Faccio boxe. Male, però la faccio», ci dice a un certo punto Joan Thiele e allora - anche se ci starebbe bene - bisogna mettersi in guardia e schivare la tentazione di interpretare la sua musica, che invece fa benissimo, alla luce del “danza come una farfalla, pungi come un’ape”, lezione di ring e di vita elargita da Muhammad Ali. Meglio tornare all’inizio, a quando avevamo chiesto alla cantautrice trentatreenne perché alla fine del suo nuovo album, Joanita, ha inserito Pazzerella, un minuto e otto secondi in cui una donna canta con voce rotta una sorta di ninna nanna. «È mia nonna Gianna. Ha 88 anni e l’ha scritta per me».
È in napoletano.
«Lei è arrivata a Corsico, in provincia di Milano, negli anni sessanta. A Napoli lavorava in un forno, qui ha cercato alternative. È l’anima più gentile che io conosca».
Una sorpresa o l’ha coinvolta lei nel disco?
«Gliel’ho chiesto un anno e mezzo fa. “Nonna, canti sempre Murolo. Fai una canzone per me?”. Mia zia suona la chitarra, si sono messe a scrivere parole e melodia. Quando mia cugina mi ha girato l’audio su whatsapp mi sono sentita devastata. Pazzerella è il modo in cui mi chiama sin da bambina».
Per il titolo del disco ha scelto un altro diminutivo.
«Joanita è il mio alter ego. È la quindicenne incazzata che a Desenzano sul Garda si chiudeva in stanza a suonare i Led Zeppelin».
C’è tanta chitarra elettrica nelle sue nuove canzoni.
«Perché tutto il disco è un tentativo di riconnettermi a quella stanza, a quell’energia. È un ponte verso la bambina interiore, se posso chiamarla così. Tendo al controllo, volevo lasciarmi andare».
Ci è riuscita?
«Ci ho provato. Il disco è nato da un sogno».
Dall’incontrollabile per definizione.
«Una notte ho sognato di lavorare con Piero Umiliani, uno dei miei miti. L’ho raccontato in una storia sulla pagina Instagram dove posto colonne sonore. Ho taggato quella che credevo essere una fanpage».
E invece?
«Mi hanno risposto le sue figlie. Mi hanno invitata a Roma, nel loro studio. Mi hanno consentito di setacciare l’archivio di loro padre. Non solo: ho potuto anche rielaborare alcune di quelle musiche. Quattro canzoni dell’album sono nate così. Insomma, grazie a un sogno ho realizzato un sogno».
Quando ha iniziato a suonare?
«Da bambina, la prima chitarra l’ho presa dall’altra mia nonna. Lei la suonava ma di nascosto. Diceva: non è uno strumento musicale adatto alle donne».
La prima canzone che ha provato a fare?
«Stairway to Heaven. Poi qualcosa dei Green Day. Ma amavo anche Avril Lavigne: nel senso che ci sono anche momenti di normalità nel mio passato».
La prima canzone che ha scritto?
«A diciotto anni. Ne ho scritte anche da più giovane ma non le voglio neanche ricordare».
Quando ha fatto uscire la sua musica dalla “cameretta”?
«Più o meno nello stesso periodo. Quando è iniziata la mia fase da busker sul Lago di Garda».
Il primo concerto al coperto?
«In un bar di Torbole. È sempre lì, in zona».
Sempre applausi?
«Ho ricevuto anche dei “no”».
Dopo il lago di Garda si segnalano suoi avvistamenti in Colombia, Canada, Inghilterra.
«Ho una famiglia ben distribuita sul globo. Mio padre è svizzero, parte della sua famiglia è colombiana. Il viaggio è una dimensione naturale e il Sudamerica è uno dei posti in cui vado più spesso. A Londra ho iniziato a far musica sul serio».
I suoi genitori erano d’accordo?
«Mi hanno lasciata libera. Ma sin da subito ho dovuto essere indipendente: ho suonato anche cinque volte a settimana, ho lavorato nei bar, nei campeggi».
Come era quella Joan?
«Il mio segno zodiacale è la Vergine. È una rottura di palle che non si può capire, mi massacro in continuazione. Ma mi guardo indietro con tenerezza sapendo che direi una bugia se dicessi che è sempre stato tutto facile e bellissimo».
Mai pensato di mollare?
«Non posso. Senza retorica: la musica per me è un’urgenza, il modo che ho per curarmi. A volte diventa problematico, troppo serio e importante. Perciò con le nuove canzoni ho voluto anche giocare».
E adesso le tocca.
«Cosa?».
Parlare dell’ultimo Sanremo.
«Pensavo che skippassimo…».
E come si fa? Iniziamo dalla top 5 tutta maschile.
«Due cose. La prima: sono felice per Lucio Corsi, Brunori, Olly: il cantautorato è vivo e vegeto. La seconda: l’assenza di donne fa riflettere. È un tema che non riguarda solo la musica: noi facciamo ancora un po’ di fatica in più».
Quale delle altre canzoni in gara le è piaciuta?
«Dimenticarsi alle sette… (canticchia, ndr). La Elo è stata assurda. Anche Lauro ha spaccato. Gliel’ho scritto».
A proposito di messaggi: Emis Killa dice che lei non gli risponde, non se lo è filato e che non le parlerà mai più.
«Che?!».
Proprio così.
«Oddio…ma non l’ho visto! Il telefono durante Sanremo esplode. Dopo lo chiamo…».
Fa solo boxe o anche altri sport?
«Da qualche mese mi sveglio prima, mangio bene, non bevo e non fumo…ma non è che prima fossi una maledetta...».
Con la musica ha vinto un David. Voglia di fare l’attrice? La regista?
«Sono in grado? Non lo so ma mi viene un bel: magari…».
Il film del cuore?
«La ragazza con la pistola».
E il libro?
«Glieli evito, sono tutti manuali tipo: come ritrovare se stessi. Controllo anche il disordine ma ho bisogno di ricentrarmi di tanto in tanto».