Quando si racconta, Achille Lauro sottolinea sempre le sue due facce: quella incosciente, dell’artista che continua a lanciarsi senza paracadute, e quella sentimentale. Entrambe comportano dei rischi, ma ora - racconta prima del suo debutto di ieri al Circo Massimo di Roma - «c’è bisogno di musica di estrema qualità». Due serate sold out, la seconda il primo luglio, per 32mila spettatori complessivi), in uno dei luoghi simbolo della romanità. Quando parte lo show con AMOR, brano in cui Roma è in primo piano, Lauro, in abito rosso, non fa nulla per nascondere la sua emozione, mentre si accendono fuochi argentati su tutto il placo. Appena entra in scena, tutta la platea si alza in piedi lasciando l’illusione dei seggiolini alla prossima occasione. La band è kolossal: quasi 40 artisti tra musicisti fedelissimi, cori, fiati, archi e la cantante lirica Valentina Gargiulo. Lauro ci tiene a sottolineare che il centro dello spettacolo è la musica: 29 canzoni, 2 ore piene, un percorso di vita …
Quando si racconta, Achille Lauro sottolinea sempre le sue due facce: quella incosciente, dell’artista che continua a lanciarsi senza paracadute, e quella sentimentale. Entrambe comportano dei rischi, ma ora - racconta prima del suo debutto di ieri al Circo Massimo di Roma - «c’è bisogno di musica di estrema qualità». Due serate sold out, la seconda il primo luglio, per 32mila spettatori complessivi), in uno dei luoghi simbolo della romanità. Quando parte lo show con AMOR, brano in cui Roma è in primo piano, Lauro, in abito rosso, non fa nulla per nascondere la sua emozione, mentre si accendono fuochi argentati su tutto il placo. Appena entra in scena, tutta la platea si alza in piedi lasciando l’illusione dei seggiolini alla prossima occasione. La band è kolossal: quasi 40 artisti tra musicisti fedelissimi, cori, fiati, archi e la cantante lirica Valentina Gargiulo. Lauro ci tiene a sottolineare che il centro dello spettacolo è la musica: 29 canzoni, 2 ore piene, un percorso di vita e arte rivisto e riarrangiato per l’occasione.
Lo show è diviso in cinque momenti, che riassumono le fasi della carriera di un artista che, come racconta con orgoglio, ha sempre cercato di fare slalom tra i paletti della prevedibilità, scartando di lato di fronte alle regole della discografia: «Preferisco scelte artistiche alla Queen piuttosto che seguire le logiche radiofoniche», ha ribadito nel pomeriggio. Il suo spettacolo parla di questo: pochi effetti speciali (tranne quando su Perdutamente il pianoforte sale sospeso verso l’alto) e molta storia, quella nata tra le vie di Montesacro e arrivata poi alle classifiche in un percorso non facile. Prima di Come me dice: «È incredibile tornare nella mia città, e trovarvi così. Qui, da dove siamo partiti, senza sapere dove stavamo andando e soprattutto senza sapere dove arriveremo». Su Fiori rosa si accendono già i telefonini. «Il concerto deve essere un rito, la gente si ritrova nelle emozioni», aveva spiegato, e diventa fin troppo facile prevedere il grado di esaltazione che scatenano brani come Bam Bam Twist, Dannata San Francisco, 1969, Solo noi, Marilù. C’è l’omaggio a sua madre in Cristina («Questa è la carezza che non ho dato, per chi ama in silenzio, per chi non chiede nulla in cambio, per tutte le madri coraggiose, per la persona più importante della mia vita»), dedica un pensiero al buio dell’oggi facendo riferimento ai «tempi difficili come quelli che il mondo sta attraversando» dove è importante ricordare che «l’amore è l’unica cosa che resta».
Lauro resta però un artista tanto irregolare quanto sentimentale: sparge consapevolezza quando prima di Me ne frego spiega che «c’è chi si veste di apparenze, chi si nasconde dietro maschere. Noi no. Non ce ne freghiamo», ma è con Rolls Royce, Amore disperato, Incoscienti giovani che il suo pubblico si ritrova a stretto contatto, si abbraccia, canta senza nascondere la commozione. Il rito di cui Lauro ha parlato prima dello show si compie con le sue canzoni più romantiche, quando in tanti si riconoscono in quella sottile disperazione che fa del cantante romano un interprete capace di raccontare una generazione.
Tra il pubblico c’è di tutto: gruppi di ragazze entusiaste, madri e figlie, uomini di mezza età. Nel gigantismo da stadi di questa stagione, Lauro trasmette la sua emotività puntando più sulla ricchezza dell’arrangiamento che sulla tecnologia. Però anche per lui arriverà il momento dello stadio: tra C’est la vie e 16 marzo, brani che chiudono la serata, parte un video che serve per annunciare il suo esordio allo stadio Olimpico di Roma, il 10 giugno 2026, «sperando anche in San Siro», e aggiunge parole di solidarietà per i colleghi sotto accusa per l’inflazione da grandi spazi perché «non mi interessa la logica dei numeri, quello che è centrale è il progetto e ce ne di molto belli in giro. Se qualcuno cade, bisognerebbe trovare coesione in questo mondo musicale così complicato e sostenerlo». In attesa del suo duetto con Venditti nella nuova versione di Che tesoro che sei, di cui non è stata ufficializzata una data di uscita, Lauro si tuffa in mezzo alla sua gente sulla scia dei suoi modelli di riferimento, Vasco su tutti, in grado di portare le canzoni anche oltre il loro significato perché il segreto è «il rito collettivo, la creazione di una comunità».