Spettacoli

Fabio Rovazzi: “I tormentoni spengono il cervello? E che male c’è. Non ero preparato al successo”

Fabio Rovazzi: “I tormentoni spengono il cervello? E che male c’è. Non ero preparato al successo”

Torna con il nuovo singolo, “Red flag” insieme a Paola Iezzi e Dani Faiv. E racconta: “Sanremo? Ci andrei solo se facessi parte di duetto folle tipo con Andrea Bocelli”

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Che stia per arrivare l’estate, lo si capisce anche da segnali più piccoli, per esempio le belle giornate, ma lo stesso inequivocabili. Tipo questo: c’è un brano nuovo di Fabio Rovazzi in radio. Questo scelto per il 2025 s’intitola Red flag, con lui cantano Paola Iezzi e Dani Faiv e ironizza su quei segnali da codice rosso che emergono nelle relazioni d’amore. “Tipo sentirsi ancora con il proprio ex”, spiega il 31enne cantante, attore e conduttore milanese. “Per chi bazzica i social, soprattutto TikTok, è un’espressione risaputa. Per gli altri magari no”.

A nove anni, quindi, da Andiamo a comandare e un successo che per mesi lo aveva reso tra i personaggi più chiacchierati del nostro Paese – e con in mezzo altre hit con ospiti vecchi e nuovi della musica italiana, il cinema e la tv – rieccolo giocare con i meme e le frasi a effetto. Guai a ripetersi o, peggio, farsi mangiare dalla routine: “Ogni anno deve scattare la scintilla”.

Dicono: i tormentoni spengono il cervello.

“Vero. Ma che male c’è? Ogni tanto, per l’estate, per qualche settimana, si può fare. Anche pensare troppo, ho capito, è nocivo”.

Questa Red flag com’è nata?

“Ho raccolto i segnali d’allarme più in voga: sentirsi ancora con il proprio ex, amare il gossip, il trash, cose così. Ammetto che, prima di scriverla, ne avevo compilato una lista lunghissima e un po’ pesante, ma ho scelto quelle generiche. Un po’ perché ciascuno a le proprie ‘red flag’, e perché non volevo fare danni e ridere di argomenti delicati: alcune avvisaglie sono anche alla base di relazioni tossiche, visti i tempi ho preferito evitare”.

Autocensura?

“Non cerco guai. Oggi sembra che sui social la gente non aspetti altro che uno sbaglio, per dare addosso a chi lo compie. Poi, si figuri, l’anno scorso ho litigato con mezza giunta di Milano”.

Per una trovata pubblicitaria: si era fatto “rubare” il cellulare a Milano per annunciare un nuovo brano. Pentito?

“No. È stata una bella idea di marketing, ma mi ha messo al centro delle polemiche e in mezzo ai politici. Due posti dove non so – e non voglio – stare. Quindi stavolta sono stato calmo”.

Nel lavoro, ha le sue “red flag”?

“Poche. Detto che non so quali ‘red flag’ possa ispirare io sugli altri, per me scattano quando mi propongono un pezzo già scritto da altri, su cui cantare. Non lo so fare, ma in generale sono più per la parte creativa, anche per avere canzoni su misura. Ho detto tanti ‘no’, in questo senso. Lì per lì bruciano, si rinuncia a un sacco di soldi. Ma ho capito che alla lunga si ripagano comunque”.

È un pezzo più elettronico dei suoi standard.

“Ho cominciato lavorarci con i Room9, un trio di dj e produttori con cui ho una passione comune, l’elettronica appunto. Paola Iezzi mi sembrava perfetta, perché ha vissuto il mondo della dance da protagonista. Dani Faiv, invece, è un fratello. È un brano tech-house, un genere che amo ma che ho lasciato un po’ da parte per il pop. Eppure, mi creda, quando vivevo negli Stati Uniti, agli inizi, ero sempre in prima fila ai festival di genere”.

Però, come diceva in Andiamo a comandare, non fuma l’erba ed è astemio. Per carità, non è un vincolo per vivere certe esperienze, ma sarà stato tra i pochi lucidi, lì.

