Alfa: “Non è vero che siamo una generazione di sdraiati”
di Matteo MacorGENOVA – È quasi finita e già ricomincia, l’estate senza respiro di Andrea De Filippi “rinato” Alfa. In tre mesi e poco più il cantautore genovese ha festeggiato i 20 dischi di platino, il feat con Manu Chao diventato il singolo più ascoltato nelle radio, il compleanno dei 25, mercoledì incontrerà la sua Genova a “Repubblica insieme” e poi punterà il primo tour europeo, al via il 30 settembre da Barcellona.
«Son giovane, mi ricarico in fretta», dice lui, ma rivendicando il diritto ai propri tempi che per la sua generazione vale quasi un manifesto. «A dicembre mi fermo davvero – è la promessa – per l’anno prossimo voglio scrivere il disco più bello della mia carriera».
L’Europa non è per tutti, anche nell’iperorganizzato mondo discografico di questi tempi. Quanto vale: quanto un’esigenza di marketing, quanto la voglia di avventura?
«Sarà una gita di classe, più che un tour: dieci giorni in van con la band con cui suono da sei anni, per sei date da una capitale all’altra. Barcellona, Pa…
GENOVA – È quasi finita e già ricomincia, l’estate senza respiro di Andrea De Filippi “rinato” Alfa. In tre mesi e poco più il cantautore genovese ha festeggiato i 20 dischi di platino, il feat con Manu Chao diventato il singolo più ascoltato nelle radio, il compleanno dei 25, mercoledì incontrerà la sua Genova a “Repubblica insieme” e poi punterà il primo tour europeo, al via il 30 settembre da Barcellona.
«Son giovane, mi ricarico in fretta», dice lui, ma rivendicando il diritto ai propri tempi che per la sua generazione vale quasi un manifesto. «A dicembre mi fermo davvero – è la promessa – per l’anno prossimo voglio scrivere il disco più bello della mia carriera».
L’Europa non è per tutti, anche nell’iperorganizzato mondo discografico di questi tempi. Quanto vale: quanto un’esigenza di marketing, quanto la voglia di avventura?
«Sarà una gita di classe, più che un tour: dieci giorni in van con la band con cui suono da sei anni, per sei date da una capitale all’altra. Barcellona, Parigi, Bruxelles, Londra, Amsterdam, Colonia. Una follia, vedremo se varrà come un’Europa League o una Champions. Ma soprattutto voglio vivermela come un modo per recuperare un po’ di immediatezza, d’incoscienza musicale. Suoneremo in club da 300 spettatori, li vedremo tutti in faccia».
C’è davvero ancora spazio per l’“incoscienza”, nel mondo della musica?
«Le regole del mondo discografico sono una gara a chi fa di più in meno tempo, e la strategia è tutto. Ma tutto quello che è lontanamente artistico non può che implicare l’imprevisto e l’incalcolato, e in mezzo a così tanta offerta musicale la persone ormai cercano la verità e l’umanità ancora più del talento. Se io scrivessi le mie canzoni allo stesso modo in cui è organizzato tutti gli altri aspetti che fanno parte della mia attività, sarebbero inascoltabili, senza anima».
Cosa vuol dire, oggi, fare il suo mestiere?
«Fare un mestiere faticoso. Oggi l’artista per esistere deve soddisfare una fame di attenzione sempre maggiore, le canzoni durano molto meno che in passato, l’età media si abbassa sempre di più. Ho visto amici e colleghi perdersi in contratti sbagliati e casi sfortunati, altri sfondare dopo lunghe gavette, ma solo per casi di logiche di mercato. Penso anche però che qualcosa stia cambiando: che il pubblico stia tornando ad apprezzare una certa genuinità, certi messaggi, anche un certo cantautorato pop. Che per fortuna non è più una parolaccia, un genere commerciale solo da tenere a distanza, ma in classifica ha trovato il suo spazio».
Il suo genere, che in parte la lega agli Olly, Tedua, Bresh e gli altri nomi noti della scena della sua città. Che effetto fa, quando sente parlare di “nuova scuola genovese”?
