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Ornella Vanoni, musa incomparabile. Una voce di velluto fiera, orgogliosa e senza fine

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Al suo servizio si sono messi legioni di autori, da Strehler a Gino Paoli, fino ai brasiliani che videro in lei il ponte ideale tra due continenti di musica
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Non è più un modo di dire, un malinconico fine serata tra amici. Quando è arrivata la notizia è sembrato davvero che la musica fosse finita, perché era lei ad averla cantata e la cantò in quel maledetto Sanremo in cui Luigi Tenco, il suo amico Luigi, si tolse la vita. E poi perché col suo sorriso ci aveva abituato all’idea che potessimo considerarla immortale. Ornella ha attraversato decenni di musica con la fierezza e l’orgoglio di una donna che non è disposta a cedere un centimetro della sua libertà, e l’ha fatto in anni in cui alla donna si chiedeva di stare al suo posto, quale che fosse, e di non rompere i coglioni.

Debuttò alla fine degli anni Cinquanta con un disco di canzoni della malavita, tanto per annunciarsi nel modo giusto. E non ha mai smesso, sfrontata, bella, con quel timbro di velluto che incantava e seduceva. Musa incomparabile al cui servizio si sono messi legioni di autori, da Strehler e Fiorenzo Carp…

Non è più un modo di dire, un malinconico fine serata tra amici. Quando è arrivata la notizia è sembrato davvero che la musica fosse finita, perché era lei ad averla cantata e la cantò in quel maledetto Sanremo in cui Luigi Tenco, il suo amico Luigi, si tolse la vita. E poi perché col suo sorriso ci aveva abituato all’idea che potessimo considerarla immortale. Ornella ha attraversato decenni di musica con la fierezza e l’orgoglio di una donna che non è disposta a cedere un centimetro della sua libertà, e l’ha fatto in anni in cui alla donna si chiedeva di stare al suo posto, quale che fosse, e di non rompere i coglioni.

Debuttò alla fine degli anni Cinquanta con un disco di canzoni della malavita, tanto per annunciarsi nel modo giusto. E non ha mai smesso, sfrontata, bella, con quel timbro di velluto che incantava e seduceva. Musa incomparabile al cui servizio si sono messi legioni di autori, da Strehler e Fiorenzo Carpi che scrissero Ma mi e Le mantellate a Gino Paoli, fino a tutta una corte di brasiliani che videro in lei il ponte ideale tra due continenti di musica. Era anche divertente, sfacciata, e si divertiva a provocare gli uomini con la sua proclamata indipendenza.

Quando nel 2000 arrivò al Carlo Felice di Genova per omaggiare con tanti altri Fabrizio De André, che era scomparso l’anno prima, decise di cantare Bocca di rosa, ma decise anche di cantarla a modo suo. Inizio così: “Mi chiamavano bocca di rosa, mettevo l’amore sopra ogni cosa” lasciando tutti esterrefatti ma avvinti. Mi resi conto che solo lei avrebbe potuto osare una cosa simile, poteva e infatti lo fece.

Verrebbe da metterle tutte in fila le sue canzoni, sue perché diventavano sue chiunque le avesse scritte, come fossero parti di una sola canzone, L’appuntamento, Dettagli, Domani è un altro giorno, Tristezza (per favore vai via), Vai Valentina, iniziando dalla canzone che in questo preciso istante le appartiene più di ogni altra: “Senza fine... tu trascini la nostra vita, senza un attimo di respiro. Per sognare, per potere ricordare, quel che abbiamo già vissuto”. Ornella ha amato soprattutto la musica, come pochi altri, e dalla musica è stata amata, come poche altre.

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