✕

Peter Cincotti: “La mia canzone più bella per mio padre, morto la sera del mio primo live”

Peter Cincotti, 42 anni (foto di Gene Reed) 

Ascolta l'audio

L’artista e la cover di “Una notte in Italia” di Fossati, proposta in due serate al Blue Note di Milano, in omaggio “al Paese delle mie radici”. La musica, il successo, le etichette, l’intelligenza artificiale. E la prima volta in concerto, una serata bellissima e terribile
3 minuti di lettura

MILANO – Che strano artista, Peter Cincotti. Sembra fuori dal tempo con quel ciuffo alla Brian Ferry, l’aria da crooner, la faccia da ragazzone, lo swing che ha nelle dita, l’eleganza e la simpatia anche fuori dal palco. Invece ha 42 anni ed è perfettamente inserito nei giorni d’oggi. Per esempio è stato a Sanremo, nel 2013, in duetto con Simona Molinari. E gli piace variare e svariare musicalmente. L’ultima novità è Night in Italia, traduzione di Una notte in Italia di Ivano Fossati. Stasera, giovedì 27 novembre, è la seconda serata nella sua tana italiana, il Blue Note di Milano, dove arriva ogni fine novembre, che abbia o no qualcosa di nuovo da proporre. Ma stavolta l’offerta è particolarmente ricca.

Cominciamo però da Fossati. Com’è nata questa cover?

“Da un mio collaboratore, John Bettis. E devo dire che già al primo ascolto mi ci sono ritrovato dentro. Dopo aver avuto il permesso di Fossati, l’adattamento è venuto semplice, e direi un ibrido di entrambe le nostre sensibilità. U…

MILANO – Che strano artista, Peter Cincotti. Sembra fuori dal tempo con quel ciuffo alla Brian Ferry, l’aria da crooner, la faccia da ragazzone, lo swing che ha nelle dita, l’eleganza e la simpatia anche fuori dal palco. Invece ha 42 anni ed è perfettamente inserito nei giorni d’oggi. Per esempio è stato a Sanremo, nel 2013, in duetto con Simona Molinari. E gli piace variare e svariare musicalmente. L’ultima novità è Night in Italia, traduzione di Una notte in Italia di Ivano Fossati. Stasera, giovedì 27 novembre, è la seconda serata nella sua tana italiana, il Blue Note di Milano, dove arriva ogni fine novembre, che abbia o no qualcosa di nuovo da proporre. Ma stavolta l’offerta è particolarmente ricca.

Cominciamo però da Fossati. Com’è nata questa cover?

“Da un mio collaboratore, John Bettis. E devo dire che già al primo ascolto mi ci sono ritrovato dentro. Dopo aver avuto il permesso di Fossati, l’adattamento è venuto semplice, e direi un ibrido di entrambe le nostre sensibilità. Un po’ la mia, un po’ la sua, quindi direi qualcosa di completamente nuovo. Non avevo mai fatto una cover così, e mi è sembrato che fosse un modo per onorare uno dei miei Paesi preferiti del mondo, l’Italia, dove peraltro ho le mie radici. Ricordo un concerto in un paesino del sud dove alla fine scoprii che si chiamavano quasi tutti Cincotti. Credo che farò presto altre cover dall’Italia”.

Al Blue Note però propone pure cose ben diverse.

“Certo, mescolerò il mio repertorio con qualcosa del nuovo progetto, che si chiamerà Color e uscirà nel 2026. Sarà fatto in parte di materiale nuovo e per il resto sarà pieno di ospiti di tutto il mondo e di tutti i generi musicali. È stato un grande piacere sentire altri cantanti e musicisti mettere qualcosa della loro vita dentro le mie canzoni. Penso a due francesi: i dj Soondclub che hanno remixato Roll on e Anne Sila con cui ho duettato in una versione particolare di Ghost of my father. Che piacere lavorare con lei, che brivido sentire le mie parole tradotte in inglese. È stato come vedere la stessa anima dentro un corpo differente”.

Questa canzone forse è il suo capolavoro per il dolore e l’intensità che ci sono dentro. Tutta roba autobiografica.

“Sa, io ho sempre voluto fare il musicista, e già a 13 anni feci il primo concerto professionale in un club di New York. Era il momento più bello della mia vita, che si tramutò nel più terribile: mentre mi esibivo morì all’improvviso mio papà Fred, che era anche la persona che più aveva creduto in me. Da allora indosso il suo braccialetto e scrivere Ghost of my father è stato semplicissimo e difficilissimo”.

Però lei chi è: un cantautore, un crooner, un jazzista o che altro?

“Io sono tutto, detto senza presunzione. Ovvero mi considero musicista e compositore, per il resto non ho mai capito il bisogno di etichettare la musica. L’unica distinzione è quella tracciata da Leonard Bernstein: la musica si divide solo in buona e cattiva. Io provo sempre a essere nella prima categoria”.

Ma un artista come lei, che suona il piano con perizia, che compone le canzoni usando solo la propria intelligenza naturale e non quella artificiale, come vive un mondo fatto di elettronica, autotune e brani scritti dal computer? Non è frustrante?

“Ci piaccia o no, la tecnologia avanza. Ma io credo che il valore degli artisti veri aumenterà, specie nei concerti. Se l’intelligenza artificiale è usata da un vero artista, diventerà un’opportunità in più, non qualcosa che ci rimpiazzerà, come è stato per le tastiere o la drum machine. Come in ogni cosa, ci saranno benefici e rischi, starà a noi fare le scelte giuste”.

Lei dà l’impressione di star diventando sempre più europeo e sempre meno americano.

“Chissà, di sicuro adoro viaggiare per l’Europa e non solo per fare concerti. Ma io in America mi trovo sempre benissimo, continuo a lavorarci bene come sempre, qualunque sia il clima politico. E New York è sempre la mia città, chiunque la governi, non smetterò mai di suonarci”.

L’anno scorso proprio a Repubblica disse che era incuriosito dal Bosco Verticale, il grattacielo dell’architetto Boeri, che la contattò e le fece fare un giro all’interno.

“Che esperienza unica. Sì, avevo detto che una cosa così non l’abbiamo neanche noi, nella città dei grattacieli. Amo sempre la creatività, e lì fui davvero sorpreso. Chissà se riuscirò a vedere qualcos’altro dall’interno, a Milano, se riuscissi a starci qualche giorno…”.

Ultima domanda, solo due parole: Blue Note.

“Risposta di solo due parole: sto arrivando!”.

Leggi i commenti