Tutte le generazioni di Vasco Rossi, per cadere e tornare a vivere
di Stefano CappelliniVasco Rossi ha chiuso ieri sera all’Olimpico di Roma il suo tour 2025. Si potrebbe cominciare dai numeri: 120 mila persone nelle due serate romane, 630 mila nel complesso, 2 milioni e 300 mila negli ultimi quattro anni. Ma sono numeri che non dicono abbastanza. Vasco, 73 anni, detto Blasco, alias Komandante, potrebbe fare due concerti a settimana per l’intera estate e sarebbero comunque sold out. Sono quindi cifre a campione, per difetto. Molti divi o presunti tali della musica di oggi hanno bisogno di svendere o regalare i biglietti, lui tra pochi giorni apre la vendita dei tagliandi per il tour del 2026.
Vasco è l’unico cantante italiano che raduna folle dai 16 anni agli 80. Urlano a memoria le sue strofe signore che hanno cominciato a sentire musica infilando il 45 giri nel mangiadischi, ex ragazzi con il walkman agganciato alla cinta dei pantaloni ed ex ragazze che scrivevano a penna i titoli delle canzoni sui carto…
Vasco Rossi ha chiuso ieri sera all’Olimpico di Roma il suo tour 2025. Si potrebbe cominciare dai numeri: 120 mila persone nelle due serate romane, 630 mila nel complesso, 2 milioni e 300 mila negli ultimi quattro anni. Ma sono numeri che non dicono abbastanza. Vasco, 73 anni, detto Blasco, alias Komandante, potrebbe fare due concerti a settimana per l’intera estate e sarebbero comunque sold out. Sono quindi cifre a campione, per difetto. Molti divi o presunti tali della musica di oggi hanno bisogno di svendere o regalare i biglietti, lui tra pochi giorni apre la vendita dei tagliandi per il tour del 2026.
Vasco è l’unico cantante italiano che raduna folle dai 16 anni agli 80. Urlano a memoria le sue strofe signore che hanno cominciato a sentire musica infilando il 45 giri nel mangiadischi, ex ragazzi con il walkman agganciato alla cinta dei pantaloni ed ex ragazze che scrivevano a penna i titoli delle canzoni sui cartoncini delle musicassette vergini Basf, masterizzatori compulsivi di compact disc, pionieri di Napster, reduci dell’I-pod, nativi Spotify. Al concerto di Roma c’era una ragazza incinta con un messaggio dell’inquilino del pancione: “Prima Vasco e poi nasco”.
Una religione civile, un credo laico, un popolo vero e gioioso in un’epoca di rancorose folle digitali. “Siamo” è la parola che compare sul megapalco, siamo è la variabile nel testo di Vita spericolata che apre la festa: il prato di un concerto di Vasco è uno degli ultimi luoghi della Terra dove per quasi tre ore nessuno è un io, un account, un follower. Umanesimo sincero – a un certo punto sugli schermi compare pure l’uomo di Vitruvio – e libertarismo: ama e fa ciò che vuoi, diceva Sant’Agostino, e Vasco è un agostiniano in servizio effettivo da quattro decenni prima di Leone XIV. Ma anche: fatti i cazzi tuoi, così c’è scritto sul retro del giubbotto di pelle che indossa per qualche minuto a dispetto dei quasi 40 gradi di Roma. Nessuno giudichi e nessuno venga giudicato. Non che sia lassismo etico, è repulsione per i moralisti, al solito peccatori a caccia dei peccati altrui; è disgusto per chi vuole normare le vite degli altri con il catechismo, magari penale.
È fin troppo facile dire che l’amore per questo cantante sta nel fatto che dentro i suoi pezzi ci sono le nostre vite più acciaccate che felici, il pubblico e il privato, un singolare che si fa plurale. Siamo, appunto. Quasi cinquant’anni di condivisione della gioia di vivere e della fatica di farlo, nell’inferno della mente, quell’inferno che esiste veramente, con la capacità di trasformare le sofferenze e gli inciampi di ciascuno in esperienza comune. Non era vero che quando hai il mal di stomaco non puoi condividerlo. Anzi, il percorso di Vasco e del suo popolo è la più lunga e collettiva e condivisione di mal di stomaco nella storia della cultura di massa italiana. È tutto un equilibrio sopra la follia e non basta saperlo scrivere così semplice e vero, bisogna avere la credibilità per dirlo.
Senza ottusità ideologiche né pose impegnate, Vasco s’è portato dietro il meglio dei suoi anni giovanili di radio libere e femminismo, pacifismo e diritti, eccessi e riflusso, che non a caso può essere sia politico che gastrico. Libertà e liberazione dei corpi. Quando parte Rewind, ormai un momento di culto nei suoi concerti, l’Olimpico si trasforma in una festa pagana. Centinaia di ragazze a seno nudo salgono sulle spalle di qualcuno e si agitano ed esplodono di vita e alla fine del pezzo Vasco le omaggia: “Siete belle, libere e selvagge”. Il suo è il repertorio più femminista, e non serve scomodare Sally (l’ha cantata) o Jenny (non l’ha cantata). Per questo Vasco è l’unico che, senza passare per razzista o sessista, può lamentarsi su come e con chi è andata a casa la ragazza. Casomai chiedetevi che tessera di partito avesse in tasca l’amico Alfredo, con quei discorsi seri e inopportuni.
Vasco detesta i tribuni, non ha mai usato il suo potere per farsi influencer e tantomeno per posizionarsi nel cantuccio delle cause giuste, ecco perché quasi si scusa quando interrompe la musica per mandare a quel paese la guerra e per dire che non si può più tollerare lo scandalo dei “morti innocenti di Gaza”. Impugna una bandiera della pace - “me l’ha regalata don Ciotti prima del concerto di Torino” - e la sventola: “Non abbiamo il potere di fermare le guerre da un palco ma abbiamo la forza di dire: siamo il popolo della pace!”.
Nella scaletta del 2025 ci sono molti pezzi degli ultimi vent’anni, questi concerti non saranno mai un revival, perché tra le eccezionalità di Vasco c’è pure quella di essere il solo a non aver esaurito in un decennio il suo arco creativo. Il finale, però, è sempre lo stesso. Un rito che si ripete e guai a cambiarlo. Albachiara, “la canzone della mela”, come la chiamò la mamma di Vasco in un documentario di qualche anno fa, perché proprio non le veniva il titolo e in quella tenera afasia materna c’era il vissuto familiare di qualche milionata di italiani.
È facile, dicevamo, spiegare perché Vasco è un fenomeno unico, ma talvolta il senso delle cose sta in un eheh o in un badabadà, mica in un testo pensoso.