È un volteggio gioioso, candido, liberatorio, un dopo-incubo vissuto in compagnia, cantando a squarciagola. Nel caso di Jovanotti verrebbe quasi voglia di variare di poco il dogma gaberiano. Felicità a volte è uno spazio libero, è partecipazione, e questo dovrebbe essere sempre e comunque un concerto. Vedere per credere. C’è ovviamente un esplicito patto tra lui e il suo pubblico ed è l’autenticità, ma a pensarci bene, sono tutte parole chiave del presente: libertà, partecipazione, autenticità, quelle di questi tempi più minacciate e maltrattate.
Lorenzo da questo punto di vista è addirittura disarmante, ma irresistibile, perché gli si crede anche quando urla: «Renato vai al conclave, fatti eleggere Papa» lanciando l’invito a Renato Zero che si trova in tribuna in linea d’aria nel punto diametralmente opposto al suo. «Sarebbe l’occasione per il primo Papa Zero». Jovanotti è scatenato, in pieno recupero di energie dopo i…
È un volteggio gioioso, candido, liberatorio, un dopo-incubo vissuto in compagnia, cantando a squarciagola. Nel caso di Jovanotti verrebbe quasi voglia di variare di poco il dogma gaberiano. Felicità a volte è uno spazio libero, è partecipazione, e questo dovrebbe essere sempre e comunque un concerto. Vedere per credere. C’è ovviamente un esplicito patto tra lui e il suo pubblico ed è l’autenticità, ma a pensarci bene, sono tutte parole chiave del presente: libertà, partecipazione, autenticità, quelle di questi tempi più minacciate e maltrattate.
Lorenzo da questo punto di vista è addirittura disarmante, ma irresistibile, perché gli si crede anche quando urla: «Renato vai al conclave, fatti eleggere Papa» lanciando l’invito a Renato Zero che si trova in tribuna in linea d’aria nel punto diametralmente opposto al suo. «Sarebbe l’occasione per il primo Papa Zero». Jovanotti è scatenato, in pieno recupero di energie dopo i mesi di “prigionia” e ha ripreso la sua missione esattamente dove l’aveva lasciata prima di cadere nel baratro, solo con una faccia più segnata, cresciuta in un dolore fisico e in una privazione di cui prima non aveva neanche sentore.
Capita che qualcuno vi chieda qual è la vostra canzone preferita di un certo autore? La risposta è quasi sempre difficilissima e di sicuro può variare nel tempo. Se venerdì sera al palazzo dello sport di Roma, dove Jovanotti sta trionfalmente continuando la sua serie di concerti (solo a Roma le date sono 12) mi avessero chiesto la canzone preferita, avrei risposto senza esitazione: Il più grande spettacolo dopo il Big Bang. Non so se è la più bella, non so se è la più appropriata, ma è quella più esaltante nel suo dirci oggi quanto dobbiamo attaccarci alla bellezza, quanto dobbiamo pretendere dallo spettacolo che è il mondo: “altro che il luna park, altro che il cinema, altro che Internet altro che l’opera, altro che Superman, altro che Vaticano... il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi, io e te”, e in questo “io e te” ci si può identificare a perdifiato, ci possiamo mettere cose, persone, figli, città, mondi, opere d’arte, sguardi, ma soprattutto la voglia di esserlo noi quello spettacolo da vedere, di essere esempio, luminosi e pacifici in un panorama di bombe e volgari spacconate politiche.
A settembre Jovanotti fa 59 anni, rimane il “ragazzo fortunato” di sempre, ma è una forma mentis ovviamente, niente a che vedere con dati anagrafici, rimane un convinto spacciatore di energia pulita, le canta tutte o quasi quelle che deve cantare, e da Ragazza magica crea un lungo ponte del tempo che arriva fino ai versi che ha scritto oggi di Un mondo a parte, di nuovo in missione per conto delle divinità del bene quando canta “dice che qui nessuno si ama più, pensano tutti a se stessi”, ma lui no imperterrito. C’è sempre un mondo a parte di bellezza che sta lì, basterebbe solo avere voglia di guardarlo.