«Ci accostano ai Tenco, Lauzi, De Andrè, ma abbiamo principi diversi, siamo meno politici, meno sofferenti: ci accomuna forse solo quel tipo di poeticità che una città come Genova, anche per la cultura musicale che ha, ti ispira. Ma il nuovo cantautorato si trova ovunque, in classifica. Dalle ballade di Achille Lauro ai pezzi di Lucio Corsi, che mi pare tutto tranne che mainstream, eppure è arrivato a tutti».
Alfa: "Ho subito bullismo e ne sono uscito con la musica. Con Ed Sheeran ci sentiamo via mail"
La collaborazione con Manu Chao è la canzone che è passata di più nelle radio degli ultimi quattro mesi, eppure non si può considerare un tormentone. La vive come un bollino di qualità, o non è più tempo per tormentoni?
«A me in realtà dispiace, che si dica non ci siano state grandi hit estive. In radio passo io, passano Anna Pepe, la Brancale. Del resto però A me mi piace non nasce come tormentone: non ha preso forma a tavolino ma come un freestyle in un backstage di un concerto in Svezia, con un freddo cane. Anche se poi è diventata un’altra storia».
Con Manu Chao abbiamo visto come ha funzionato, con Ed Sheeran suonato in giro per Roma, con Vecchioni a Sanremo. Quale sarà il prossimo? E soprattutto: moriremo di duetti, noi ascoltatori?
«Io sono sempre stato contrario, ai duetti, a inizio carriera serve tirare fuori la propria identità. Ma io prima che cantautore sono un fan. Cantare con i mostri sacri è ogni volta una botta di autostima, con Manu è stato anche un ritrovarsi in una storia comune».
Quale, delle tante che ha attraversato lui?
«Ci siamo conosciuti nel backstage di un concerto, a Milano, e poi ritrovati quando è nato il pezzo. Il mio essere nato a Genova è bastato per ritrovarci anche senza discutere di musica. Abbiamo parlato del tifo per il Genoa e dell’ispirazione che sa dare la città. Mi ha ricordato l’esempio di Don Andrea Gallo, il prete degli ultimi che ha fatto da coscienza e impegno della città, e il concerto che fece nel 2001 il giorno prima dell’inizio del G8, quello che poi è finito come sappiamo».
Con l’irruzione alla Diaz e le violenze sui manifestanti. Ma come la vive, un classe 2000, la storia di quel vertice e del movimento che lo contestava?
«Io avevo un anno, al concerto di Manu ci andarono i miei genitori. La storia di quel G8 la conosco perché ha un posto importante nell’immaginario di una città tendenzialmente indipendente, orgogliosa di essersi liberata da sola dal nazifascismo come di aver vissuto e capito più degli altri quella vicenda. Di quel movimento, tra i ragazzi della mia generazione, rimangono forse più le tematiche e il fervore che il modo di fare politica».
Si parlava già di emergenza climatica, diseguaglianze e diritti, i temi di cui si interessano anche i ragazzi venticinquenni di oggi. Se non è politica questa.
«Sono battaglie che percepiamo quasi più etiche che politiche. La mia generazione è cresciuta in un clima di tale sfiducia per la politica, trasmessa da genitori, insegnanti, tv, che la stessa parola è diventata respingente. Noi passeremo sempre per gli “sdraiati” sul divano di Michele Serra, connessi al telefono ma sconnessi dalla realtà, ma abbiamo una coscienza di classe e i modi per interessarci del mondo anche noi».
Ad esempio?
«Penso a quanti si sono mobilitati per la Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria per Gaza. Sono partiti in tantissimi, pur sapendo i rischi della spedizione, per aiutare chi sta male e sensibilizzare i governi. E nasce tutto dal basso, ancora una volta».
Non sono rimasti solo il calcio e la musica, insomma, a unire i ventenni. A vedere il legame sempre più stretto tra club di riferimento e artisti come lei, si direbbe sia così.
«Ma il calcio unisce da sempre, è un modo per sentirsi parte di qualcosa, uno strumento identitario, di conoscenza della cultura della città in cui si nasce e insieme una forma di aggregazione. Io stesso appena fatto l’asta del Fantacalcio, come tutti. Nel caso del Genoa, poi, per me è una passione che vale doppio. Abbiamo lavorato molto bene insieme con la società, così come chi ci lavora e i comunicatori del club hanno fatto con Bresh e la sua “Guasto d’Amore”, ma anche altri amici e colleghi, in modo fantastico. E in più è il club dove mio papà ha lavorato per una vita: per me è casa, una questione di famiglia, è stato anche un modo per comunicare con i miei genitori. A me la domenica trovate allo stadio a vedere la partita».
