Cosa resta di una rivoluzione – a detta di uno dei suoi stessi animatori – “fallita”? “Scrivere canzoni vere, almeno per raccontare la propria vita”. Parola di Mobrici, cioè Matteo Mobrici, classe 1989 da Milano, già frontman dei Canova, una delle band simbolo di quell’indie che nel 2016 – a proposito di nostalgia e ricordi, come sui social in questi giorni – stava al centro della rivoluzione in questione con i vari Calcutta, TheGiornalisti, Gazzelle e Coez. Avrebbero dovuto cambiare la musica italiana, almeno il pop, non è andata così. Ora con il nuovo album Supernova (esce il 30 gennaio, lo presenta in concerto l’11 marzo all’Alcatraz di Milano), il terzo da solo, Mobrici racconta una rinascita. “A partire dal titolo”, spiega. “La supernova è la massima espansione di una stella: una deflagrazione che segna la fine di un capitolo, ma anche l'inizio di una nuova era”.
Ha avuto paura di spegnersi?
“Artisticamente sì, come sempre: ogni canzone che scrivo può essere l’ultima, potrei non avere più niente da dire dopo. Ma l’ispirazione, ho capito, si allena: stando in mezzo alla gente, ascoltando gli altri, provando cose nuove”.
Per Supernova, lei, dove l’ha trovata? “Intanto negli Oasis – il titolo è un omaggio anche a Champagne Supernova – la cui reunion è stata uno stimolo per tornare a mettermi in gioco a mia volta. Sono dei miti, li ho visti live. E poi in giro, specie a New York. Dopo l’album precedente, Gli anni di Cristo (2023), scritto proprio a 33 anni, ‘nel mezzo del cammin’ di nostra vita’, mi sono sentito fine ciclo, personale e discografico. Senza grossi orizzonti artistici, all’ultimo mi sono unito a questo viaggio di amici (tra cui il collega Dente, nda) per gli Stati Uniti. È stata una rivelazione: io, che ero sempre stato ostile all’America, mi sono innamorato da subito di New York, della sua accoglienza”.
Non è indicativo degli Stati Uniti di oggi, però.
“Affatto. E anche scavando un minimo, certo, New York ha i suoi problemi. Però c’è un senso di collettività e di sperimentazione che qui da noi manca. Oltre alla voglia di non omologarsi. Parlo per la musica, molto più varia. Sono sempre stato concentrato su me stesso e, crescendo, il rischio è chiudersi ancor di più in sé stessi. Ma stavolta mi sono aperto: per la prima volta ho lavorato con cantautori che stimo, come Fulminacci, Calcutta, Dimartino, Gazzelle. Ho aperto la porta ad altri”.
Qual è il vostro posto nella musica di oggi?
“Per motivi di età e riferimenti – cresciuti negli anni Novanta, appunto con gli Oasis, ma anche ancora all’ombra dei grandi dei Sessanta – diamo alla canzone un valore diverso. Facciamo sempre pop, certo, ma non come solo e semplice intrattenimento. L’obiettivo non è diventare più famosi, riempire gli stadi a tutti i costi, ma fare sempre meglio”.
È difficile, per voi, muovervi nel mercato di oggi? “Certe regole sono stabilite dall’industria e – è chiaro – non sono tagliate per noi. Io, per come sono fatto, pur non avendo mai avuto un’enorme esposizione, dico spesso no”.
Coez ha scritto che nel 2016, grazie a lei e tanti altri, c’era una scena indie molto viva, mentre oggi è più omologata. Concorda? “Sì, la nostra rivoluzione ha fallito. Nel 2016 avevamo gli strumenti per poter cambiare i gusti del pubblico e l’approccio alla musica: c’erano urgenza e cose da dire, ma anche una certa coscienza, credo, visto che nessuno di noi era un ragazzino, venivamo da una certa gavetta, eccetera. Ma non è andata: sono arrivati i soldi, le radio, i contratti; il ‘sistema’ si è comprato l’indie, noi non abbiamo retto. Mi ci metto in mezzo io per primo”.
Racconti. “Avete tutti ragione (2016), il primo album della mia band, i Canova, ci garantì 120 date in un anno – le lascio immaginare le avventure, sopra e sotto il palco. Fu un successo e costò appena 4mila euro, era sostanzialmente una ‘messa in bella’ delle nostre sessioni in sala prove. C’erano, di nuovo, urgenza e sostanza. Il contorno serviva a poco. Invece il secondo, Vivi per sempre (2019), aveva alle spalle un team di quaranta persone e un budget molto più ampio. Ecco, andò male e fu la nostra fine. La verità è che non avevamo retto la pressione”.
Oggi, a lei, cosa resta?
“Il racconto della mia vita. Il mio debutto solista, Anche le scimmie cadono dagli alberi (2021), era la fotografia di un frontman che esce da una band, il secondo un rito di passaggio, questo è il primo in cui mi sento uscito da un’eterna adolescenza”.
Pensa mai che la generazione precedente, alla sua età, aveva già famiglia? “Me lo chiedo spesso con gli amici. Non c’è una risposta, se non che è cambiato il mondo. Ma non idealizzerei né l’una e né l’altra epoca: oggi è difficile pensare al futuro perché ci percepiamo in un disastro storico, allora forse si ragionava invece con troppa fretta, tant’è che magari si facevano figli subito. Si sono fatti danni, diciamolo pure. E si sono viste tante famiglie disfunzionali. Io, nel dubbio, preferisco incontrare l’amore della mia vita adesso che a vent’anni”.
A proposito di grandi passi: a Sanremo ci ha pensato? “In passato sì, e anche in futuro chissà. Ora no, non mi sento pronto. Se prima o poi arrivasse un grande riflettore, certo, mi farebbe piacere, ma magari sbaglierei qualcosa, sarebbe un insuccesso e vorrei evitarlo. Ecco, al Festival, se mai ci sarà modo, vorrei arrivarci artisticamente adulto: sarà il mio salto nel mainstream. Ora non vedo quest’urgenza”.
Nel 2026, nelle nicchie, ci si sta ancora bene quindi? “Sì, ne sono una dimostrazione. C’è un contatto più diretto con i fan, e poi ai concerti ci si diverte: io dal palco vedo belle cantate, non è revival o nostalgia del 2016. Mi preoccupa piuttosto pensare alle nuove generazioni: si fatica a trovare spazio dovunque, basta un errore e si tagliano teste, nel senso proprio che gli emergenti spariscono. Continuo a preferire prendere quota lentamente, ma per un debuttante di oggi non dev’essere facile”.