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Springsteen a San Siro, l’abbraccio dei 58 mila. “Canto chi si ribella agli abusi di Trump”

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Il ritorno del Boss al Meazza dopo quarant’anni. Attacchi al presidente americano e alle libertà cancellate del suo paese. “Ma sopravviveremo a questo momento”
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MILANO – Bentornato rock’n’roll. Anzi, verrebbe da dire bentornata musica. In questa estate di spettacoli ipertrofici, di narrazioni complesse e ambiziose, di megaschermi, ballerini e voci fuori campo, arriva Bruce Springsteen a ricordarci che il demonio della musica, il suo spirito corrosivo, irriverente e antagonista è nascosto dentro le canzoni.

A quarant’anni esatti dalla sua prima volta a San Siro, davanti a 58 mila persone, il Boss consuma l’ennesimo sold out della sua carriera e riprende ancora una volta il filo della sua narrazione. E anche se non è più quello di qualche anno fa, se non salta più sul palco come un ossesso, è ancora la voce che trasforma in musica quella ineluttabile sensazione di perdita che accompagna questo tour, c…

MILANO – Bentornato rock’n’roll. Anzi, verrebbe da dire bentornata musica. In questa estate di spettacoli ipertrofici, di narrazioni complesse e ambiziose, di megaschermi, ballerini e voci fuori campo, arriva Bruce Springsteen a ricordarci che il demonio della musica, il suo spirito corrosivo, irriverente e antagonista è nascosto dentro le canzoni.

A quarant’anni esatti dalla sua prima volta a San Siro, davanti a 58 mila persone, il Boss consuma l’ennesimo sold out della sua carriera e riprende ancora una volta il filo della sua narrazione. E anche se non è più quello di qualche anno fa, se non salta più sul palco come un ossesso, è ancora la voce che trasforma in musica quella ineluttabile sensazione di perdita che accompagna questo tour, con lui che piange lo spirito corroso e le libertà cancellate del paese che ama profondamente e che è ormai diventato lo specchio di un mondo che sembra destinato a una rovinosa caduta.

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«Questo è il concerto della libertà e del potere della musica contro gli abusi di un presidente e di un governo disonesto», dice, e parte con tre brani come No surrender, My love will not let you down e Land of hope and dreams: un atto di resistenza civile, un grido di dolore in chiave rock’n’roll.

Parla con rabbia di un paese caduto «nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente e traditrice», invita quanti credono nella democrazia a alzare la voce contro l’autoritarismo. Il folk potente di Death to my hometown, Youngstown e l’amarissima Atlantic city sono canzoni che parlano di vite ordinarie, decadenza e miserie umane o di mezzi di sussistenza schiacciati da situazioni al di fuori del loro controllo. Rainmaker del 2020 — al suo debutto dal vivo — è un richiamo diretto a Trump: «Quando è il momento di un demagogo, di sicuro si presenterà». È la storia di Charles Hatfield, un venditore di macchine da cucire dei primi del Novecento che affermava di essere in grado di far piovere ma fu smascherato come truffatore. E quando arrivano Promised land, Hungry heart, The river, Youngstown anche i più scettici devono abbassare le difese e inchinarsi di fronte al potere evocativo di un artista che è ancora in missione per conto del rock’n’roll.

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La band, allargata a 18 elementi, con Little Steven regolarmente al suo posto (al mattino era in dubbio per i postumi di un intervento all’appendice) colpisce in faccia i 58 mila di San Siro e sembra ignorare il passaggio del tempo e i lutti che l’hanno segnata negli ultimi anni: il furore è quello di sempre, «un gruppo che scuote il sedere, fa l’amore e brucia l’anima» è la definizione di Bruce di qualche sera fa. Un altro pezzo di America che resiste. Promised land è benzina per tutte le coscienze perché il rockn’roll del Boss fa rima con speranza.

Ci sono ragazzi in prima fila che piangono quando parte Hungry heart: lui è in mezzo a loro, si lascia abbracciare perché l’ora più buia è sempre quella prima dell’alba. Per stringersi a lui ci sono The river, che un po’ lo commuove, Youngstown. In House of the thousand guitars, chitarra, armonica e voce, ci ricorda che “il clown criminale ha rubato il trono”. E poi City of ruins, che è lo spunto per un altro monologo rabbioso sugli eventi: il racconto di come si stia «tornando indietro sulla storica legislazione per i diritti civili», dei definanziamenti alle università, delle deportazioni degli immigrati, per poi concludere con «ma sopravviveremo a questo momento». Perché questa è la sua missione: regalare soffi di speranza, anche quando le tenebre sembrano avvolgere le nostre insignificanti vite o il mondo sembra girare nel verso sbagliato.

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San Siro, per Bruce, è un rituale che si ripete, un appuntamento col destino: con quello del 3 luglio saranno nove gli show nello stadio milanese. Because the night sembra la canzone per perfetta per raccontare questa storia d’amore indistruttibile che dura ormai da quarant’anni, così come I’m on fire. Ma la festa sale d’intensità quando il Boss rimette la vecchia divisa e mette in fila Wrecking ball, Badlands, Thunder road, Born in the Usa, Bobby Jean, Dancing in the dark, Twist&shout, Chimes of freedom, Born to run. Siamo nati per correre, anche quando il vento soffia al contrario.

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