Si alza l’onda di Vasco Rossi: “Siamo una vita spericolata”
di Andrea SilenziTORINO – Aprire lo show con Vita spericolata è una scelta forte. Quella canzone rimanda a un Vasco diverso, bulimico di emozioni, ai limiti dell’autodistruzione: la gente lo amava così, selvaggio e sentimentale. Ma il senso di quella canzone, nel 2025, è molto diverso: non è più una sfida, ma un atto d’amore verso la vita. «Quella canzone è stata fraintesa. Si prendono rischi per vivere, non per morire – ha detto Vasco prima del concerto che sabato sera ha inaugurato ufficialmente il tour Vasco Live Duemilaventicinque allo Stadio Olimpico Grande Torino – ho deciso di iniziare i miei show con un brano che è un inno alla vita vissuta intensamente, con coraggio. Ci ho messo 40 anni per dire “siamo una vita spericolata”, perché noi siamo la vita e dobbiamo rendercene conto».
La saggezza di…
TORINO – Aprire lo show con Vita spericolata è una scelta forte. Quella canzone rimanda a un Vasco diverso, bulimico di emozioni, ai limiti dell’autodistruzione: la gente lo amava così, selvaggio e sentimentale. Ma il senso di quella canzone, nel 2025, è molto diverso: non è più una sfida, ma un atto d’amore verso la vita. «Quella canzone è stata fraintesa. Si prendono rischi per vivere, non per morire – ha detto Vasco prima del concerto che sabato sera ha inaugurato ufficialmente il tour Vasco Live Duemilaventicinque allo Stadio Olimpico Grande Torino – ho deciso di iniziare i miei show con un brano che è un inno alla vita vissuta intensamente, con coraggio. Ci ho messo 40 anni per dire “siamo una vita spericolata”, perché noi siamo la vita e dobbiamo rendercene conto».
La saggezza di Vasco è il nuovo, potente antidoto che il rocker riserva alla sua gente, che immancabilmente accorre, lo invoca, lo acclama. Anche lo stadio torinese non tradisce quella che ormai è una messa laica, una liturgia che nemmeno sabato sera, di fronte a più di 36.000 persone (tutto esaurito, come stasera: saranno in tutto 72.000 i presenti nelle due serate torinesi), ha mancato di andare in scena. Per loro, per questo serpentone di padri e figli, mamme e nipoti lungo quanto l’Italia intera, Vasco ha preparato una serata diversa, recuperando brani da tempo assenti dalle scalette dei live come Sono innocente, Vivere non è facile, E adesso che tocca a me, Valium, Mi si escludeva (quando urla “Blocca la nave”, con un chiaro riferimento a Salvini), Quante volte, Buoni e cattivi. Ma soprattutto, tra i baci degli innamorati, i balli sfrenati, i cappellini e le bandane col suo nome, l’uomo che da cinquant’anni rappresenta il rock abbraccia idealmente la sua gente ribaltando l’ordine dei fattori della musica italiana del 2025: Vasco mette via l’“io”, l’elemento centrale della poetica della canzone contemporanea, e torna al “noi” con una capriola dialettica che somiglia a un balzo lunare, una piccola rivoluzione in un mondo che fatica a trovare un centro.
«Noi siamo una vita spericolata» urla dal palco sollevando un’onda di euforia liberatoria tra una folla che lo ha aspettato per un anno con pazienza, fiducia, fedeltà. «Celebriamo la vita in tutte le sue espressioni», spiega, e quando attacca Gli spari sopra, uno dei brani più potenti del suo repertorio, urla «Fanculo la guerra» e alle sue spalle compare sul maxischermo la scritta “Fuck The War”, mentre la gente canta con lui a squarciagola raccontando a voce piena il mondo che non riesce a migliorarsi. E ribadisce: «Celebriamo la vita in un periodo oscuro in cui contano solo la propaganda, il profitto, la violenza». Al coro si unisce anche Don Ciotti, comparso in sala stampa dopo un saluto al rocker: «Con queste canzoni si vuole cantare il bisogno della pace». I brani sono un flusso continuo, mentre spuntano una bandiera della Palestina e una americana: Un gran bel film, Vivere non è facile, Buoni o Cattivi, Basta poco, Siamo qui, C’è chi dice no sono testimonianze di un tempo sospeso, di questa bolla in cui il pubblico di Vasco si immerge a ogni show.
«Il mio è un concerto di luce – racconta – voglio portare gioia e sono felice di far parte di questo mondo della musica che porta gioia e comunione». Un solo rammarico: non poter vedere, lui tifoso interista, la finale di Champions tra Inter e Paris Saint Germain («se avessi saputo…», confessa, «ma gli stadi si prenotano un anno prima. E comunque i parigini sono troppo ricchi»), ma il clima sul prato e sugli spalti è da grande evento.
La gente di Vasco non ha dubbi, mai: inutile chiedersi se sia giusto o no. «Non penso nemmeno di meritare tutto questo amore», riflette prima dello show. Ma per questa enorme folla, che nei dodici concerti in programma, già tutti sold out, raggiungerà la bella cifra di 600.000 spettatori, non c’è tempo per spezzare questa ipnosi collettiva. E via giù con gli altri gioielli di famiglia: dopo il medley che mette insieme La strega / Cosa vuoi da me / Vuoi star ferma! / Tu vuoi da me qualcosa / Una canzone per te / Va bene, va bene così arrivano Rewind (con sfilata di seni al vento), E adesso tocca a me, Senza Parole, Sally, Se ti potessi dire, Siamo solo noi. E poi Canzone e Albachiara, «che parlava della masturbazione femminile, una provocazione incredibile nel 1978». Adesso è più nostalgia che rabbia. Allora sembrava arrivare dalla Luna. Quella stessa Luna su cui cammina la gente ogni volta che ascolta Vasco cantare dal palco.