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Gaia: “Nel nuovo disco canto la mia saudade e le mie piccole cicatrici”

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Dopo il successo di “Sesso e samba” e la partecipazione a Sanremo, la cantautrice pubblica “Rosa dei venti”, in uscita venerdì 21 marzo. “Ci sono pezzi in cui si balla e altri per piangere: possono convivere, come i venti stessi”
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ROMA – Dimentichiamoci, almeno in parte, la Gaia estiva di Sesso e samba e quella, ancora da hit, dell’ultimo Sanremo con Chiamo io chiami tu, neanche brillante in classifica finale ma decollata, questi giorni, su TikTok, grazie a un video in cui ha raccontato la coreografia pensata da Carlos Diaz Gandia. «È una bella rivincita», dice, «ma c’è altro di me». E cioè dei lati da cantautrice, evidenti nel nuovo album Rosa dei venti, in uscita venerdì (e in concerto a Milano, al Fabrique, il 7 maggio), dove la 27enne cantante italobrasiliana, cresciuta a cavallo tra i due paesi, ex Amici, si mette a nudo. «Ci sono pezzi in cui si balla e altri per piangere: possono convivere, come i venti stessi, senza dover per forza prendere una direzione unica». Lei, per ora, non si schioda. «È il bello dei vent’anni», scherza.

Le orecchie però vanno su Cicatrice, il pezzo più intenso di questo lotto tra urban e saudade (c’è anche il legg…

ROMA – Dimentichiamoci, almeno in parte, la Gaia estiva di Sesso e samba e quella, ancora da hit, dell’ultimo Sanremo con Chiamo io chiami tu, neanche brillante in classifica finale ma decollata, questi giorni, su TikTok, grazie a un video in cui ha raccontato la coreografia pensata da Carlos Diaz Gandia. «È una bella rivincita», dice, «ma c’è altro di me». E cioè dei lati da cantautrice, evidenti nel nuovo album Rosa dei venti, in uscita venerdì (e in concerto a Milano, al Fabrique, il 7 maggio), dove la 27enne cantante italobrasiliana, cresciuta a cavallo tra i due paesi, ex Amici, si mette a nudo. «Ci sono pezzi in cui si balla e altri per piangere: possono convivere, come i venti stessi, senza dover per forza prendere una direzione unica». Lei, per ora, non si schioda. «È il bello dei vent’anni», scherza.

Le orecchie però vanno su Cicatrice, il pezzo più intenso di questo lotto tra urban e saudade (c’è anche il leggendario Toquinho, con cui ha duettato all’Ariston), dove canta del “primo pensiero suicida a 15 anni”, mentre qua e là fa ascoltare i consigli dei genitori. Un invito a rallentare. «Ho avuto dei piccoli crolli, che ho trovato il coraggio di sfogare qui. Prima mi veniva più facile scriverne in portoghese, ma ora con l’italiano è stata una liberazione». La cicatrice più grande? «La mostrerò con il tempo. Per adesso ne ho aperte di piccole, per fare entrare luce. Ho composto il brano piangendo, questo è un mestiere pieno di trappole per la salute mentale».

Già. E a proposito, De Gregori cantava: “Per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo”. «Ho imparato a disinnescare i meccanismi tossici di quest’ambiente. Ci chiedono numeri, ascolti. Di gareggiare tra noi. Ma non vale solo per la musica. In risposta vado in terapia, faccio viaggi disconnessa, curo il corpo, chiamo mia sorella per passare tempo insieme quando ne ho bisogno. Coltivo altro, oltre al lavoro». Tipo la passione per l’astrologia, che sta imparando, dice, a padroneggiare. Alle stelle chiede quando pubblicare nuova musica. «Lo facevano anche gli antichi. E, oggi, i grandi manager».

Più densa la parte sulla sorellanza, un altro degli assi più o meno evidenti di Rosa dei venti. «Il patriarcato vuole che le donne siano in competizione», dice. «Non è vero, ho un ottimo rapporto con tante, da Elodie a Giorgia e Joan Thiele. Semmai: perché a un uomo non si chiede mai se un collega gli sta antipatico, mentre a una donna sì?».

C’è stoffa su cui ricamare. Il punto, più che altro, è se una svolta del genere possa spiazzare il pubblico che si aspetta la Gaia delle hit — che comunque c’è, ma più in ombra — o sminuire questa presa di coscienza. «Non lo so, ho capito che se una canzone mi fa stare bene, arriva e basta. È il segreto delle hit, ma anche di quelle più intime. Conta l’energia che ci si mette. Ed è un concetto, lo so, più brasiliano che occidentale. Qui siamo meno abituati ad ascoltare noi stessi, convinti che la risposta sia sempre e solo “materiale”». La paura più grande? «Arrivare a meta, qualunque essa sia, senza essermi goduta il viaggio».

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