✕

Macchia e i suoi Camaleonti, com’era bella l’Italia del beat

Livio Macchia, il fondatore dei Camaleonti morto a 83 anni 

Ascolta l'audio

La scomparsa del fondatore della band, morto a 83 anni, fa tornare il mente l’epoca in cui si formavano gruppi a ripetizione, contagiati dall’euforia rivoluzionaria di Beatles e Rolling stones
1 minuti di lettura

Era l’età dell’innocenza e anche di certe divertenti follie all’italiana, come la mania di fondare gruppi a ripetizione cercando di emulare l’euforia che arrivava dallo scompiglio rivoluzionario creato dalle band inglesi e americane del tempo, Beatles e Stones in testa. In Italia si chiamò beat e al suo interno si diffuse un’altra mania, quella di chiamare i gruppi con nomi di animali: i Dik Dik, che dopo essersi chiamati Squali scelsero il nome di un’antilope, i Corvi (quelli di Un ragazzo di strada) e i meno fortunati Delfini, Avvoltoi e altri. Anche i Pooh, in fondo, ispirati dall’orsetto disneyano.

I Camaleonti all'epoca del loro successo 

Quando Livio Macchia, scomparso il 26 luglio (la notizia diffusa solo ieri) a 83 anni dopo lunga malattia, fondò i Camaleonti nel lontano 1964, pensava certamente al loro approccio musicale per così dire versatile, ma comunque scelse un animale per aff…

Era l’età dell’innocenza e anche di certe divertenti follie all’italiana, come la mania di fondare gruppi a ripetizione cercando di emulare l’euforia che arrivava dallo scompiglio rivoluzionario creato dalle band inglesi e americane del tempo, Beatles e Stones in testa. In Italia si chiamò beat e al suo interno si diffuse un’altra mania, quella di chiamare i gruppi con nomi di animali: i Dik Dik, che dopo essersi chiamati Squali scelsero il nome di un’antilope, i Corvi (quelli di Un ragazzo di strada) e i meno fortunati Delfini, Avvoltoi e altri. Anche i Pooh, in fondo, ispirati dall’orsetto disneyano.

I Camaleonti all'epoca del loro successo 

Quando Livio Macchia, scomparso il 26 luglio (la notizia diffusa solo ieri) a 83 anni dopo lunga malattia, fondò i Camaleonti nel lontano 1964, pensava certamente al loro approccio musicale per così dire versatile, ma comunque scelse un animale per affrontare quella marea in ascesa che in Italia e nel mondo stava trasformando la musica. C’era un problema. Il neonato rock italiano, il beat, non riusciva all’inizio ad avere un repertorio originale abbastanza forte e così, nella gran parte dei casi, si trattava di cover, pezzi stranieri tradotti, percepiti come italiani perché le informazioni si muovevano lentamente. Gli originali erano praticamente sconosciuti e poteva accadere che una canzone “tradotta” diventasse popolare senza che nessuno sospettasse che fosse una cover.

Livio Macchia in concerto in anni recenti (dal sito camaleonti.it) 

Lo sono molti dei pezzi memorabili degli anni 60, vedi Ho in mente te dell’Equipe 84, Bandiera gialla, Ragazzo triste, Sono bugiarda di Caterina Caselli e tante altre. In omaggio a questa pratica, i Camaleonti esordirono con un album intitolato The best records in the world, per l’appunto, ma il successo arrivò quando azzeccarono le cover giuste, quelle che ti fissano nell’immaginario come è successo a Macchia e i Camaleonti. Incisero L’ora dell’amore, ovvero Homburg dei Procol Harum, che vendette un milione e mezzo di copie, poi Io per lei da un originale di Frankie Valli, arrivando nel ‘68, esattamente il periodo in cui il pop italiano cercava di emanciparsi, a centrare il successo di Applausi che non era una cover ma un pezzo italiano al cento per cento, firmato Luciano Beretta e Claudio Cavallaro.

Macchia - a destra - con la band 

Era la fine dell’età dell’innocenza, l’età che ancora oggi ci piace cantare a ogni festa, a ogni karaoke, su ogni rotonda che si protende sul mare.

Leggi i commenti