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ll tour di Brunori Sas: “Porto una voce diversa oltre il palco di Sanremo”

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Reduce dal successo al festival de “L’Albero delle noci”, il cantautore parte per un giro di concerti in tutta Italia
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Tony Effe, quando l’ha visto nei camerini di Sanremo, l’ha scambiato per Peppe Vessicchio: ci ha messo un po’ a realizzare che dietro barba, occhiali e sguardo da buono ci fosse in realtà Brunori Sas, «un artista, uno che fa i palasport». Il punto è che Dario Brunori – 47 anni e una canzone, L’albero delle noci, dedicata alla figlia piccola che all’Ariston ha fatto commuovere mezza Italia – non ha il fisico e la faccia di chi siamo abituati a vedere lì. E invece eccolo: sette date al chiuso fino a fine mese, poi un tour estivo con tappe, a Roma e a Verona, con orchestra. Il debutto, venerdì scorso a Vigevano.

A modo suo: «Ho messo le canzoni al centro, senza fronzoli. Così sono libero di cazzeggiare, parlare, improvvisare». A misura d’uomo. L’unico “lusso” è un palco a forma, appunto, di noce. L’unico video, un filmato del matrimonio dei genitori: «Mi piace vincere facile», scherza. «La famiglia è il mio nucleo, la cert…

Tony Effe, quando l’ha visto nei camerini di Sanremo, l’ha scambiato per Peppe Vessicchio: ci ha messo un po’ a realizzare che dietro barba, occhiali e sguardo da buono ci fosse in realtà Brunori Sas, «un artista, uno che fa i palasport». Il punto è che Dario Brunori – 47 anni e una canzone, L’albero delle noci, dedicata alla figlia piccola che all’Ariston ha fatto commuovere mezza Italia – non ha il fisico e la faccia di chi siamo abituati a vedere lì. E invece eccolo: sette date al chiuso fino a fine mese, poi un tour estivo con tappe, a Roma e a Verona, con orchestra. Il debutto, venerdì scorso a Vigevano.

A modo suo: «Ho messo le canzoni al centro, senza fronzoli. Così sono libero di cazzeggiare, parlare, improvvisare». A misura d’uomo. L’unico “lusso” è un palco a forma, appunto, di noce. L’unico video, un filmato del matrimonio dei genitori: «Mi piace vincere facile», scherza. «La famiglia è il mio nucleo, la certezza da sempre. Ma non cadiamo nella retorica reazionaria». Un puro, uno da rivoluzioni gentili. «Vorrei che la gente guardasse noi che suoniamo e non lo schermo».

Comincia solo, chitarra e voce, con Il pugile, la prima canzone del primo album, titolo deandreiano e beneaugurante, Volume 1, del 2009. Canta: “E sì lo so che sei imbattibile, che sei perfetto irraggiungibile, mentre io sono un fiore”. È ancora così, ma ora i “fiori” sono migliaia. «Questo pezzo lo suonavo nei locali, durante la gavetta. Non voglio fare l’eroe, ma arrivare ai palasport con ormai i capelli bianchi ha un altro sapore». La band, otto elementi compresi gli archi, entra dopo, L’albero delle noci arriva in chiusura. In mezzo, due ore per un repertorio vasto già prima dell’Ariston, che gli ha permesso di costruire «un rapporto forte con il pubblico».

Ride: «È come se ci conoscessimo, mi chiamano “Darione”. Sarà per il fisico». Un percorso costruito con il tempo, dove spicca l’inno Canzone contro la paura, del 2017. «Vedevo che sui social si stava diffondendo un linguaggio d’odio: oggi purtroppo ha fatto passi avanti, è entrato nei palazzi di potere».

E certo però un meteorite come Sanremo, perfino in questa repubblica felice e indipendente della musica italiana, qualcosa avrà cambiato. Almeno nelle convinzioni. «C’è voglia di verità, l’ho capito lì. Non me lo aspettavo, lo dimostra anche il successo di Lucio Corsi», con cui peraltro condivide il manager. «Ho partecipato in nome del pluralismo: per portare una voce diversa nel nazionalpopolare. È andata bene, poi magari è un attimo che noi cantautori torniamo al museo». Intanto i palasport sono pieni e a Sanremo è stato il più televotato. Anche più dei rapper. «Ah, certo. È stato uno smacco ai miei nipoti», ride. Tutto in famiglia. Una famiglia di migliaia di fan.

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