Ivan Cattaneo: “Mai stato capito. Che errore andare al Grande Fratello e all’Isola dei famosi”
di Patrizio RuviglioniL’opera è monumentale e difficile da spiegare, ma l’artista in sé non è da meno e, soprattutto, sente lui per primo di non essere stato capito fino in fondo. Tant’è. A 72 anni Ivan Cattaneo torna in pista con il suo progetto definitivo, Due.I (esce il 31 ottobre), composto da Titanic-Orkestra – 24 canzoni inedite in un doppio album, con dvd e romanzo a tema – e Un mammifero che canta, una sorta di “autobiografia artistica e visiva” con poesie d’epoca, cimeli e le canzoni che l’hanno reso popolare, compresa quella Una zebra a pois che oggi “sento un po’ come una prigione”. Dentro, le mille vite di un personaggio esagerato, passato dall’avanguardia anni Settanta – in cui è stato il fondatore del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, per i diritti degli omosessuali – alla trasgressione e alla provocazione degli Ottanta con Polysex e i remake di Italian Graffiati, fino alla tv trash dei reality che, dice, “è stata necessaria”.
L’opera è monumentale e difficile da spiegare, ma l’artista in sé non è da meno e, soprattutto, sente lui per primo di non essere stato capito fino in fondo. Tant’è. A 72 anni Ivan Cattaneo torna in pista con il suo progetto definitivo, Due.I (esce il 31 ottobre), composto da Titanic-Orkestra – 24 canzoni inedite in un doppio album, con dvd e romanzo a tema – e Un mammifero che canta, una sorta di “autobiografia artistica e visiva” con poesie d’epoca, cimeli e le canzoni che l’hanno reso popolare, compresa quella Una zebra a pois che oggi “sento un po’ come una prigione”. Dentro, le mille vite di un personaggio esagerato, passato dall’avanguardia anni Settanta – in cui è stato il fondatore del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, per i diritti degli omosessuali – alla trasgressione e alla provocazione degli Ottanta con Polysex e i remake di Italian Graffiati, fino alla tv trash dei reality che, dice, “è stata necessaria”.
Ci aiuti a mettere ordine. Da dove partiamo per raccontare Due.I?
“La biografia è il mio testamento, questo progetto mi è costato otto anni, non credo di poter andare più oltre. Titanic-Orkestra è invece una sorta di Spoon River al mare: Cattivan, il mio alterego, è il musicista del Titanic, uno a uno passa in rassegna gli ospiti della crociera, personaggi con storie legate al presente. Come lo è, del resto, quella del vero Titanic: tanto entusiasmo per la velocità e la tecnologia, prima del grande schianto”.
Dice: la tecnologia ci ha traditi di nuovo.
“I social ci hanno resi compulsivi, con soglie d’attenzione minime. Ci si scatta foto convinti di essere famosi per gli altri: magari è vero, ma tutta quell’apparenza non ci rende, poi, famosi per noi stessi. Io per primo sono vittima di questo gioco, neanche alla mia età le saprei dire se mi conosco davvero, se ho incontrato davvero la mia faccia. Siamo tutti persi”.
Che Paese vede?
“C’è più tolleranza verso i diversi, sono ottimista. Se ripenso alle prime riunioni del Circolo Mario Mieli, eravamo davvero carbonari, clandestini. Nessuno avrebbe immaginato che gli omosessuali oggi sarebbero stati così integrati nella società – anzi, ai gay oggi rimprovero una scarsa coscienza storica. Credo nei diritti civili e nell’integrazione, temi che ritengo giusti a prescindere e che, penso, hanno sempre avuto la meglio anche sulla politica”.
Eppure, l’odio resta.
“Le differenze non sono mai tollerate abbastanza. C’è una rabbia strisciante che preoccupa, penso agli atti di bullismo, all’omofobia dilagante, ai femminicidi. Un uomo che minaccia un gay, spesso, è uno in crisi con la propria sessualità: un etero già ‘risolto’ non ha nessun motivo di odiarci, le assicuro. Allo stesso modo, un uomo che uccide una donna è uno che teme di perderne il controllo. Negli anni Settanta noi gay e le femministe abbiamo messo in discussione i nostri ruoli nel mondo: il maschio mi sembra invece sia rimasto ai tempi della clava, è ora che si metta in discussione anche lui”.
Dove lo può fare?
