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Niuiorcherubini, il viaggio di Jovanotti nei mille mondi di New York. Recensione di Gino Castaldo

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Tra salsa, ballate, funk, panjabi, il disco appena uscito sembra una jam in compagnia. Scritto di getto e di getto realizzato a Brooklyn e nel Queens. Raccogliendo stimoli dalla città più stimolante del mondo
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S’è mai sentita di questi tempi una canzone che inizia con un riff di sax baritono? No vero? Jovanotti lo ha fatto, e si intitola Ai miei amici. Ma intanto, per capire, bisogna sapere cos’è il sax baritono, il più grave della gamma dei sax, poco usato in funzione solista, nelle canzoni poi praticamente mai, giusto un Otis Redding, forse Paolo Conte da qualche parte. Ma è il segno di una ricerca di estro, di suoni veri che Jovanotti è andato a cercare a New York, un atto che in musica equivale al “risciacquar i panni in Arno”, andare all’origine delle cose, lì dove certa musica popolare è nata o è arrivata da ogni parte del mondo, e quindi è come stare nel mezzo della piazza più felicemente incasinata del mondo.

La copertina dell'album 

Il nuovo disco si intitola Niuiorcherubini deliberatamente ispirato a DallAmeriCaruso che peraltro è il più brutto titolo inventato da Dalla, ma il gioco di p…

S’è mai sentita di questi tempi una canzone che inizia con un riff di sax baritono? No vero? Jovanotti lo ha fatto, e si intitola Ai miei amici. Ma intanto, per capire, bisogna sapere cos’è il sax baritono, il più grave della gamma dei sax, poco usato in funzione solista, nelle canzoni poi praticamente mai, giusto un Otis Redding, forse Paolo Conte da qualche parte. Ma è il segno di una ricerca di estro, di suoni veri che Jovanotti è andato a cercare a New York, un atto che in musica equivale al “risciacquar i panni in Arno”, andare all’origine delle cose, lì dove certa musica popolare è nata o è arrivata da ogni parte del mondo, e quindi è come stare nel mezzo della piazza più felicemente incasinata del mondo.

La copertina dell'album 

Il nuovo disco si intitola Niuiorcherubini deliberatamente ispirato a DallAmeriCaruso che peraltro è il più brutto titolo inventato da Dalla, ma il gioco di parole è divertente, perché nel caso di Dalla c’era un vero e proprio live registrato in un locale del Greenwich, qui invece si parla di studio di registrazione, ma come fosse musica viva, se non dal vivo, un disco realizzato in soli sei giorni, che di questi tempi sembra un miracolo, anche se non va dimenticato che i Beatles il loro primo album lo realizzarono in dodici ore. Ma erano altri tempi. Quindi si può fare, anche in una chiave garbatamente biblica, perché notoriamente per creare un mondo ci vogliono sei giorni, e il settimo bisogna riposare.

Senza scomodare alte gerarchie, Jovanotti il disco lo ha realizzato in presa diretta, senza ritocchi, e si sente. Si respira un’aria di naturalezza, di gente che suona davvero, quasi degli sketch, idee da taccuino di pensieri che prendono forma in musica, con veri musicisti, un nastro analogico e tutte le imperfezioni, fortunatamente non corrette, che vengono naturalmente generate dal fare musica come si faceva un tempo, compreso il fatto che un pezzo possa accelerare in corso d’opera.

Tra salsa, ballate, funk, panjabi, pare un viaggio turistico nei suoni di Nuova York, una jam in compagnia, una vacanza, un tour bus, una festa, scritto verosimilmente di getto e di getto realizzato in studi situati a Brooklyn e nel Queens raccogliendo stimoli dalla città più stimolante del mondo. Quella che forse vanta più canzoni a lei dedicate nella storia, senza dimenticare la più bella di tutte che dice “the city that doesn’t sleep” e in una città che non dorme mai i sogni prendono la forma della veglia, ci si confonde. Jovanotti si diverte e fa divertire. La musica in salsa latina torna ad avere un odore, che di questi tempi è già un risultato enorme.

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