Per Ermal Meta è un’estate diversa da quella di un semplice cantautore. C’è un tour in pieno svolgimento, con una formula particolare divisa tra pezzi di repertorio e brani inediti che rende i concerti sempre diversi, che si chiuderà il 7 settembre al Teatro Romano di Verona, ha da poco lanciato il singolo Ferma gli orologi ed è impegnato nelle presentazioni del suo secondo romanzo Le camelie invernali, di cui parlerà il 30 luglio al festival Youth Argentario a Porto Santo Stefano (GR). Una storia di bambini scomparsi di vendetta e di violenza tribale ambientata nella sua Albania, dove si racconta anche l’antico codice del Kanun, spietato e sopravvissuto nei secoli.
Ha fatto pace con le sue radici?
“Ho un’inquietudine di fondo che percepisco sempre, un fatto normale per chi lavora soprattutto con se stesso. Sono sempre io che assumo diverse forme. Serve a me per potermi rimodellare a seconda del racconto, ma rimanendo la stessa persona però fedele a se stesso. Ma non sono mai stato in…
Per Ermal Meta è un’estate diversa da quella di un semplice cantautore. C’è un tour in pieno svolgimento, con una formula particolare divisa tra pezzi di repertorio e brani inediti che rende i concerti sempre diversi, che si chiuderà il 7 settembre al Teatro Romano di Verona, ha da poco lanciato il singolo Ferma gli orologi ed è impegnato nelle presentazioni del suo secondo romanzo Le camelie invernali, di cui parlerà il 30 luglio al festival Youth Argentario a Porto Santo Stefano (GR). Una storia di bambini scomparsi di vendetta e di violenza tribale ambientata nella sua Albania, dove si racconta anche l’antico codice del Kanun, spietato e sopravvissuto nei secoli.
Ha fatto pace con le sue radici?
“Ho un’inquietudine di fondo che percepisco sempre, un fatto normale per chi lavora soprattutto con se stesso. Sono sempre io che assumo diverse forme. Serve a me per potermi rimodellare a seconda del racconto, ma rimanendo la stessa persona però fedele a se stesso. Ma non sono mai stato in guerra con le mie radici. Quando cambi luoghi, la nuova terra cambia il nutrimento. Inizialmente ho dovuto abituarmi, e mi sentivo straniero qua e là. Sei in una condizione che somiglia a una diserzione costante. Per parlare una lingua diversa il cambiamento è veloce, ma per l’animo non è così”.
Perché ha voluto raccontare una storia legata al Kanun?
“Perché credo che si possa conoscere un popolo anche nei solchi della sua estremità. Ho legato questa storia anche alla speranza, alla fiducia nel futuro. Ho affrontato il tema dell’omosessualità. Può sembrare scontato, ma in Albania non c’era una parola per definirla, si vive una negazione costante. Mi sono trovato a pensare ‘che vite assurde, devastanti, facevano queste persone?’. Il racconto è legato all’aspetto più cupo, più tribale, di certe situazioni”.
Nel video di “Ferma gli orologi” sembra invece molto scanzonato. Dipende anche dalla nascita di sua figlia?
“Sì, credo che ci siano della fasi nella vita che hanno a che fare con quanto di noi stessi riusciamo a accettare. Siamo sempre in guerra con il nostro io, l’accettazione arriva un po’ a pezzetti e si sbloccano anche dei muscoli facciali. Sono contento di ciò che ho fatto. Sono arrivato 30 anni fa, volevo fare musica e mi ridevano in faccia. Non ho motivi per essere cupo. Mi sono guadagnato il privilegio di essere ascoltato. E vivo di quello che faccio e penso. Non posso che essere contento di com’è andata”.
Ha adottato anche due ragazze albanesi.
“Non è ancora formalmente un’adozione. La prima volta che le abbiamo accolte in casa abbiamo fatto una vacanza con loro: quando sono andate via la casa è crollata in un silenzio tombale. Non volevo più sentire quel silenzio. Così abbiamo aspettato che compissero 18 anni: noi non siamo sposati, e sarebbe stato complicato se fossero state minorenni”.
Un atto di solidarietà umana. In questo periodo storico così complicato, la solita vecchia domanda: le canzoni che cosa possono fare?
“Penso che le canzoni abbiano il potere di toccare parti dell’essere umano che altrimenti sono difficilmente raggiungibili. La musica va più in profondità, ma deve trovare un punto sensibile, qualcosa da toccare. Oggi forse c’è troppa semplicità nella musica”.
Una domanda che corre spesso in questo periodo riguarda la dimensione gigantesca che stanno assumendo i concerti negli stadi, la corsa al record a tutti i costi.
“I concerti fatti in questo modo sono di scuola americana, sono veri e propri show. Chi va si aspetta quel tipo di proposta e non credo si distragga dalla musica. Se vuoi solo le canzoni vai a vedere un altro tipo di spettacolo. Penso che sia un’altra filosofia, se lo fanno artisti stranieri lo accettiamo senza discutere, con gli italiani ci facciamo delle domande, ma forse perché non siamo abituati. Ma credo che in uno stadio lo show vada fatto così, in qualche modo è necessario spettacolizzare la musica. Dobbiamo aprire la mente verso gli artisti che portano una diversa concezione di spettacolo, ci vuole anche dal coraggio. Però vorrei dire una cosa”.
Prego.
“Leggo speso commenti acidi nei confronti delle artiste donne. A volte non ci si rende conto di quanto sia difficile per loro in Italia: c’è sempre un po’ di grettezza nei loro confronti. Elodie e Annalisa vengono criticate perché usano il corpo: ma perché, Madonna o Dua Lipa non lo fanno? Io credo che le critiche nascano dal fatto che queste artiste hanno successo. E invece bisognerebbe portare un grande rispetto nei loro confronti perché hanno dovuto faticare il triplo”.
Cosa porta via dalle esperienze del Primo Maggio? Lo rifarebbe?
“Lo rifarei perché è stata un’esperienza molto bella, anche se molto faticosa. Partendo da zero, perché non l‘avevo mai fatto prima, mi sono trovato a gestire nove ore di diretta. Mi porto dietro la consapevolezza di essere più forte di quello che pensavo. Ho messo in campo le mie capacità di improvvisazione, due anni fa la pioggia era pazzesca. Con Noemi e BigMama, poi, è andata benissimo”.
Proverà a tornare a Sanremo, dove ha trionfato nel 2018 in coppia con Fabrizio Moro con “Non mi avete fatto niente”? E con che spirito?
“Non ci penso, almeno ora, sono preso da tour e libro, devo ancora mettermi a scrivere. Resta una vetrina importantissima, ma dipende anche dalla canzone. Per il momento non ho ancora niente tra le mani”.
In cosa è diverso questo suo nuovo spettacolo?
“Questo tour è il proseguimento di quello nei teatri, dove eravamo solo in due sul palco per vestire poco le canzoni. Ora ho scelto una forma diversa, si è aggiunto un terzetto d’archi, con synth e loop, gli arrangiamenti cambiano continuamente. Lo show si rinnova ogni sera”.