Negli anni lei ha parlato di bullismo e problemi giovanili, sente una responsabilità, da artista, nei messaggi da mandare al proprio pubblico?
«Tutti i cantautori sono un megafono, si ha il dovere di portare dei valori. Se mi chiedete di parlare di politica nelle mie canzoni, però, rispondo che su tanti temi la cosa richiederebbe studio, preparazione e conoscenza su temi che io al momento non ho. È già abbastanza difficile fare canzoni semplici e non banali, leggere ma essenziali, che possano emozionare il pubblico con le proprie parole. Io stesso faccio questo mestiere da anni e ancora faccio fatica, tutti cerchiamo la nostra dimensione, e io non mi sento ancora di averla trovata al cento per cento».
Con Olly, il vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo, siete praticamente cresciuti e arrivati insieme, dai pezzi caricati su youtube in cameretta al successo. Cosa ha fatto la differenza: la fame, il caso, i mezzi?
«Le famiglie che ci hanno messo nelle condizioni di poter sognare, una sensibilità per la scrittura, la passione per il freestyle e l’ossessione di voler fare questo mestiere che abbiamo avuto sin da subito, lui soprattutto. Con Olly quando ci vediamo torniamo sedicenni del liceo, parliamo di calcio, di Genoa e di Samp, di vita, degli stessi amici e delle stesse ragazze che conosciamo da sempre».
Lui ha già riempito lo stadio della vostra città per il prossimo anno, prova invidia o orgoglio?
«Solo grande orgoglio. Lui ha riempito Marassi per il 2026, io i palazzetti per l’autunno: saranno tutte grandi feste. E spero possa far pensare, in un momento in cui gli spazi per fare musica sono quasi inesistenti. Io il primo live l’ho fatto da piccolissimo in una gelateria, mentre entrava la gente a chiedere coni e coppette, ma non è che all’inizio avessi tante alternative, anche da più conosciuto».
Sheeran e Alfa turisti a Roma in vespa: e in trattoria spunta anche Ultimo
Per restare alle due città in cui vive, a Milano è stato sgomberato il Leoncavallo, a Genova il Buridda: cosa ne pensa della lotta ai centri sociali in questa fase politica del Paese?
«Uno schifo. In città sempre più povere di spazi per tutti, si va a fare la guerra a quei luoghi dove i ragazzi possono trovare interessi e libertà di espressione. Io i primi concerti li facevo allo Zapata, un centro sociale di Genova che è già stato sgomberato. Ero giovanissimo, mi accompagnava mio papà con la promessa di farmi scendere dalla macchina poco prima dell’ingresso, perché mi vergognavo, ma in posti così ho sempre trovato porte aperte».
Cosa le manca di più, di quegli anni?
«La leggerezza, l’entusiasmo. A 15 anni andavo tre giorni alla settimana nel piccolo studio nei vicoli di Alberto De Scalzi, il figlio di Vittorio, dei New Trolls, uno di quelli che mi hanno insegnato quasi tutto, a cominciare dallo stare davanti a un microfono: ogni volta 45 minuti in autobus ad andare e 45 a tornare, ogni volta un allenamento all’insicurezza, all’andata grandi aspettative e al ritorno una seduta di terapia ad ascoltare quello che avevo appena registrato. Se sono arrivato qui è grazie a quel passato per quei vicoli e quei bus».
E nel futuro di Alfa, cosa c’è? Una famiglia, Sanremo, un nuovo disco?
«A mia mamma ho promesso delle due l’una: se non vado a Sanremo, almeno prendo la patente per l’auto che ancora non ho preso».
Un modo per dire che tornerà a Sanremo? Se a 25 anni compiuti è ancora senza patente, vuol dire può prendersi ancora del tempo per tornare al Festival.
«Ma chi lo sa, per ora penso a suonare, a dicembre vado in vacanza, e per l’anno prossimo voglio scrivere il disco più bello della mia carriera».