ROMA – «Vivo in un Paese che non mi rappresenta, che ha fatto diventare la pratica della maternità surrogata un reato universale. Ci rendiamo conto?». Quindici anni di carriera, otto album in studio, il nuovo tour in partenza da Lignano Sabbiadoro il 15 giugno, Marco Mengoni si racconta nel nuovo numero di Vanity Fair e affronta temi sociali sui quali già in passato non ha nascosto il proprio impegno e la propria visione. A partire dalla maternità surrogata, «ci sono figli nati prima di questa assurdità che cresceranno e scopriranno che i loro genitori sono punibili penalmente. Per fortuna – continua il cantante - ho vicino persone con la mia stessa visione. E sono convinto che quelli che non ce l’hanno siano pochi, ma abbiano più potere». Come artista, continua Mengoni, «io non smetto di prendere posizione, di piantare un seme di riflessione: da sempre il palco per me è un momento per condividere un messaggio, non pretendo di convincere nessuno ma mi piace che il pubblico esca dai miei concerti con spunti e domande».
A una settimana dalla nuova edizione dell’Eurovision Song Contest ricorda quando, nel 2023, dopo la vittoria a Sanremo con Due vite, fu lui a partecipare alla competizione musicale europea, portando sul palco la bandiera arcobaleno. «Sono stato anarchico, ribelle, non avrei potuto avere con me un’altra bandiera oltre a quella dell’Italia. Così ho nascosto, proprio nel Tricolore, la bandiera arcobaleno dell’inclusività totale. Dietro le quinte – racconta – le tenevo strette strettissime entrambe, una dentro l’altra, con l’angoscia che mi cadessero o mi beccassero, e venissi squalificato. Il mio team mi ha “scortato” fino a che non sono salito sul palco».
Un gesto del quale ancora oggi si dice “felice e orgoglioso”: «Non devono essere ammessi limiti all’amore, alle emozioni, ai diritti umani, che vanno ben oltre i diritti civili. Un gesto che all’epoca suonava potente, oggi meno. Sono stati fatti parecchi passi indietro».
Mengoni, l'esibizione all'Eurovision: "Sarà 'sporca', te la devi vivere, non c'è bisogno di essere perfetti"
Ora lo aspetta il tour, «ho scelto di misurarmi con un progetto “audace” – spiega – ancora più dei tour precedenti, mi prendo la responsabilità di ogni scelta, dal numero di luci sul palco al materiale dei vestiti dei performer. Ho in testa un’idea precisa: far tuffare il pop, sono un cantante popolare e ne vado fiero, nell’opera. Ciò che porto in questo tour coincide poi con il mio recente percorso, un processo di decostruzione per ricostruire, come del resto capita alla società. Scavare, levare le macerie, riassestare ciò che resta e partire di nuovo». E dopo gli stadi, il tour europeo in autunno: «Lo faccio ormai da tanti anni, sono cambiati gli spazi, dai club ai palazzetti. Esibirmi all’estero mi pare normale: non credo nei confini, nelle dogane che bloccano. L’Italia è in Europa e io sono un italiano europeo, un iper europeo. Aggiungerei la tappa di Budapest per lanciare un messaggio».
Infine, il grande dolore che lo ha colpito alla fine dello scorso settembre, la scomparsa di sua madre Nadia Ferrari: «Il tempo passa, ma è come se fosse successo sempre ieri. Non ne avevo ancora parlato fino a oggi, ho cercato di non farlo o di lasciare il compito alla musica. Ogni volta che ci penso è come entrare in una stanza con un buco gigante, so che col tempo ci costruirò anche un recinto e magari cresceranno dei fiori, però quella sensazione – conclude Mengoni - resterà sempre».