Si è portato un tappeto da casa sul palco. Pochi minuti prima dello show un inserviente ci passa l’aspirapolvere, altro che Rolling Stones. «Il tappeto è come una casa — spiega Jovanotti al pubblico — e nelle culture nomadi dell’Asia centrale è anche un simbolo esoterico: ovunque lo stendi, sei un principe». Su quel tappeto Lorenzo è tornato a volare per due ore e mezza e 35 brani nel concerto che, dopo il debutto di martedì all’Arena di Pesaro, arriverà a 50 date.
Jovanotti, il debutto del tour "Palajova" a Pesaro
Si parte alle 20.57 dalla sigla tv di Conan, il ragazzo del futuro (“Un domani ancora c’è, dai Conan tutto deve ricominciare, mettici tanto amore…”) e si finisce con quella del Muppet Show, forse con un pizzico di autoironia. In mezzo, lui, nel suo universo incantato tutto fiori, love e oh yeah che va da Baricco a Tamberi (salutati in tribuna), da Dumas a Zorb…
Si è portato un tappeto da casa sul palco. Pochi minuti prima dello show un inserviente ci passa l’aspirapolvere, altro che Rolling Stones. «Il tappeto è come una casa — spiega Jovanotti al pubblico — e nelle culture nomadi dell’Asia centrale è anche un simbolo esoterico: ovunque lo stendi, sei un principe». Su quel tappeto Lorenzo è tornato a volare per due ore e mezza e 35 brani nel concerto che, dopo il debutto di martedì all’Arena di Pesaro, arriverà a 50 date.
Jovanotti, il debutto del tour "Palajova" a Pesaro
Si parte alle 20.57 dalla sigla tv di Conan, il ragazzo del futuro (“Un domani ancora c’è, dai Conan tutto deve ricominciare, mettici tanto amore…”) e si finisce con quella del Muppet Show, forse con un pizzico di autoironia. In mezzo, lui, nel suo universo incantato tutto fiori, love e oh yeah che va da Baricco a Tamberi (salutati in tribuna), da Dumas a Zorba, da Neruda alla poetessa Gualtieri, insomma sempre da Che Guevara fino a Madre Teresa, lui Jovanotti, un cartone animato di ormai 59 anni — un po’ Pippo, un po’ Peter Pan e un po’ pure Candy Candy — condannato all’allegria su un’isola che c’è sempre meno. L’isola alla quale fa invece esplicito riferimento è Montecristo, la cui immagine sullo schermo 22x8 dà il via allo spettacolo: Montecristo, come la prima (nuova) canzone della scaletta, come simbolo del ritorno alla vita. “Tutti per uno. Uno per tutti” c’è scritto. Tutti sono quei novemila, dai nonni ai nipoti, e l’Uno è lui. Che si sente un sopravvissuto, resuscitato da quella rovinosa caduta in bici (scorrono anche le immagini e le flebo) dopo aver perfino temuto che la sua carriera ne uscisse compromessa: la sua tribù lo sa e lo accoglie affettuosa come un reduce nonostante siano poi passati appena due anni e mezzo dall’ultimo live, percepiti quindici, come quelli trascorsi da Edmond Dantes nelle segrete.
Jovanotti però non ha rancori né propositi di vendetta, solo di festa, musica della madonna e gente divertente. «Grazie per avermi aspettato, mi fate emozionare» risponde sul serio toccato alle decine di cartoncini che dicono “bentornato”. E ricomincia a pedalare, palasport in spalla, per rimettere in moto la sua fabbrica del sorriso. «Il contentometro è a palla, si vede che sono contento, vero?»: si vede, si vede. E pure che è un po’ preoccupato per la forma fisica, per la voce, in previsione delle altre date del tour. I suoi fan sanno di che parla, sono invecchiati con lui, a contare le teste argentate sotto le bandane sulle gradinate. «Mi sono sfasciato come al solito, anche se dovrei stare più tranquillo» , ammetterà alla fine.
Smoking rosso e camicia bianca, Jova cambia solo copricapo senza rinunciare al berrettino stile baseball, con una visiera formato eliporto, il suo marchio, anche se ormai fa più Trump che tramp. Nella JovAtmosfera — definizione del comunicato stampa — è tutto rose e fiori e la realtà non entra, al massimo fa capolino dal videowall (compariranno anche Salvini sul tapis roulant e la Meloni coi meloni in mano…): almeno qui trionfa l’amore, «ne sono sempre più sicurissimo» , scherza dopo il Big Bang. Amore, informa Lorenzo, è la parola più presente nei suoi testi («Me lo ha detto ChatGPT: seguita da vita, mondo, libertà e sole»), l’unica speranza, l’unica salvezza. All you need is Jova.
Altre risposte non gli spettano e non ne ha: sebbene sia sempre più difficile, pensare positivo rimane il suo karma, la via maestra da percorrere anche con le tasche piene di sassi. Il messaggio da figlio o zio dei fiori è chiaro fin dalla scenografia, con questi dieci fari tulipani da 1.300 chili l’uno che sbocciano a illuminare la platea. Lo show è «una Ferrari a pedali e a petali che va alla velocità della luce e a passo di danza». Lancia fiori dal bouquet bianco durante Serenata rap, li elenca a raffica all’inizio, dai campi di lavanda provenzali ai girasoli toscani, dal giardino delle mille e una notte ai ciliegi del Monte Fuji, in una filastrocca che porta a Neruda («Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera: perché noi ce l’abbiamo dentro») e in un concerto che sbarca infine dritto all’estate. «L’estate è la più grande invenzione italiana, altro che Rinascimento — esagera in trance verso l’apoteosi finale — l’estate c’è solo da noi, l’abbiamo esportata in tutto il mondo». Perché, comunque, Lorenzo è poi sempre l’amico delle nostre vacanze, il deejay salvavita, quello del beach party fiero di esserlo: «Noi siamo quelli delle infradito anche a Capodanno», rivendica. Il trasgressometro sbadiglia, ma si sa che i PalaJova non sono posti da satanisti. La sua gente della notte ormai si fa di melatonina.
E se questo mondo è un Titanic, beh, non resta che ballare più forte: dal sirtaki (con Anthony Quinn sulla spiaggia greca) a Kermitt e Piggy, è tempo di far musica. «Come in un sabato sera italiano che sembra tutto perduto e poi ci rialziamo». Lui sì, ragazzo sempre fortunato, noi speriamo.