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Ricky Gianco: “Celentano un genio, ma io non volevo fare il cortigiano. Jannacci quasi mi ammazzò”

Ricky Gianco, 82 anni, riceverà il premio alla carriera dal Club Tenco 

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Il Club Tenco annuncia il premio alla carriera e lui, 82 anni, annuncia il ritiro. Ricorda gli inizi, gli incontri – da Paoli a Tenco – il Molleggiato che gli trovò il nome d’arte, i successi e l’impegno. “L’errore più grande? Non aver continuato la causa contro Baglioni per il plagio di Questo piccolo grande amore”
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MILANO – “Non potevo immaginare un’occasione più bella per ritirarmi ufficialmente: il palco più prestigioso d’Italia, il pubblico più competente che ci sia, un premio intitolato a uno dei miei più cari amici”. Ma l’annuncio del ritiro Ricky Gianco lo dà a Repubblica nel giorno in cui, a proposito di annunci, il Club Tenco fa quello di avergli conferito il premio alla carriera, che gli sarà consegnato alla rassegna del teatro Ariston di Sanremo, dal 23 al 25 del mese.

E con quelle date basta davvero, signor Riccardo Sanna, ribattezzato Gianco da Celentano?

“Guardi, la voglia non mi manca, la testa c’è, e la salute tutto sommato anche, a parte la maledetta schiena che per uno che deve stare su un palco, anche seduto, è una tortura. Meglio finire così, nel nome di Luigi, come ho cominciato, è come se lui tornasse a trovarmi”.

Tenco lei l’ha conosciuto bene.

“Non a lungo, 7 anni scarsi, ma belli pieni. Lo conobbi nel 1960: avevo 17 anni quando entrai alla Ricordi e li conobbi tutti, Paol…

MILANO – “Non potevo immaginare un’occasione più bella per ritirarmi ufficialmente: il palco più prestigioso d’Italia, il pubblico più competente che ci sia, un premio intitolato a uno dei miei più cari amici”. Ma l’annuncio del ritiro Ricky Gianco lo dà a Repubblica nel giorno in cui, a proposito di annunci, il Club Tenco fa quello di avergli conferito il premio alla carriera, che gli sarà consegnato alla rassegna del teatro Ariston di Sanremo, dal 23 al 25 del mese.

E con quelle date basta davvero, signor Riccardo Sanna, ribattezzato Gianco da Celentano?

“Guardi, la voglia non mi manca, la testa c’è, e la salute tutto sommato anche, a parte la maledetta schiena che per uno che deve stare su un palco, anche seduto, è una tortura. Meglio finire così, nel nome di Luigi, come ho cominciato, è come se lui tornasse a trovarmi”.

Tenco lei l’ha conosciuto bene.

“Non a lungo, 7 anni scarsi, ma belli pieni. Lo conobbi nel 1960: avevo 17 anni quando entrai alla Ricordi e li conobbi tutti, Paoli, Endrigo e Luigi, che era l’unico con cui potessi parlare di rock, per gli altri c’erano solo Brel e Brassens, che non posso certo permettermi di contestare, ma io avevo altri gusti, specie ancora da adolescente. Lui invece il rock lo faceva, e con testi che sembravano folli, tanto che firmava Gigi Mai per non compromettersi l’immagine. Mi aiutò a trovare una balera, a Sampierdarena, aprivo i suoi concerti. Poi lunedì alle 5 partivo col primo treno per Milano perché andavo ancora a scuola. Nei molti tempi morti mi insegnò a giocare a tocchi, un gioco con le monetine, ma raffinatissimo, sembrava scacchi. Ovviamente non mi ricordo mezza regola. Ma Luigi è indimenticabile, anche perché era simpaticissimo, giocava a fare il tormentato perché gli serviva ad alimentare il personaggio”.

Gianco negli anni 60, suona la chitarra insieme a Gino Paoli 

Di cui forse è rimasto vittima, visto com’è morto quel fatidico 27 gennaio 1967, dopo essere stato eliminato dal Festival.