“Confermo. È che la musica elettronica mi muove delle corde dentro, mi fa fare viaggi mentali che non richiedono ‘aiuti’. Ma non ho niente contro le canne, è che se fumo vado in paranoia, non me lo posso permettere”.

Senta, come nasce un tormentone?

“Non ho una ricetta. Di base ci lavoro io con i produttori, sia alla musica e sia, diciamo, al tema. Poi se posso scelgo gli ospiti. Ma dev’esserci sempre una scintilla, qualcosa di irrazionale. Non si fanno solo calcoli”.

Fu così anche per Andiamo a comandare?

“Sì. Avevo cominciato a fare contenuti su YouTube, altri youtuber stavano iniziando a fare canzoni e mi sono buttato. Mi vergognavo, il giorno prima dell’uscita stavo per bloccare tutto. Alla fine fu un successo inatteso, che quasi mi trasformò in un modello. Ricordo che qualcuno provò a imitarmi, ma senza successo”.

Lei si è mai sentito prigioniero di quel pezzo?

“A livello creativo no, a livello di successo sì, perché non ero preparato. Fu strano essere fermato per strada: all’inizio era divertente, ma diventò un tormento quando tutti mi chiedevano di ripetere il balletto. Non sono neanche un ballerino. Ma oggi ne ho una visione lucida: sono grato a quel brano, mi ha dato la possibilità di fare anche tanto altro”.

Le piace stare più in disparte?

“Non conosco nessuno che gode nell’avere tanta esposizione mediatica. È pressoché impossibile essere sovraesposti e sereni”.

Cos’è il successo, oggi, per lei?

“Mi sono disintossicato dai numeri, guardo il pubblico: se la gente canta mentre sono sul palco, è un successo. Capisco gli artisti più giovani che, all’apice, tirano il freno: è questione genetica, c’è chi non sta bene con i fari puntati addosso. Io non sono stato così male, ma avere i paparazzi sotto casa e i giornalisti che riprendono ogni mia dichiarazione non fu facile. Ora sto bene”.

C’entra l’essere entrato nei trent’anni?

“Sono sereno. Ho una bella relazione, il lavoro mi piace, mi manca solo un figlio – quando sarà il momento giusto, magari. Da piccolo mi immaginavo le varie età come traguardi, e i trenta come quel momento in cui sarei stato ‘grande’, avrei avuto una famiglia. Oggi ho capito che non ha senso farsi aspettative di questo tipo”.

La sua è l’ultima generazione nata nell’analogico.

“Questa è un’epoca di passaggio e, come tale, difficile. A me i social hanno aiutato tanto, ma siamo davanti a un mondo ancora pieno di falle, da regolamentare. Il futuro non mi fa paura – è inevitabile – ma vorrei una regolamentazione migliore, più certezze sui social”.

Nel suo, di futuro, cosa c’è?

“Ciò che c’è stato fino a oggi: tv, musica, film. Vorrei girarne uno mio, ma miei i modelli sono gli americani e in Italia, mi rendo conto, è difficile riproporli a livello di produzione”.

E Sanremo?

“Ci sono stato vicinissimo un paio di volte, da concorrente. Mi sono tirato via io, perché non so cantare e perché non avevo la canzone giusta. Dovrei uscirmene con un qualcosa di davvero matto, per stare lì. Un duetto folle che vorrei fare, in generale, è con Andrea Bocelli, per capirci. Ma non è semplice”.

Si è mai sentito, permetta, un “impostore” rispetto a tanti che vogliono solo la musica, vanno a Sanremo, studiano e si preparano solo per quello?

“No. Ho la sindrome dell’impostore in generale, che condivido con tanti colleghi, ma non mi sono mai sentito in competizione con nessun artista: siamo cose diverse. E poi oggi non per forza bisogna saper cantare. La polemica sull’autotune, oggi come oggi, non ha senso, e mi spiace perché Elio, che tra gli altri l’ha sollevata, è un fratello, nonché un artista di cui a casa ho tutti i dischi. Non conta la voce in sé. Contano le idee”.

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