Fred De Palma: “Il reggaeton in Italia non paga. Invece è la musica di chi ce l’ha fatta da solo”
di Patrizio RuviglioniROMA – Nel giro, lo chiamano “il re del reggaeton italiano”. Incoronazioni a parte, il dato sussiste: è l’unico, nel nostro paese, a suonare la musica simbolo di Porto Rico – e per estensione altri generi latini – tutti i mesi dell’anno. «Gli altri - dice – sfruttano questo genere solo se si parla di tormentoni estivi. Lo scimiottano». Storiella da bagnasciuga, a settembre amici come prima. Ma su Fred De Palma – classe 1989 da Torino, all’anagrafe Federico Palana – batte sempre il sole, come fosse davvero nel barrio. «Anche se in certi momenti, nel nostro mercato, non paga. Ho scoperto questa musica nel 2017, è stata una salvezza: vengo dal rap, sono cresciuto in periferia e non ho avuto un’adolescenza semplice, ma quel tipo di narrazione, per cui se si cresce in mezzo ai criminali bisogna andarne orgogliosi, mi stava stretta. E in Italia purtroppo spesso è la norma, fare i duri. La latina, invece, è una festa: chi nasce in brutti quartieri non dimentica, ma fa di tutto per uscirne. I…
ROMA – Nel giro, lo chiamano “il re del reggaeton italiano”. Incoronazioni a parte, il dato sussiste: è l’unico, nel nostro paese, a suonare la musica simbolo di Porto Rico – e per estensione altri generi latini – tutti i mesi dell’anno. «Gli altri - dice – sfruttano questo genere solo se si parla di tormentoni estivi. Lo scimiottano». Storiella da bagnasciuga, a settembre amici come prima. Ma su Fred De Palma – classe 1989 da Torino, all’anagrafe Federico Palana – batte sempre il sole, come fosse davvero nel barrio. «Anche se in certi momenti, nel nostro mercato, non paga. Ho scoperto questa musica nel 2017, è stata una salvezza: vengo dal rap, sono cresciuto in periferia e non ho avuto un’adolescenza semplice, ma quel tipo di narrazione, per cui se si cresce in mezzo ai criminali bisogna andarne orgogliosi, mi stava stretta. E in Italia purtroppo spesso è la norma, fare i duri. La latina, invece, è una festa: chi nasce in brutti quartieri non dimentica, ma fa di tutto per uscirne. Il messaggio è positivo».
Dopo vari viaggi-studio in Sudamerica, si è tolto soddisfazioni: Una volta ancora (2019), con Ana Mena, da noi ha raccolto sette dischi di platino, le certificazioni in generale abbondando e le ultime Sexy rave (con Baby Gang) e Barrio lambada in classifica sanno il fatto proprio, al netto di un pubblico che, stavolta, sembra meno interessato a prescindere alle sonorità estive. Eppure qualcosa manca. Su tutte, un riconoscimento di pubblico, lo stesso che, ripete, servirebbe al genere tutto.
Nonostante il portoricano Bad Bunny, per esempio, sia considerato il cantante simbolo del 2025, «in Italia siamo snob davanti a tutto ciò che viene dall’America Latina. E ne soffro anch’io». Certo, nel suo caso c’entra la disavventura a Sanremo dello scorso anno, dov’è arrivato ultimo con Il cielo non ci vuole. «La verità è che non sono percepito come un artista, nonostante io lo sia, come tanti colleghi. E poi lì, semplicemente, ho sbagliato pezzo: all’Ariston ne serve uno che racconti la storia di chi lo canta, per me quello era il debutto in tv dopo tante hit in radio, ma non mi rappresentava davvero». Sottinteso: non era abbastanza reggaeton. «Per quanto io, ogni volta, cerchi di metterci un po’ d’italianità dentro. Altrimenti sarebbe appropriazione culturale. O, peggio, sarei un imitatore. Ma non escludo un ritorno a Sanremo, anzi».
Nel dubbio, quest’estate è in tour nelle piazze, volutamente lontano da club e festival. «Del resto questo è una musica che, almeno in America Latina, nasce in questi contesti: è della gente». Non ha paura, insomma, di sporcarsi le mani. «Ho scoperto che laggiù non hanno l’ossessione per i numeri che c’è qui, e che riguarda l’industria. Di nuovo: è tutta una festa. Si citano a vicenda, non sentono chissà che senso di competizione. Qui invece vedo giovani artisti prigionieri della paura di non essere i primi. È paradossale: in Sudamerica sono più poveri, ma si vivono bene la musica; noi stiamo meglio, ma abbiamo trasformato le canzoni in un campo di battaglia».