“Io al suicidio non credo, ma lo dico così di istinto. Secondo me deve aver fatto una stupidata, del tipo giocare con la pistola stravolto dall’emozione e per l’alcol. Di sicuro le indagini furono fatte male e non credo che ci capiremo mai davvero qualcosa”.

Chiudiamo l’argomento Tenco parlando della rassegna che la premierà.

“Ci sono stato due volte,1976 e 2007. Ma ricordo solo la prima, che fu in un momento terribile. Era agosto, avevo appena mollato la mia fidanzata con la quale già parlavamo di matrimonio. Ero così sconvolto che non riuscii a guidare e presi un taxi a Milano. Il conducente non si fece problemi per la distanza e partì. All’arrivo mi chiese mi pare 600 mila lire, forse anche di più. Io ero venuto senza ingaggio, ma solo col rimborso spese, quando presentarono la ricevuta al patron, il mitico, Amilcare Rambaldi, diciamo che non fu contentissimo”.

Luigi Tenco sul palco del Festival di Sanremo 

Veniamo a lei, nato nel 1943 a Lodi da sfollato, famiglia di origine sarda, ma trapiantata a Milano. E lei enfant prodige che inizia a cantare a 15 anni il rock, la musica più di moda allora.

“Per me non fu una moda, ma amore a prima vista, avevo l’età perfetta perché una musica così mi sconvolgesse la vita, era la bellezza rivoluzionaria della libertà, un nuovo modo di esistere, urlando tutto quel che avevamo dentro e che normalmente ci veniva impedito di dire, e per di più con la chitarra elettrica. Ecco, c’era il piccolo difetto della erre”.

Moscia?

“No, non l’avevo proprio. E così per un paio d’anni cantavo “Ciao ti diò” e “pecipito pecipito”. Poi feci scuola di dizione”.

Con discreti effetti: nel 1960, a 17 anni, incise il singolo “Distrattamente”, lei alla chitarra, al piano Enzo Jannacci, al sax proprio Luigi Tenco. Va bene essere bravi, però qualcosa non torna.

“Non tornano quei tempi, ahimè, in cui era così facile entrare in contatto con certa gente. Io la sera uscivo con Paoli e Endrigo che mi parlavano di politica e di comunismo. Io non ci capivo nella ma restavo affascinato. E poi si suonava con chiunque, per puro piacere, a Milano c’era sempre un buco di locale per suonare nell’euforia del Boom e della gioventù, vivevamo in un futuro continuo”.

Enzo Jannacci 

Ma è vero che Jannacci quasi la ammazzò?

“Involontariamente, ovvio. Era il 1962, eravamo in tour estivo sulla Riviera Ligure, coi Four Saints, band inglese il cui pianista riusciva a mangiare spaghetti suonando. Mi venne 39 di febbre. Jannacci era già laureato in Medicina, mi disse che dovevo sudare, sudare, sudare e mi mise sotto tre trapunte di lana. Mi salvò l’arrivo dei miei».

Da un anno era entrato nel Clan Celentano.

“Era un gruppo vero, artistico e umano, guidato da un genio. Che però decideva tutto: se voleva giocare a biliardo gli andavamo dietro tutti, perdipiù perdeva perché era assai scarso”.

E fu lui a battezzarla definitivamente Ricky Gianco.

“In passato ero stato Ricky Sann, Ricky Sanna, addirittura “Ricky e un altro”, e l’altro era Gino Paoli che per motivi di esclusiva non poteva apparire. Adriano mi telefonò alle 5 di mattina, probabilmente stava per andare a dormire perché non si alzava mai prima di mezzogiorno. Non ho mai saputo cosa volesse dire Gianco, se non bianco in genovese. Ma stava bene e me lo tenni”.

Non le stava bene altro, se già nel 1963 mollò il Clan.

“A me non piaceva essere un cortigiano, anche se di un genio. E poi Pregherò dovevo cantarla io, invece se la prese lui, e a me promise il seguito Tu vedrai. Come se fosse un film. Però nel 1962 vincemmo assieme il Cantagiro. Adriano finse un incidente perché una sera fossi io a cantare Stai lontana da me. I melodici Teddy Reno, Claudio Villa e Luciano Tajoli mi chiusero in uno stanzino e mi processarono: chi avevamo corrotto per avere tutti quei voti? Non capivano che erano semplicemente cambiati i tempi, anche nella musica”.

