mia terra».
L’orchestra per lei rappresenta anche un’idea di società?
«Sì perché i caratteri più lontani, dagli archi alla ciaramella, si coordinano per un obiettivo comune. Tutti si ascoltano e hanno pari importanza. Insieme lottiamo per non disperdere l’inestimabile tesoro delle nostre tradizioni. Futuro e memoria per me sono indistricabili. Se guardi indietro, sei avanti».
Cosa arriva di queste canzoni ai non italiani?
«Suona autentico. Questo è il nostro blues. Ho associato le voci di Rosa Balistreri e Aretha Franklin (a riprova canta a cappella Respect e Buttana di to’ ma’ ndr). Hanno un genoma comune, la stessa misura di sofferenza. La mia è stata terra martoriata e colonizzata, ma dalla mistura è nata anche tanta bellezza. La storia insegna che la diversità è ricchezza».
A casa sua si parlava siciliano?
«No, veneto stretto, versante materno. A scuola ero la nordica. Il dialetto vero l’ho dovuto studiare e molto l’ho imparato ascoltando Rrrrrosa, la mia musa, voce che spaccava i cieli. Già negli anni ‘70 esprimeva un punto di vista femminile e si ribellava a indicibili abusi».
Il primo disco che comprò?
«Cheap Thrills di Janis Joplin. Ma già a quattro anni entrai in lutto per la morte di Elvis. E i primi accordi che mi concesse di fare mio padre chitarrista furono in minore, cioè tragici».
Cosa ha ereditato da lui?
«Soprattutto la mentalità musicale, fare accordi non scontati, perché le ragioni matematiche non stanno in piedi senza istinto e sentimento».
C’è stato spesso nel suo percorso chi non la voleva omologata.
«Il mio primo produttore Francesco Virlinzi nel 1997 mi mandò a Sanremo con Confusa e felice, il pezzo meno orecchiabile. “Ti devono buttare fuori!” mi disse. Al tempo, era quasi un vanto. Aggiunse: “Se ti fanno fuori, avrai la tua libertà”. Così è stato. Mi eliminarono dopo l’ultima nota».
Fu coraggiosa?
«Un po’, ma soprattutto ben consigliata da chi era lungimirante e non miope come altri discografici. Potevo avere un bel posto al mio Sanremuccio con il brano Blunotte e feci una cosa inaspettata portando Confusa e felice. Risultato? La difficile Confusa e felice divenne pop, l’orecchiabile Blunotte rimase nuda e cruda, quasi un pezzo indie all’interno del disco. E dopo uscii con l’album Mediamente isterica, un disastro in termini di vendite. Eppure quelle canzoni sono ancora in scaletta».
I suoi brani più vecchi non suonano datati. Che effetto le fa?
«Li canto e ancora mi motivano. O hanno qualcosa di universale o non mi sono evoluta io».
In quegli anni ’90 la sua Catania era la Seattle d’Italia.
«Da noi i R.E.M. vendevano più che altrove. Ballavamo sui Sonic Youth e i Fugazi. Il mainstream era peggiore di oggi, ad avercelo allora un Mahmood! Però l’underground era vivissimo, di gran livello, una magica bolla alternativa. E io ho fatto incontri fortunati».
Il più importante?
«Franco Battiato. Mi diceva: “Ci sono momenti in cui devi imporre una cosa impopolare. Disattendi il pubblico».
Vero che da casa Battiato ha preso la terra dell’Etna?
«Sì, la conservo in un barattolo. Un po’ l’ho piantata nel mio giardino, e crescono piante rigogliose».
Lei fa lunghe assenze. Non teme mai di uscire dal mercato?
«Essere nel sistema produttivo mi dà sempre più fastidio, perché ciò che è produttivo è spesso controproducente. Il dio denaro ormai predica il verbo del profitto. Più veloci, più profitto, meno qualità. Be’, il mio dituzzo non ha mai messo un like. Non seguo numeri e algoritmi, vivo bene al di fuori ed esco quando ho qualcosa da dire. Ogni tanto qualcuno mi ferma: “Somigli tanto a quella cantante lì, la Consoli. Chissà che fine ha fatto!”. Ecco, a me piace essere l’altra Consoli».
Cosa fa l’altra Consoli?
«Cucina, va al mercato, pratica la lentezza. Le cose belle siamo abituati a destinarle a quando saremo in pensione, io invece me lo pigghiu ora stu tempu».
