Spettacoli

Bresh: “Non voglio piacere a tutti i costi. Fabrizio De André? Mi ispira come uomo”

Bresh: “Non voglio piacere a tutti i costi. Fabrizio De André? Mi ispira come uomo”

“In autunno suonerò per la prima volta nei palasport, mi dispiace aver annullato le date estive, ma spero di recuperare lì”. E venerdì esce il suo nuovo album “Mediterraneo” che “chiude una trilogia sul mare”

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È il più urban dei cantautori, o il più cantautore degli urban. “Mi muovo in una zona grigia”, ride. Ma alla faccia delle leggi di marketing che vogliono che un prodotto, per essere recepito bene dal pubblico, debba essere definito e incasellabile, Bresh funziona, eccome.

Forse proprio perché non è un prodotto. Nome d’arte di Andrea Emanuele Brasi, classe 1996 da Genova, è sempre nella sua città che torna: con il rap con cui ha cominciato a farsi notare dal 2012, con compagni che poi avrebbero fatto altrettanta strada come Tedua, e quindi con il cantautorato degli ultimi tempi, come quello di La tana del granchio, ambientata proprio a Genova, undicesima all’ultimo Sanremo in coppia con la cover di Creuza de mä di Fabrizio De André. Fa da apripista al suo terzo album, Mediterraneo, in uscita venerdì 6 giugno. “L’hip hop”, dice, “l’ho scoperto da ragazzino, da Fabri Fibra e Marracash”.

Cosa l’ha affascinata?

“L’immediatezza, il fatto che bastasse poco, a livello di mezzi e conoscenza, per esprimere un pensiero. Che poi, per carità, dev’essere articolato, com’è anche per i cantautori, che invece sentivo da bambino, nelle cassette dei miei. Da loro ho preso la melodia. Ho cominciato con il rap, ma poi con il tempo i due mondi sono andati naturalmente a convergere”.

La svolta della sua carriera?

“Diverse. Tra tutte, il primo contratto discografico, nel 2020. Chiamai mamma subito dopo, per dirle che adesso quello ‘era un lavoro’”.

Prima?

“Di tutto: commesso in un negozio di scarpe, lavoro in cucina, dare volantini fuori dalla metro. Non appena finita la scuola mi sono trasferito a Milano con amici, tra cui Tedua. Dovevamo mantenerci da soli, è stata un’avventura. Ho imparato il valore della fatica, del sudore”.

È vero che da piccolo sognava di lavorare al porto di Genova?

“Sì, mio papà e mio nonno, che non ho conosciuto, erano portuali, è proprio una cultura, la loro, che mi ha influenzato. E se non fosse andata bene con la musica probabilmente sarei tornato a casa e avrei trovato lavoro lì, tra le navi”.

Si sente un operaio della musica?

“No, offenderei gli operai se lo dicessi: sono molto scostante, aspetto l’ispirazione, non trascorro le giornate in studio. Ma è stata la chiave, forse, per andare bene a Sanremo”.

In che senso?

“Che mi sono presentato un po’ in costume e ciabatte, come fosse una gita, peraltro vicino alla mia terra, con gli amici. Non ho pensato alla competizione, ma non per snobismo: ho dato il massimo, certo, solo che della classifica non mi è mai importato; ho pensato semmai ai tanti piazzamenti anonimi che alla fine, poi, si sono rivelati vincenti. Meglio un percorso lungo, con le mie idee, che una vittoria di colpo e poi sparire. Così non ho fatto scelte che accontentassero troppo il pubblico che non mi conosceva, da Creuza de mä con Cristiano De André in giù. Per fortuna è andata bene”.

Dicono: Bresh non ha troppi fan, ma molto fedeli.

“È un orgoglio. Quest'autunno suonerò per la prima volta nei palasport, mi dispiace semmai aver annullato le date estive, ma spero di recuperare lì. Alcune stavano andando bene, altre meno, in generale siamo andati lunghi con l'uscita del disco e non abbiamo tempo per preparare uno show all'altezza. La vera soddisfazione, comunque, è vedere che si è aggiunta gente nuova, dopo Sanremo, senza che quella vecchia se ne sia andata. Credo dipenda dal fatto che bado più alla sostanza che alla forma. È la lezione forse più importante che ho imparato dai cantautori della mia città, da Gino Paoli agli altri. Tutti artisti, cioè, che hanno preso di petto il mercato della discografia, che hanno giocato alle loro regole. Vorrei essere come loro”.

Vive a Genova?

“Sono rimasto a Milano, ma sto cercando di comprare casa anche a Genova. Come mi disse un tipo conosciuto in un tragitto su BlaBlaCar tra Genova e Milano, vorrei viverle come se fossero quartieri della stessa città”.

Le differenze?

“Milano è la tecnica, l’industria, la disciplina. Mi dà tantissimo in termini di opportunità. Genova è la parte più selvaggia, l’ispirazione. Non so come spiegarla a chi non la conosce, se non dicendo che è una città non compiacente: sta lì, non fa niente per piacere, sta agli altri scoprirla. Un po’ come la musica di noi genovesi. In città conservo tanti affetti, amici in primis. Ogni volta che ci vediamo è come se il tempo non passasse mai”.

Che storia racconta Mediterraneo?

“Chiude una trilogia sul mare, con i due album precedenti, Che io mi aiuti (2020) e Oro blu (2022). Stavolta ho voluto guardare nel mio mare e ci ho trovato le onde: salite e discese, come nella vita di tutti. Oggi nella musica si raccontano i picchi in alto, sulle cadute si tace. Ma è fisiologico: come quando si è ubriachi, dopo i momenti su, in cui si è oltremodo felici, arrivano quelli di down. La chiave è metterli in musica”.

Da De André che ha imparato?

“Come artista poco, non mi permetterei mai di definirmi uno che s’ispira a lui, per quanto sia il mio mito. Ma come uomo tantissimo: lo spirito della dissacrazione, l’etica, l’attenzione per gli ultimi”.

Non pensa, a proposito di ultimi, che la sua generazione sia troppo poco esposta sul sociale?

“Ha ragione. Va detto che quelli di De André erano altri tempi. La mia generazione è confusa lei per prima, non si sente rappresentata e non ha vessilli a cui attaccarsi. E poi, forse, abbiamo paura: con i social la macchina del fango si è ingigantita, basta un attimo, una parola fuori posto, e si viene attaccati; per certi versi, è difficile prendere posizione a queste condizioni. Vorrei dirle che nutro fiducia in chi verrà dopo di noi, ma poi penso che sono nati già con i social a disposizione e questo non mi fa stare così sereno”.

Il suo pezzo più famoso, Guasto d’amore, è dedicato al Genoa. Ed è del 2023. Prima di lei, gli inni delle squadre di calcio erano fermi a trent’anni fa.

“Anche io sono rimasto sorpreso del suo successo, lo ammetto. Era una missione tosta. Forse è successo perché, di mio, non ho imposto niente: è stato scelto dalla gente, che l’ha portato su. Il tifo reca con sé tanti problemi, banalmente quello per cui distoglie le persone dai problemi più urgenti. Nonostante questo, è una delle forme d’amore più pure che esistono: il tifoso ama a prescindere, anche se poi spesso non viene contraccambiato”.

Un augurio per il futuro?

“Continuare a fare ciò che voglio, senza l’ansia di dover piacere a tutti i costi. È difficilissimo. Ma ci devo provare”.

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