ROMA — Levante, cioè Claudia Lagona, 37 anni, dalla Sicilia, a Torino fin da adolescente, è una cantautrice inintegrabile. L’industria ha provato più volte a farla sua, due volte a Sanremo e, prima, giudice di X Factor, ma è come se si fossero respinti a vicenda e lei sia rimasta la selvaggia di quando nel 2013 aveva cominciato con Alfonso, dove urlava: “Che vita di m…!”. Per esempio, ora ha scritto la colonna sonora di FolleMente, la nuova commedia di Paolo Genovese, un inside out romantico e all’italiana con emozioni che spuntano dovunque, ma dice: «Non l’ho ancora visto».
Prego?
«Giuro. Mi hanno mandato la sinossi, che mi ha conquistata, in autunno, chiedendomi un pezzo per i titoli di coda. È già tanto che mi abbiano trovata, sto scrivendo il nuovo album tumulata nel mio studio seminterrato. Questa canzone, che ora s’intitola Follemente, era già pronta e, credo, adatta. Il dubbio è solo sul finale: parlo di due che si aprono a vicenda, ma poi si lasciano; magari il film termina be…
ROMA — Levante, cioè Claudia Lagona, 37 anni, dalla Sicilia, a Torino fin da adolescente, è una cantautrice inintegrabile. L’industria ha provato più volte a farla sua, due volte a Sanremo e, prima, giudice di X Factor, ma è come se si fossero respinti a vicenda e lei sia rimasta la selvaggia di quando nel 2013 aveva cominciato con Alfonso, dove urlava: “Che vita di m…!”. Per esempio, ora ha scritto la colonna sonora di FolleMente, la nuova commedia di Paolo Genovese, un inside out romantico e all’italiana con emozioni che spuntano dovunque, ma dice: «Non l’ho ancora visto».
Prego?
«Giuro. Mi hanno mandato la sinossi, che mi ha conquistata, in autunno, chiedendomi un pezzo per i titoli di coda. È già tanto che mi abbiano trovata, sto scrivendo il nuovo album tumulata nel mio studio seminterrato. Questa canzone, che ora s’intitola Follemente, era già pronta e, credo, adatta. Il dubbio è solo sul finale: parlo di due che si aprono a vicenda, ma poi si lasciano; magari il film termina bene».
Se non ha visto questo, ha visto almeno “Inside out”. In lei che emozioni ci sono?
«Rabbia. Ho perso mio padre a nove anni e questo mi ha lasciato mostri dentro. Poi tristezza. Con il tempo ci ho fatto pace, però. Oggi ha spazio la gioia. È il bello di crescere».
Di solito spaventa chi fa il suo mestiere.
«Sarà che la mia faccia è uguale da dieci anni, è il dna siculo. Ho capito che non avrò mai alcune risposte, ma prendo confidenza con me stessa. Mio padre se ne è andato giovane, in cambio voglio morire vecchissima, con lo stile».
Intanto arriviamoci. Che futuro vede?
«Brutto. Dopo il parto sono andata in depressione, mi sono messa a leggere i quotidiani, ritagliando titoli per comporci delle poesie. Sono diventati una raccolta, Opera quotidiana (Rizzoli). Ho scritto versi d’amore partendo dalla cronaca nera, dall’orrore che abbiamo intorno».
Le parole cambiano la realtà?
«Possono migliorarla. Mia figlia è nata appena prima della guerra in Ucraina. Poi Gaza. Rabbia che genera rabbia. Ma in che mondo l’ho portata?».
Follemente è una canzone d’amore. L’amore s’impara?
«Il minimo. Non lo si segue, cresce come una persona, come mia figlia. Non appena avevo decifrato i suoi primi versetti, era già un’altra».
Anche lei è cambiata. In Alfonso cantava: “Che vita di m…!”.
«Se potessi mi godrei ancora di più quel momento. Passai dal fare cappuccini a suonare in apertura al concerto di Max Gazzè, cinque canzoni in venti minuti, da sola con la chitarra. Coronavo tredici anni di gavetta e studio, da quando era bambina. E poi fu una piccola rivoluzione».
Come mai?
«Non c’erano cantautrici della mia età, Carmen Consoli era di una generazione precedente. La gente si stupì che una ragazza urlasse della sua “vita di m…”. Non fu facile essere presa sul serio. A una donna è sempre richiesto di essere impeccabile, purtroppo. La fortuna fu essere un maschiaccio: non averci messo il corpo mi ha riparato da dinamiche tossiche».
Giorgia si è lamentata del podio al maschile di Sanremo. Era la sola donna in top 10.
«È vero e mi dispiace. La gara lascia il tempo che trova, entrano fattori – la simpatia, l’attesa – imponderabili. Ero sicura che Joan Thiele, per esempio, arrivasse più su. Ma non penso che il Paese non voti le donne, altrimenti il podio del 2024 non ci sarebbe stato. È che siamo svantaggiate: l’industria non ci supporta a nessun livello, pregiudizi e disparità sono ovunque. Le classifiche sono le conseguenze».
Come si cambiano le cose?
«Rompendo le scatole. Le rivoluzioni non si fanno in punta di piedi. Perfino le bambine, per dire, sono scoraggiate a prendere in mano certi strumenti».
A loro cosa direbbe?
«Di seguire l’istinto e non farsi dire chi diventare. Ma vale per tutti. La prima volta rideranno, la seconda e la terza anche. Ma alla quarta scatta l’applauso. Ha visto Lucio Corsi? Lo stimo tanto».
C’è un podio di cantautori. Da madre, L’albero delle noci che effetto le fa?
«Ho pianto. Maternità e paternità sono costrutti sociali, con il mio compagno ci dividiamo i compiti, le vecchie figure non ci sono più. Anzi, io faccio pure meno di lui e mi dispiace. Voglio parlare di genitorialità. E poi fin dalle prime settimane ho messo mia figlia in braccio a chi stimo: sono la mamma e lui il papà, ma è giusto che trovi dei maestri ovunque».
E da cantautrice, come sta la categoria?
«C’è un ritorno. Il cantautore per definizione non scende a compromessi. Il podio di Sanremo dice che c’è voglia di verità, di vedere l’anima degli artisti. Risposte, ripeto, non ne abbiamo. Ma almeno facciamoci le domande giuste».