Adriano Celentano 

A proposito di tempi che cambiano, arriviamo a quel che le accadde nel dicembre 1964.

“Ho sempre amato viaggiare, vedere e ascoltare cose nuove. Quell’anno mi invitarono a Londra a un concerto di una band che iniziavamo a conoscere anche in Italia. Si chiamavano Beatles. Vidi scene clamorose, da film di Hitchcock. Loro che non arrivavano mai, la tensione alle stelle, poi il finimondo quando comparvero, ragazzine possedute, tarantolate, che lanciavano i reggiseni e svenivano. Giuro che piansi di emozione: quella era la Storia”.

Di persona com’erano?

“Lennon enigmatico e geniale. Paul aperto e musicale. George mi salutò con “ciao, pizza, mozzarella, spaghetti”, presumo fosse una battuta. L’intoppo fu quando mi chiesero di aprire i concerti che avrebbero tenuto al Vigorelli di Milano del 1965. Temevo di essere linciato, dopo quel che avevo visto, così dissi no. Tra l’altro allora in Italia ero più conosciuto di loro. Uno dei tanti errori della mia vita”.

Altri?

“Su tutti, non aver continuato la causa contro Baglioni per il plagio di Questo piccolo grande amore. La perizia mi diede ragione, la sentenza no, in appello avrei vinto. Personalmente, non aver tenuto tutte le auto che ho comprato: una Jaguar spider tipo Diabolik, una Maserati Mistral carrozzata Frua, una Rolls Royce Silver Trau coi doppi fanali. Questa la permutai con un Maggiolone, veda un po’ lei”.

Però, parlando di inghippi legati alle canzoni, due le vengono attribuiti. Primo, lei firmò “Pugni chiusi” dei Ribelli, eternata dalla voce di Demetrio Stratos, al posto del batterista Gianni Dall’Aglio.

“Vero, ma era minorenne e non poteva. Gli riconobbi senza problemi la paternità anni dopo, quando me la chiese”.

Secondo, quando scrisse “Pietre” per Antoine assieme a Gian Pieretti. Somigliantissima a “Rainy day women # 12&35” di Bob Dylan.

“Me ne accorsi e chiesi agli avvocati di Bob Dylan, che ci rassicurarono dicendo che riprendeva una marcia tradizionale di New Orleans. Antoine la portò al Festival e perse subito le parole che aveva su un foglietto: improvvisò tutto ballando come un matto”.

La collaborazione con Gian Pieretti prometteva benissimo, ma non durò.

“Non poteva durare; io ero un riformista rivoluzionario, lui un conservatore”.

Ricky Gianco con Gianni Mura 

Iniziavano gli anni dell’impegno duro e puro, gli anni di Gianfranco Manfredi, autore da poco morto.

“L’ultimo grande dolore della mia vita per ora. Mi ridiede idee e slancio, mentre io musicavo quel che pensava. Dovevamo spiazzare e ci riuscimmo oltre il credibile. Nel 1975 feci un concerto a Parco Ravizza a Milano, polizia e autonomi stavano per menarsi sotto il palco. Gianfranco mi disse di cantare Sei rimasta sola. Pensai fosse matto. E invece si placarono e iniziarono a cantarla tutti”.

Ma quella canzone poteva mettere d’accordo tutti, voi giocavate anche a spaccare.

“Non è che volessimo: è che gli extraparlamentari ci criticavano perché li sbeffeggiavamo, i comunisti di partito ci consideravano movimentisti ed erano imbarazzati quando alle Feste dell’unità cantavo Compagno sì, compagno no, compagno un caz perché intanto loro trattavano con la Dc. Insomma, eravamo di sinistra e riuscivamo sgraditi a tutta la sinistra”.

E di questo vi siete mai pentiti?

“Lui non credo, io di certo no: Io mi sono sempre buttato in avanti, a costo di fare minchiate, sennò non è vivere, ma vegetare”.

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