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“Bohemian Rhapsody”: 50 anni fa Freddie Mercury inventò il futuro in sei minuti

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Il 31 ottobre 1975 i Queen pubblicano una canzone troppo lunga, troppo strana, troppo geniale. Da allora, nulla sarebbe stato più lo stesso
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Che anni, quegli anni. Vengono in mente i proverbiali decenni in cui non succede niente, e poi le settimane in cui invece succedono decenni. E nelle settimane del 1975, ecco, succedono decenni: tra gli altri, a settembre esce Wish You Were Here dei Pink Floyd, mentre a novembre tocca a Horses, l’album di debutto di Patti Smith. In mezzo, il 31 ottobre, cinquant’anni fa, si fermano tutti, come abbagliati da una supernova: viene pubblicata Bohemian Rhapsody dei Queen, sei minuti che cambiano per sempre la Storia, da intendersi con la S maiuscola, quella di tutti. Ci vorrà tempo, in sé l’accoglienza della stampa non è trionfale, ma certe rivoluzioni si vedono sulla lunga distanza e, da lì, niente sarebbe più stato lo stesso, per la band di Freddie Mercury e la musica in generale.

Non per i numeri da record che tutt’ora raccoglie – terzo singolo più venduto di sempre in Regno Unito con più di due milioni e mezzo di copie, p…

Che anni, quegli anni. Vengono in mente i proverbiali decenni in cui non succede niente, e poi le settimane in cui invece succedono decenni. E nelle settimane del 1975, ecco, succedono decenni: tra gli altri, a settembre esce Wish You Were Here dei Pink Floyd, mentre a novembre tocca a Horses, l’album di debutto di Patti Smith. In mezzo, il 31 ottobre, cinquant’anni fa, si fermano tutti, come abbagliati da una supernova: viene pubblicata Bohemian Rhapsody dei Queen, sei minuti che cambiano per sempre la Storia, da intendersi con la S maiuscola, quella di tutti. Ci vorrà tempo, in sé l’accoglienza della stampa non è trionfale, ma certe rivoluzioni si vedono sulla lunga distanza e, da lì, niente sarebbe più stato lo stesso, per la band di Freddie Mercury e la musica in generale.

Non per i numeri da record che tutt’ora raccoglie – terzo singolo più venduto di sempre in Regno Unito con più di due milioni e mezzo di copie, prima canzone inglese di sempre ad aggiudicarsi il Disco di Diamante negli Stati Uniti, nonché pezzo composto nel Novecento con il maggior numero di riproduzioni nel feroce e anti-storico sistema dello streaming – ma per l’impatto. In parte, è ciò che avevano già fatto i Pink Floyd con The Dark Side of the Moon (1973) e soprattutto i Beatles nel 1967, quando per Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band avevano interrotto i concerti e si erano chiusi in studio di registrazione sei mesi, fino a venirne a capo con un album che stava su un altro pianeta rispetto, semplicemente, a quelli che allora erano chiamati “album”, dalla copertina colossal agli arrangiamenti. In un mondo che ancora guardava la musica leggera con diffidenza, come uno svago, niente a che vedere con la Classica, il pop diventava invece una “cosa seria”, arte vera.

Bohemian Rhapsody rappresenta un altro passo in questa scala evolutiva che oggi sembra interrotta, un’opera monumentale che, alla faccia dei discorsi sui discografici illuminati di allora, in partenza è osteggiata dallo staff dei Queen. Troppo lunga, complessa, tecnica perfino per gli standard del momento. E infatti Brian May, John Deacon, Roger Taylor e lo stesso Mercury – di cui già si vede l’enorme potenziale come frontman teatrale, e che l’ha scritta da solo nei primi mesi del 1975, a casa, con i compagni che subito apprezzano il pezzo – devono forzare la mano per pubblicarla in anteprima del quarto disco, A Night at the Opera. Fin lì, bene ma non benissimo: lasciato alle spalle il progressive degli esordi, i quattro sono una band di belle speranze e di un primo riscontro commerciale, ma sempre una delle tante; serve un rilancio, appunto, un qualcosa di speciale.

