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Ornella Vanoni, “la ragazza della mala” sinceramente snob che amava Milano

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L’arrivo giovanissima al Piccolo Teatro. L’incontro con Strehler. La recitazion, la musica e la sua città a fare da sfondo
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MILANO – È successo tutto qui, in un ex cinema scassato, c’era quell’uomo alto e magro — un triestino — e c’era questa ragazza molto milanese che si era iscritta alla scuola di recitazione. Ma così, «perché non sapevo cosa fare». Lui mago, pigmalione, genio, magnetico. Sposato. Lei di 20 anni, timida come una mammola, però dopo cinque anni di tradimenti e scenate, lo mandò a quel paese e cominciò una vita nuova. Libertà (intanto tornava a casa in tram e lui la seguiva in macchina). «Uno stalker», lo definì l’Ornella, lui si chiamava Giorgio Strehler.

Ed era giusto lo scorso 25 aprile che la Vanoni è tornata in via Rovello, dove tutto cominciò. Ha cantato Ma mi… accompagnata da una chitarra, seduta su una sedia del bar. Dopo disse «mi sono anche commossa», nel ripetere la canzone famosa ispirata alla Resistenza, a quelli che non hanno parlato, non hanno tradito. E ricordava tutto molto bene, «qui c’era ancora il sangue», sotto la pittura nuova nei camerini del primo Piccolo Teatro, c…

MILANO – È successo tutto qui, in un ex cinema scassato, c’era quell’uomo alto e magro — un triestino — e c’era questa ragazza molto milanese che si era iscritta alla scuola di recitazione. Ma così, «perché non sapevo cosa fare». Lui mago, pigmalione, genio, magnetico. Sposato. Lei di 20 anni, timida come una mammola, però dopo cinque anni di tradimenti e scenate, lo mandò a quel paese e cominciò una vita nuova. Libertà (intanto tornava a casa in tram e lui la seguiva in macchina). «Uno stalker», lo definì l’Ornella, lui si chiamava Giorgio Strehler.

Ed era giusto lo scorso 25 aprile che la Vanoni è tornata in via Rovello, dove tutto cominciò. Ha cantato Ma mi… accompagnata da una chitarra, seduta su una sedia del bar. Dopo disse «mi sono anche commossa», nel ripetere la canzone famosa ispirata alla Resistenza, a quelli che non hanno parlato, non hanno tradito. E ricordava tutto molto bene, «qui c’era ancora il sangue», sotto la pittura nuova nei camerini del primo Piccolo Teatro, che erano «così piccoli perché erano celle». Non c’era nel 1947, quando Strehler e Paolo Grassi entrarono per caso nel vecchio Palazzo Carmagnola, cercando una sede per la loro idea rivoluzionaria e trovando l’ex base della Legione Ettore Muti, che qui torturava volentieri gli antifascisti.

C’era nel 1953, quando entrò qui per la prima audizione della sua vita, portando un brano di Elettra. Una voce di donna emerse dal buio, disse «attenzione, qui c’è qualcosa», intendendo la stoffa, il talento nascosto, in potenza. Bisogna quindi ringraziare Sarah Ferrati — una grande grande attrice — che indovinò la futura Vanoni, mica solo Strehler. E Ma mi… la lanciò nel mondo (intanto Tino Buazzelli e la Ferrati le insegnavano a stare in scena), rivelando la dote nascosta della ragazza altoborghese, con padre industriale farmaceutico e mamma che quasi svenne per la relazione peccaminosa con quello Strehler («non ti rovinare…»). E lei, dura, sarà stato per le scuole dalle Orsoline di via Lanzone, a quattro passi da Sant’Ambrogio, forse loro le hanno insegnato a credere in se stessa. Ma certo tutta questa sua storia è ambientata nel centro di Milano, e in particolare a Brera, già quartiere di artisti di grande fame e poi fama, tra latterie e “trani” che l’Ornella non conosceva, però cominciava ad amare, di slancio. Poi, una voce non confondibile la portò altrove, e quando cominciò la tv, ecco nascere l’Aquila di Ligonchio, la Tigre di Cremona e anche l’Usignolo di Cavriago, ma nessuno trovò un soprannome adeguato a lei, che se lo trovò da sola. «Sono la ragazza della mala», aveva appena registrato il primo disco per Ricordi, cantando a pieni polmoni storie tristissime di disgraziate, ammazzamenti, miseria. E “Jenny delle Spelonche”, cioè Brecht, che aveva da poco assistito al Piccolo alla prima dell’Opera da tre soldi, indossando la sua giacchetta da operaio.

C’era, l’Ornella? Probabilmente sì, bisognerebbe cercarne traccia nelle mille interviste che ha concesso negli anni. Parlava volentieri e senza peli sulla lingua, come a Milano non si faceva, non si era abituati alla sfrontatezza che la ormai ex ragazza mostrava, e pure nei frequenti scandali che agitarono la città, la sua vita da rotocalco (soprattutto da Gino Paoli in là), faceva a gara con quella della Callas (il suo incredibile dimagrimento, la leggenda diceva avesse ingerito un verme solitario in una coppa di champagne!). E certo andava alle Prime, con abiti top, si direbbe oggi, pellicce e corpetti ricamati. Era donna alla moda, moderna, e ha pure spiegato in anticipo di voler essere cremata «in una bara che costi poco, ma con un abito di Dior, che possiedo». Beata lei, aveva il portamento. Elegante anche con uno straccetto e fino alla punta dei capelli rossi, fino al midollo, raccontando di sé quello che altre sciure non avrebbero mai detto in pubblico, sempre restando sciura.

Tipo: «Se il tuo uomo tira cocaina, non puoi rimproverarlo ogni volta. O ti metti in pari, o finisce tutto» (l’uomo era Strehler), perché «non può andare come in Pulp fiction, dove uno è eccitatissimo perché si fa di coca e l’altro è abbattuto perché ha fumato una canna». Si faceva una canna ogni sera, raccontava serenamente, nella grande casa di largo Treves che poi dovette vendere «perché ero rimasta con 30 euro sul conto». Si diceva che il suo patrimonio superasse i 100 milioni, lei raccontava che no, che negli anni aveva sempre perso tutto. Era snob? Del genere sincero, mai si è tenuta qualcosa dentro, neanche sugli imbarazzanti anni Ottanta del craxianesimo imperante — lei, una diva, lei socialista da sempre, nenniana — e forse più amica di Anna che di Bettino, spiegava che «nulla ho chiesto e nulla mi è stato dato». Diceva il vero.

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