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Le fiere note dei Berliner Philharmoniker: con Muti l’Italia festeggia

La Berliner Philharmoniker è composta da 150 orchestrali 

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Per la prima volta siamo entrati “in casa” dell’orchestra più famosa del mondo. Che torna in Italia diretta dal maestro
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BERLINO – Anche a Berlino hanno il loro conclave. Musicale, però. Infatti, quando è il momento di scegliere un nuovo direttore, i centocinquanta orchestrali della Filarmonica si riuniscono in un luogo lontano dai riflettori per vagliare le candidature dei papabili. L’ultima volta è accaduto nel 2015 per eleggere Kirill Petrenko. Prima ci sono stati Simon Rattle, e Claudio Abbado, e Herbert von Karajan che su quel podio ha regnato da sovrano assoluto per tre decenni. E così indietro nella storia fino al 1882, quando è nata l’orchestra più democratica (e forse più gloriosa) al mondo. Che del suo collettivismo va fiera. Era un 2 maggio. Perciò, dacché è caduto il muro, ogni anno, attorno a quella data l’orchestra tiene una tournée celebrativa in un Paese d’Europa. Ancora viva, nei Berliner, la memoria di quello dell’anno passato, in Georgia. Mentre il teatro risuonava di note, nella piazza antistante la popolazione manifestava contro il governo e in favore dell’adesione all’Unione europe…

BERLINO – Anche a Berlino hanno il loro conclave. Musicale, però. Infatti, quando è il momento di scegliere un nuovo direttore, i centocinquanta orchestrali della Filarmonica si riuniscono in un luogo lontano dai riflettori per vagliare le candidature dei papabili. L’ultima volta è accaduto nel 2015 per eleggere Kirill Petrenko. Prima ci sono stati Simon Rattle, e Claudio Abbado, e Herbert von Karajan che su quel podio ha regnato da sovrano assoluto per tre decenni. E così indietro nella storia fino al 1882, quando è nata l’orchestra più democratica (e forse più gloriosa) al mondo. Che del suo collettivismo va fiera. Era un 2 maggio. Perciò, dacché è caduto il muro, ogni anno, attorno a quella data l’orchestra tiene una tournée celebrativa in un Paese d’Europa. Ancora viva, nei Berliner, la memoria di quello dell’anno passato, in Georgia. Mentre il teatro risuonava di note, nella piazza antistante la popolazione manifestava contro il governo e in favore dell’adesione all’Unione europea.

Robinson, Berliner Philharmoniker: storia dell'orchestra più famosa del mondo

Ora l’Europakonzert torna per la quarta volta in Italia: il 1° maggio al Petruzzelli di Bari, il 2 al PalaDozza per l’inaugurazione del Bologna Festival. Dirige Riccardo Muti, che con i Berliner vanta un’amicizia d’oltre mezzo secolo (insieme, nella penisola, non venivano dal 2009): in programma la sinfonia del Guglielmo Tell di Rossini, Le quattro stagioni dall’opera I vespri siciliani di Verdi e la seconda sinfonia di Brahms. I Berliner vanno fieri anche del loro suono sontuoso. Ma a Bologna dovranno accontentarsi dell’acustica di un palazzetto dello sport. «Un compromesso necessario per avere uno spazio vasto, con più pubblico, e ottenere un’importante ricaduta filantropica», spiega la general manager Andrea Zietzschmann. Infatti — anche grazie alla sponsorizzazione dell’imprenditore Francesco Bernardi — l’incasso di 200 mila euro sarà devoluto in beneficenza; poi il festival ospiterà la London Symphony guidata da Antonio Pappano (9 giugno) e Petrenko con l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai (17 ottobre).

Il maestro Riccardo Muti 

Alla vigilia della partenza, i Berliner hanno concesso in via eccezionale l’ingresso di un quotidiano a casa loro, la Philharmonie, dietro Potsdamer Platz. Edificio progettato da Hans Scharoun a inizio anni ‘60 — poco prima che intorno crescesse il muro e ne rabbuiasse le ampie finestre — e da Karajan vigilato in ogni dettaglio, racconta la violinista Eva-Maria Tomasi, austriaca di radici italiane, quarta donna ammessa in questo complesso, per un secolo orgogliosamente maschilista. Oggi, alle soglie della pensione, lei è anche parte del board dei Berliner, organismo che fa da cinghia di trasmissione tra la volontà degli strumentisti, la dirigenza e i politici locali e nazionali. «Ogni decisione è comunitaria. Prima di riunirci in conclave lavoriamo almeno un annetto per stendere una lista condivisa di nomi».

Pure le audizioni per l’assunzione di nuovi orchestrali si svolgono di fronte all’intero complesso. «La nostra piccola società musicale rappresenta un esempio di come dovrebbe funzionare la società civile. Persone differenti per provenienza, idee e cultura — meno del 50% degli strumentisti sono tedeschi, un paio gli italiani: il fagottista Daniele Damiano e il violinista Simone Bernardini — devono trovare equilibri che soddisfino l’interesse generale. L’esatto contrario di Prova d’orchestra di Fellini», sottolinea Zietzschmann, arrivata ai Berliner in epoca Abbado. Del quale ricorda l’attitudine a lavorare in comunità e l’apertura a progetti che legassero cultura e letteratura alla musica. Mentre sir Rattle, ispirandosi a modelli britannici, ha spinto i Berliner all’impegno sul settore “educational”.

E Petrenko, che ai media si nega? «Profondamente dedito alla musica, parla attraverso quella, senza bisogno di interviste. Poi ai concerti per famiglie è loquace, alla mano, nello spiegare i pezzi. Con lui abbiamo incrementato l’incidenza nel sociale, tocchiamo le periferie, puntiamo all’integrazione dei rifugiati. Inoltre Petrenko, di origine russa, ha imbastito progetti con l’orchestra di Kiev, anche quella giovanile, per sostenere la resistenza professionale dei colleghi ucraini durante questa guerra». E con Muti che rapporto hanno i Berliner? «È una leggenda vivente, rappresentante di una maniera solida, etica, di concepire la direzione d’orchestra che va sparendo», dice Tomasi. «Fornisce indicazioni precise all’inizio delle prove, poi si fida di noi».

I Berliner che Muti si trova dinanzi sono un’orchestra che sta via via ringiovanendo, seguita attraverso la diffusione online delle sue attività (la Digital Concert Hall) da un milione di persone nel mondo. Eppure nemmeno per una corazzata lussuosa come questa il presente è rose e fiori. Anche qui colpiscono i tagli. Zietzschmann: «Dei 24 milioni di finanziamenti pubblici, nel 2024 ne sono stati tolti ben 4. Lottiamo per non subirne di ulteriori. D’altronde tutti i politici tedeschi, di qualunque schieramento, sono consapevoli che noi, per la Germania, costituiamo un tesoro da preservare».

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