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Eminem e il doc sugli “Stans”, al confine tra fan e ossessione

Eminem e il doc sugli “Stans”, al confine tra fan e ossessione

Diretto da Steven Leckart e prodotto dal rapper con Antoine Fuqua raccoglie le voci degli ammiratori più estremi. Il film, presto su Paramount+, racconta gli esordi a Detroit, il rapporto con l’amico d’infanzia Proof e i problemi con le droghe

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«Stan, apri la porta!». Era il 2000, Eminem era un fenomeno mondiale. Il video di Stan, una delle grandi hit tratte dall’album The Marshall Mathers Lp, divenne in breve una testimonianza quasi disperata del rapporto malato che lega una parte dei fan al proprio idolo. La scena iniziale vedeva un ammiratore del rapper, interpretato dall’attore Devon Sawa, che si chiude in bagno per ossigenarsi i capelli nel tentativo di somigliare sempre di più alla star. La sua ragazza (la cantante Dido), incinta, ha bisogno di andare in bagno ma lui si è chiuso dentro e, quando finalmente esce, la maltratta: è frustrato dal fatto che il suo eroe non risponde alle sue lettere. Il finale è tragico.

L’ossessione dei fan e l’impossibilità di essere normali sono la base del docufilm Stans, in arrivo su Paramount+: protagonista, naturalmente, il rapper dei record con oltre 200 milioni di dischi venduti, 15 Grammy, un Emmy, un Oscar e un posto nella Rock & roll hall of fame. Uno che ha cambiato il linguaggio del rap divenendo in breve un fenomeno culturale, anche controverso. Al punto che il termine “Stan” è finito sul dizionario inglese per definire “coloro che ammirano un cantante o un personaggio famoso in modo insolito”. A volte pericoloso.

Diretto da Steven Leckart e prodotto da Eminem e Antoine Fuqua, Stans esplora la complessa psicologia dei fan attraverso 20 testimonianze di ammiratori che raccontano come la musica del rapper gli abbia cambiato la vita. Il confine tra ammirazione e follia a volte è sottile: basti pensare a Nikki Patterson, che ha collezionato 28 tatuaggi riguardanti il rapper, di cui 16 suoi ritratti. Ovviamente il doc racconta gli esordi del musicista a Detroit e il rapporto con l’amico d’infanzia Proof, scomparso nel 2006.

Ci sono le testimonianze di altre star tra le quali Ed Sheeran e Adam Sandler. E c’è il racconto, senza filtri, dei suoi problemi con le droghe e l’abuso di medicinali quali Vicodin, Valium o Xanax, usati inizialmente per alleviare dolori o eccesso di ansia, dai quali poi — verso il finire degli anni Novanta — era divenuto totalmente dipendente. «Ho dovuto reimparare a camminare, a parlare e a rappare». Ricorda uno dei momenti più difficili di quel periodo, ovvero il giorno in cui ha mancato il compleanno di sua figlia Hailie Jade: «Ho pianto e continuavo a pensare: “Vuoi perderti di nuovo questo? Vuoi perderti tutto? Se non puoi farlo per te stesso, stronzo, fallo almeno per loro”». Ma alla fine, il cuore del film è la difficoltà di gestire la fama e la follia di alcuni fan: in uno spezzone, Eminem racconta di aver portato sua figlia in un centro commerciale quando era all’apice della fama. Lì, si era radunata una folla enorme e i gestori dello shopping center lo hanno cacciato. «Per me questa roba è folle», ha detto durante una presentazione con i fan, «quando ho scritto Stan credevo di aver capito l’impatto che la mia musica stava avendo sulle persone». Ma le risposte, in era social, restano sempre aperte.

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