Il Manuel Agnelli del 2005, che ringhiava tra le canzoni rock scure e abrasive di Ballate per piccole iene, non è poi tanto diverso da quello del 2025: la piccola iena ha cambiato forse pelle, ma non il cuore. «Da vent’anni a questa parte la musica italiana è una merda», dice il leader dei riformati Afterhours. Domani uscirà la versione rimasterizzata dell’album che all’epoca portò il gruppo milanese a suonare in tutto il mondo, mentre il 26 giugno partirà da Bologna il nuovo tour estivo, insieme con la formazione storica.
Secondo il musicista, in questi due decenni la discografia si è trasformata in una catena di montaggio. «Pochissime persone producono e scrivono i pezzi che si sentono in giro. C’è un controllo totale, l’algoritmo è nutrito da robe uguali, i ragazzi sono spremuti f…
Il Manuel Agnelli del 2005, che ringhiava tra le canzoni rock scure e abrasive di Ballate per piccole iene, non è poi tanto diverso da quello del 2025: la piccola iena ha cambiato forse pelle, ma non il cuore. «Da vent’anni a questa parte la musica italiana è una merda», dice il leader dei riformati Afterhours. Domani uscirà la versione rimasterizzata dell’album che all’epoca portò il gruppo milanese a suonare in tutto il mondo, mentre il 26 giugno partirà da Bologna il nuovo tour estivo, insieme con la formazione storica.
Secondo il musicista, in questi due decenni la discografia si è trasformata in una catena di montaggio. «Pochissime persone producono e scrivono i pezzi che si sentono in giro. C’è un controllo totale, l’algoritmo è nutrito da robe uguali, i ragazzi sono spremuti fino al midollo. Non esistono nemmeno costi di produzione: la distribuzione è digitale, non ci sono resi. Perfino la promozione è quasi assente, perché i cantanti sono influencer e ci pensano da soli». Da una prospettiva imprenditoriale, «è perfetto», prosegue sarcastico, «ma a livello di qualità è una disgrazia. Al primo disco o fai San Siro o ti levi dalle scatole. E anche se fai lo stadio poi vai dallo psichiatra perché non duri più di tre o quattro anni».
Pure la narrazione del riscatto sociale di chi viene dalle periferie, a giudizio di Agnelli, non è veritiera: «È una bugia, una palla colossale propinata a un’intera generazione. Puttanate che servono a vendere. Per cinque che ce la fanno, ce ne sono cinque milioni che non ci riescono. Adesso c’è un materialismo pazzesco, la cultura dell’io. È un ambiente negativo, totalmente diverso da quello degli anni Novanta. Si pensa solo al proprio successo».
Al Germi, locale milanese di cui Agnelli è cofondatore, la rassegna “Carne fresca” non ha solo dato l’opportunità di un concerto a parecchie giovanissime band, ma ha permesso allo stesso cantautore di provare a innescare una sorta di corto circuito in un meccanismo che, al momento, pare inattaccabile: «Ci sono ragazzi tra i quindici e i trent’anni che rifiutano di uniformarsi a questa estetica. Non suonano per comprarsi la Ferrari: suonano perché è ciò che li fa stare bene. La loro forza è che se ne fregano di chi dice loro che se fai un determinato tipo di canzoni non combinerai mai nulla. Anche a me facevano discorsi del genere, ma ho fatto un sacco di soldi, molti di più di tanti influencer, urban minchioni, rapper, trapper. E non da oggi». Il punto è che «è possibile fare certe cose, è possibile trovare un pubblico che sia interessato a cose nuove. Magari si può anche rompere il muro che è stato costruito».
L’addio a X Factor sembrerebbe una conseguenza di queste riflessioni: «A livello produttivo – dice Agnelli – è uno spettacolo mostruoso, mi ha insegnato a muovermi in tv restando me stesso. Prima facevo fatica a stare in mezzo alla gente perché avevo un atteggiamento ostico. Non voglio sputare nel piatto in cui ho mangiato: quel programma mi ha consentito di dire che c’è un altro modo di vivere la musica». Alla fine, il frontman degli Afterhours ha voluto chiudere questo capitolo «per una scelta di vita: chiunque al mio posto avrebbe accettato la cifra che mi avevano proposto. Ma la tv ti fossilizza, se ripeti per venti volte un concetto diventi retorico. La rassegna “Carne fresca” non è nulla rispetto a X Factor, ma mi permette di essere molto chiaro nel messaggio». Più chiaro di così, impossibile.