“Difficile dirlo. I social e la tv hanno ritmi isterici, vivono esclusivamente di presente. Ne sono un emblema personaggi come Vittorio Feltri non pensano che a spararla grossa, consapevoli che il giorno dopo ci si sarà già dimenticati della castroneria che hanno detto. Si cerca solo il successo, la visibilità. L’essere umano è malato”.
Permetta, però, lei ha fatto molta televisione, dai reality come L’isola dei famosi (2007) allo stesso Grande fratello Vip (2018).
“Già, purtroppo”.
Prego?
“L’ho fatto perché venivo ben pagato e perché, a un certo punto, erano diventati necessari: stava per chiudere il Festivalbar, programmi musicali non ne fanno più, a Sanremo non mi vogliono… Le uniche porte aperte erano quelle. Non sputo nel piatto dove ho mangiato, sapevo già quali fossero le regole del gioco: in televisione si va per urlare e per fare pubblicità a sé stessi, io ne sono rimasto inghiottito, come tutti. Rimpiango, questa sì, la tv più lenta e ragionata del passato”.
Se ne è pentito?
“No, hanno fatto parte di un percorso. E poi, per carità, agli inizi mi è servita: sono stato tra i primi a presentarmi vestito con le piume o le unghie smaltate; ho sdoganato modelli, mi fa piacere vedere che oggi ci sia un Achille Lauro, per esempio”.
Lo considera un suo erede?
“No, magari dal punto di vista estetico sì, ma da quello musicale meno. La differenza è che allora i vestiti li cucivo da solo, oggi lui ha grandi brand con sé. Lucio Corsi, al contrario, vedo che fa da sé. Ma in generale, fatico ad affezionarmi ai nuovi artisti: mi piacciono tutti, hanno grandi voci, ma una bella voce è come un bel culo, un dono naturale; io invece cerco la personalità, e non ne vedo. Negli anni Settanta l’avevano eccome, anche le interpreti, come Patty Pravo o Milva. Oggi cantano tutti bene, ecco, ma cantano tutti la stessa, vecchia canzone”.
Anche i rapper?
“Suvvia, sono ragazzini che si divertono con i giocattoli dei nonni: l’hip hop esiste dagli anni Settanta, non è rivoluzione. Lo è stato il rock, il rap agli inizi. Oggi è tutto un enorme pop. E i live sono dei karaoke, rassicuranti e nient’altro. Ma gli artisti veri cercano la rivoluzione”.
Lei lo è?
“Ci ho provato. Negli anni Ottanta con Italian Graffiati avevo avuto un successo enorme, ma non mi sentivo realizzato: vendevo centinaia di migliaia di dischi, ma ero pur sempre interprete dei successi del passato. Certo, li trasformavo, ma non ero me stesso. Il problema è che intorno a me – giustamente – era nata una macchina da guerra, con Caterina Caselli e Red Ronnie avevamo ideato la discoteca Bandiera gialla, a Rimini, dove migliaia di persone ballavano pezzi di vent’anni prima. Era difficile tirarmi via. Ma soffrivo: ricordo che mi aspettavano in scena ed ero in hotel a studiare la filosofia orientale, ero già altrove. Il successo mi esplose in mano, il revival era dovunque, pensi al film Sapore di sale”.
Com’è andata quando si è fatto da parte?
“Mi sono sempre nutrito della mia arte e per un po’ mi è bastato. Anche se poi per il pubblico sono rimasto quello di Una zebra a pois: si figuri, sa quante volte ho chiesto in tv di poter leggere, non so, delle mie poesie? Mai niente. Ma lo capisco. Mi spiace che tutto ciò che ho fatto dopo – mi sono dedicato all’arte visiva, componevo canzoni per me stesso – non sia stato davvero capito. Ma, di nuovo, sono le regole del gioco. E ora mi diverto. Nei Novanta la mia amica Giuni Russo cercava di convincermi a pubblicare musica anche se, di fatto, non ci ascoltava più nessuno, sarebbe stato un segnale. Lei lo faceva, ma eravamo diversi. Anche se comunicare con il pubblico è bellissimo, e l’ho riscoperto in questi anni”.
I suoi maestri?
“A lungo Osho, che trovavo poetico. Poi però a un certo punto bisogna ‘uccidere’ i propri maestri e andare oltre. Vale per le religioni, che vedo come muli: devono condurre in cima alla montagna, ma poi dobbiamo abbandonarle lì ed essere davvero liberi. E vale nell’arte. Io l’ho fatto”.