Nessuna paura dell’età che avanza?
«No. Facciamo di tutto per durare a lungo e poi ci lamentiamo perché invecchiamo? Io mi auguro solo di vivere ogni età nella maniera più adeguata, sottraendomi alle pressioni della società».
Quant’è difficile sottrarsi?
«Molto. I miei personaggi lottano contro l’apparenza, l’ipocrisia, la ristrettezza mentale, e io applico queste mie idee ad ogni piccola cosa della vita. Lotto ogni momento per essere me stessa al cento per cento. Non è per niente facile ma almeno canto la mia verità».
Questo sembra il suo tratto persistente: una lotta contro la semplificazione, cantando in dialetto, in italiano forbito, o facendo ciò che da lei non ci si aspetta.
«Sono rigorosa e amo faticare. Oggi manca questo valore della complessità. La semplificazione porta alla banalizzazione. Ma per fare bene le cose, ci vuole il tempo, che va rispettato e non si può ingannare. Altrimenti i pensieri non sono né profondi né completi».
Non le è mai pesato il successo?
«Mi è dispiaciuto perché fui costretta a interrompere gli studi. Per non sentirmi ignorante, ho ripreso a studiare tanto. Mi sono prima diplomata alla Berkley di Boston, ora sono iscritta alla facoltà di Architettura. Come dice Francesco Bacone, l’unico vero potere che l’uomo ha, è il sapere. Più sai, più puoi».
Come mai architettura?
«Perché è tutto ciò per cui non sono portata: insiemi, funzioni, derivate. Avevo bisogno di distrarmi dalla musica e di uscire dalla zona di conforto. La matematica mi sta insegnando che c’è sempre una possibilità di risolvere i problemi. Con il tempo - ancora questa parola - una soluzione si trova».
Si dice che l’architettura sia musica liquida. Sta cambiando il suo modo di comporre?
«Ancora non sono decisa sul mio prossimo progetto discografico, so solo che parto in tour a teatro da ottobre. Intanto è sorprendente scoprire come ciò che oggi sto imparando ad ottenere con i calcoli, a vent’anni lo ottenevo con l’intuito, per puro istinto musicale».
La preoccupa lo stato attuale della musica?
«Stiamo cadendo in un vuoto culturale. L’unica cosa di cui sono certa è che la musica dal vivo non morirà mai».
Ricordi della prima volta a Londra?
«Per me ha significato moltissimo per due motivi. Il primo, musicale. Mi ha dato i riferimenti punk e rock: Smiths, Free, Clash, Led Zeppelin. Qui a 14 anni misi su la prima band con studenti di varie nazioni. Fino a 19 anni ci venni a passare le estati per imparare l’inglese. Era l’investimento dei miei genitori».
Secondo motivo?
«Mio figlio è stato concepito qui. Provo gratitudine per l’apertura e la tecnologia offerta da questa città. In amore sono stata sfortunata. Nonna Carmelina mi diceva: “Non ti preoccupare, picciridda, se si chiude una porta, poi si apre un portone”. A me si è aperto un portale: è arrivato Carlo, luce immensa».
A lui dedica “Le cose di sempre”, un canto di protezione da un mondo inumano. Come ci si salva?
«Penso che dobbiamo riprenderci il diritto di sognare perché è diventato un valore extrasociale. La felicità di ognuno dovrebbe essere un diritto sancito dalla Costituzione. Stiamo diventando simili agli insetti, come dice Battiato. Oggi la parola d’ordine è “fresh”, un tentativo di cancellare le nostre radici. Senza passato, siamo neoprimitivi nella caverna di Platone fatta di pixel e byte».
Che consiglio dà a questi studenti?
«Riconoscete la cosa che vi rende felici e percorrete il sentiero guidati dal cuore, non dall’intelligenza artificiale. L’intelligenza ti aiuta a risolvere problemi, ma è la coscienza che ti dà la capacità di sentire. È la passione a fare la differenza. Passione e duro lavoro. Se sei milionario e infelice, fai solo la fortuna delle case farmaceutiche. Vorrei citare Gesù nel vangelo apocrifo di Tommaso: “Se fai accadere quello c’è dentro di te, quello che farai accadere ti salverà. Se non fai accadere quello che c’è dentro di te, quello che non avrai fatto accadere ti distruggerà».