E cioè, questa canzone. Anzi, queste canzoni. Sono sei minuti in cui ci passa tutto: glam rock, hard-rock, musica classica, in un mix che per tanti è un suicidio commerciale e di contenuto, ma che il pubblico, dopo un primo spiazzamento, accoglie alla grande. A Natale è già prima in classifica, nonostante una struttura che, in linea con la struttura armonica della rapsodia del titolo, è tutt’altro che convenzionale: si parte con ballata, poi c’è un intermezzo operistico, quindi la band si scatena, assolo leggendario, poi il ritorno alla ballad per pianoforte. Tutto – ed è tanto – in uno. Sembra che, tra il primo e il secondo passaggio, presentandola al loro produttore, Mercury si fosse fermato: “…e qui arriva l’opera!”. Cosa? Ecco. In mezzo, prodigi tecnici che sanno di futuro: nella registrazione sono incise circa 180 tracce, tutte – come da prassi per l’epoca – su un nastro unico, il che implica un taglia e incolla di montaggio, fatto a mano, da far impallidire qualsiasi amanuense. Coraggio.

Non è la scoperta del fuoco o della ruota, Bohemian Rhapsody, ma l’invenzione degli aeroplani, una Gioconda da cui restare ogni volta astoneshed, “senza parole” come dicono gli inglesi di Sua Maestà, che Mercury – che pure era nato a Zanzibar – celebrerà con reiterate Union Jack sul palco. Il brano diventa un punto di non ritorno per il rock – che di lì in poi sarà ancora di più un genere serio, capace di opere enormi, che addirittura citano e giocano con la Classica stessa, altro che puro intrattenimento – e per i Queen stessi, finalmente investiti dal successo. Non tutto ciò che arriverà poi, a fronte di un consenso di pubblico enorme, sarà all’altezza concettuale della stessa Bohemian Rhapsody, ma ormai la rivoluzione è compiuta. Tanto che, nel leggendario Live Aid del 1985, ciò che resta di più impresso è proprio il momento in cui la suonano, mentre il biopic su Mercury – con regia di Bryan Singer, Rami Malek nella parte del protagonista, quattro Oscar nel 2019 – s’intitola proprio così, Bohemian Rhapsody. Con buona pace delle varie We Will Rock You e via discorrendo, senza di essa staremmo parlando di un’altra storia.

Live Aid. Wembley, London, England. Freddie Mercury leads his band Queen in a storming set that included the hits, Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer to Fall, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You and We Are the Champions. Live Aid was a benefit concert held on Saturday 13 July 1985. The event was organised by Bob Geldof and Midge Ure to raise further funds for relief of the famine in Ethiopia. Live Aid was held simultaneously at Wembley Stadium in London, UK, attended by about 72,000 people and John F. Kennedy Stadium in Philadelphia, US, attended by 89,484 people. The event raised a reported $125m dollars for famine relief. Picture taken at Wembley Stadium, London, England Picture taken 13th July 1985. (Photo by Kent Gavin/Daily Mirror/Mirrorpix via Getty Images) 

E proprio come una Gioconda, comunque, cinquant’anni dopo non ha smesso di parlarci, di alimentare il mistero. A cosa si riferisce il testo? Chissà. I Queen non l’hanno mai davvero svelato, l’interpretazione più solida è quella di Lesley-Ann Jones, la biografa di Mercury, secondo cui la confessione dell’omicidio su cui si gioca parte del testo sarebbe stato il suo modo di fare coming out. Ma va’ a capire… Certo, ci sarebbe da capire anche il resto, da Galileo (forse un omaggio agli studi di astronomia di Brian May?) al Barbiere di Siviglia, e ancora le maschere della commedia dell’arte, le invocazioni in arabo e gli altri mondi contenuti in questo sorta di scrigno delle meraviglie. Ma la sfida, nel 2025, non è decifrarla, semmai sedersi al pianoforte e tornare a pensare in grande come Mercury e soci, in quelle settimane in cui, almeno in musica, succedevano decenni.

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