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Filippo Gorini: “Con Schubert e Beethoven porto un po’ di bellezza in carceri, ospizi e scuole”

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Il pianista ha ideato il progetto Sonata for 7 cities: fino al 2027 toccherà sette città del mondo, risiedendo in ognuna per un mese dal quale nascerà anche un documentario. Intanto l'etichetta Alpha Classics pubblica Sonata for 7 cities: live in Vienna, la registrazione del suo recital al Konzerthaus
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"Beethoven e Schubert non sono intrattenimento né beni di lusso. Aprono il cuore a chi li ascolta. Ecco perché è necessario portarli a chi non ha modo di avvicinarsi facilmente a loro”. Il pianista Filippo Gorini, trent’anni, è un intellettuale della musica - sarà anche perché viene da una famiglia di matematici. I suoi recital hanno l’intensità di meditazioni filosofiche. Non suona per dare spettacolo e la carriera del concertista mordi e fuggi gli sta stretta. Perciò ha ideato il progetto Sonata for 7 cities: fino al 2027 toccherà sette città del mondo, risiedendo in ognuna per un mesetto e impegnandosi in attività musicali a tutto campo che lo mettano in relazione con il tessuto sociale del territorio, in ospedali e scuole, carceri, case di riposo. Partito da Vienna, terminerà tra due anni a Milano, passando per Hong Kong, Portland, Medellín, “e ne sto ancora cercando una in Oceania”.

Dovunque, su qualsiasi pianofort…

"Beethoven e Schubert non sono intrattenimento né beni di lusso. Aprono il cuore a chi li ascolta. Ecco perché è necessario portarli a chi non ha modo di avvicinarsi facilmente a loro”. Il pianista Filippo Gorini, trent’anni, è un intellettuale della musica - sarà anche perché viene da una famiglia di matematici. I suoi recital hanno l’intensità di meditazioni filosofiche. Non suona per dare spettacolo e la carriera del concertista mordi e fuggi gli sta stretta. Perciò ha ideato il progetto Sonata for 7 cities: fino al 2027 toccherà sette città del mondo, risiedendo in ognuna per un mesetto e impegnandosi in attività musicali a tutto campo che lo mettano in relazione con il tessuto sociale del territorio, in ospedali e scuole, carceri, case di riposo. Partito da Vienna, terminerà tra due anni a Milano, passando per Hong Kong, Portland, Medellín, “e ne sto ancora cercando una in Oceania”.

Dovunque, su qualsiasi pianoforte, non importa quanto malmesso o stonato, presenta classici e pezzi nuovi commissionati per l’occasione (anche agli italiani Stefano Gervasoni e Federico Gardella); dall’intero viaggio il regista Ruggero Romano ricaverà un documentario in sette episodi. A fine settembre è stato in Sudafrica, fra Città del Capo e Stellenbosch, toccando pure Sant’Elena, l’isola in cui è morto Napoleone, “dove esiste un solo pianoforte, dentro una chiesa, e ben scordato”. A marzo sarà a Portland. Intanto, il 27 febbraio, l'etichetta francese Alpha Classics pubblica Sonata for 7 cities: live in Vienna, la registrazione del suo recital al Konzerthaus con la Sonata di Gervasoni, l'op. 111 di Beethoven e la Sonata "Reliquie" di Schubert (il terzo movimento esce, come singolo, già il 30 gennaio).

Maestro, quello che sta facendo non è una normale tournée di concerti?

“Per un concerto arrivi in una città, provi, suoni, te ne vai. Un paio di giorni al massimo. Manca il tempo di scoprire la cultura e la gente. È un’occasione persa di scambio di esperienze sia per il musicista sia per chi abita lì. Invece il mio progetto punta alla conoscenza reciproca: possibile grazie al finanziamento del Borletti Buitoni Trust e di una società no profit appositamente costituita che raccoglie donazioni, in modo tale che questa impresa possa magari lievitare e man man coinvolgere altri colleghi”.

Come le è venuta l’idea?

“È un’istanza già presente nelle composizioni dei grandi maestri che interpreto e che reclamano di arrivare a chiunque con il loro messaggio universale. A me la vita ha concesso di scoprire queste opere: lo considero un dono che sento il bisogno di restituire”.

Un atto politico, in un certo senso.

“Sono interessato agli esseri umani e alla società, non alla politica. Però mi colloco nel solco di quella generosità nella condivisione artistica che tra gli anni 60 e 80 portavano avanti musicisti impegnati come Maurizio Pollini, Claudio Abbado, Piero Farulli. Devo alla mia insegnante Maria Grazia Bellocchio il senso di dedizione totale alla musica che, per esempio, ci consentiva di studiare assieme Beethoven per quattro, cinque ore al giorno, e non perché questo mi avrebbe condotto necessariamente a essere un pianista di successo, ma per goderne la bellezza”.

Quindi nelle sette città rinuncia ai concerti tradizionali...

“No, tengo concerti solistici, da camera, con l’orchestra. Ma a questi aggiungo altre occasioni d’incontro. A Vienna ho suonato due volte al Konzerthaus, tempio della classica, poi però anche in tanti luoghi comunitari di una capitale della musica in cui, sembrerà strano, ma al di fuori degli spazi istituzionali, di musica c’è penuria”.

Per esempio dove?

“Nei licei. Lì nessuno delle centinaia di studenti che ho incontrato aveva mai sentito una nota di Beethoven, che a Vienna ha trascorso gran parte dell’esistenza. Invece in una casa di riposo c’era una signora completamente spenta che però, con le ultime Sonate di Beethoven e Schubert, si è come risvegliata e ne ha canticchiato tutti i temi mentre le suonavo. Commovente anche quanto accaduto alla mensa dei poveri. Una donna ucraina mi ha confessato di essere stata riportata ai bei tempi prima della guerra, quando andava di frequente ai concerti, mentre dopo, da profuga, aveva sempre evitato di ascoltare musica per la troppa sofferenza che le procurava. Dagli operatori della mensa ho poi saputo che alcuni senzatetto che fino ad allora non avevano mai profferito una parola, dopo il concerto si sono soffermati a parlare con loro, per raccontarsi”.

In Sudafrica?

“Ho suonato sull’unico grancoda del Paese, fatto masterclass nelle università e soprattutto ho girato per le scuole di musica nelle baraccopoli. I bambini mi circondavano di affetto mentre suonavo sui loro pianoforti da due soldi. Un ragazzo è rimasto così impressionato che l’ho invitato a seguirmi durante una registrazione. E tanti altri bimbi me li sono trovati una sera con le famiglie a un concerto. Siamo diventati amici, anche grazie alle grigliate insieme”.

Si crede che la classica sia musica vecchia e per ricchi. Non teme l’accusa di velleitarismo nel portarla ai senzatetto o ai bimbi africani?

“Non la impongo, vado dove mi si aprono le porte. E suono le opere che amo, in cui credo. Quelle che toccano i cuori. Perché, certo, Schubert è un uomo bianco, europeo, di solito programmato in sale per pubblici abbienti, eppure la sua musica esprime l’animo di chi ha conosciuto malattia, povertà, emarginazione, narrando in suoni il viaggio della vita che ogni individuo compie”.

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