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Mattia Olivieri, dal pop all’Opéra di Parigi: “Canto Figaro correndo su e giù per le scale”

Il baritono quarantenne esordisce nel celebre teatro ne Il barbiere di Siviglia ideato da Damiano Michieletto
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Dal cantare cover di Morandi e Cocciante l’ha salvato Rossini, Il barbiere di Siviglia, ascoltato dal loggione della Scala. Perciò Mattia Olivieri è diventato baritono anziché proseguire a tentoni con il pop. E ora, a quarant’anni, con una carriera cospicua sui palcoscenici lirici che contano, debutta all’Opéra di Parigi. Proprio nel “Barbiere”, dal 10 giugno: uno spettacolo di Damiano Michieletto ispirato ai film del primo Almodóvar in cui lui si trova a intonare “Figaro qua, Figaro là” correndo per le scale di un condominio.

“Per fortuna di solito faccio tanto allenamento cardio, così in scena non sono sopraffatto dal fiatone. Per giunta la parte di Figaro, che ho interpretato in altre cinque produzioni, non lascia dormire sonni tranquilli poiché insiste sui limiti acuti dell’estensione di baritono. Comunque tenermi in forma – pur senza rinunciare, da emiliano, a godermi il cibo - mi permette di soddisfare le fantasie dei registi. Capriole. Salti. Una volta ho cantato oscillando in aria appeso a un cavo. Due mesi fa a Roma ho cominciato il ‘Prigioniero’ di Dallapiccola in mutande”, racconta Olivieri.

Che se è entrato nel mondo del melodramma lo deve a quel “Barbiere” a cui lo condusse una sua insegnante del Conservatorio di Bologna. “Era la mia prima volta all’opera. Eppure studiavo già da un po’ canto lirico. Ma volevo mollare. Non capivo perché si dovesse gonfiare la voce in modo strano, gridando. Lei mi disse: ‘vieni alla Scala, così capisci cos’è l’opera dal vivo, dopo puoi anche decidere di smettere davvero con le lezioni’”. Non ha smesso. Anzi ha scoperto la sua vocazione.

“Alle prime note del ‘Barbiere’, investito dal suono dell’orchestra, mi venne la pelle d’oca. Conoscevo il suono delle bande di paese, ma questo era tutt’altro. Compresi anche subito che il teatro d’opera è meritocratico: chi studia, ha voce e sa recitare, qualcosa fa. Nel pop no: c’è l’auto-tune e pesano le raccomandazioni di parenti influenti o di discografici”.

E Olivieri quel mondo l’ha frequentato. “Prima dell’era dei talent. Accompagnato dai miei perché ancora minorenne, partecipavo a rassegne, feste e concorsi, tipo il Festival di Napoli. Allora avevo uno squillo tenorile che mi consentiva di affrontare perfino le canzoni di Massimo Ranieri e Albano. Ma per il salto di qualità serviva autoprodursi un disco, e io provengo da una famiglia proletaria, tutti quei soldi non ce li avevamo. Perciò un discografico mi suggerì di provare la strada del cantautorato, solo che dovevo imparare la musica, ecco perché capitai in Conservatorio”.

Oggi cuore del repertorio di Olivieri sono Bellini, Donizetti, Verdi, “però posso indietreggiare fino al barocco o cimentarmi nel ’900 dodecafonico di Dallapiccola, anche se, quando c’è bisogno di revisionare la voce, recupero l’adorato Mozart, il miglior meccanico d’ugole che esista”. Invece nessun interesse per il pop italiano successivo a quello dei suoi vecchi beniamini, e nel tempo libero preferisce piuttosto buttarsi su Adele e i Queen. O seguire l’Inter, “da amare nelle gioie e, ahimè, nei dolori; d’altronde durante il percorso che l’ha condotta alla finale di Champions non ha sfigurato nel gioco”. Per incontrare a breve Olivieri in Italia, rincorrere Rossini: “Cambiale di matrimonio” a Pesaro, d’agosto, e ancora “Barbiere”, in settembre a Palermo.

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