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Jeff Buckley: il vino, la timidezza e quel concerto in Italia che nessuno si aspettava

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Nell’estate del 1995 l’artista tenne un concerto a Cesena. E la musica sermbrò quasi inadeguata alla bellezza del suo canto
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Tre concerti. La memoria italiana di Jeff Buckley è corta, dura appena tre concerti: uno a Milano, nel settembre 1994. Uno al Vidia di Cesena, il 17 febbraio del 1995. E l’ultimo alla Festa dell’Unità di Correggio, il 15 luglio dello stesso anno. Alla fine, una roba per pochi, rispetto alla grandezza del personaggio.

Chi scrive ha avuto la fortuna, allora inconsapevole, di essere presente a Cesena. Grazie a un pulmino organizzato dalla casa discografica con una dozzina di colleghi, mentre da Milano ne arrivava un altro con le stesse modalità. Buckley incontrò brevemente la stampa prima dello show. Apparve come era facile immaginarlo: timido ma non scontroso, un po’ imbarazzato dall’attenzione che attirava ovunque, lui che tutto voleva essere tranne che una star. Per alcuni, lunghissimi istanti non parlò nessuno: il suo sguardo sembrava quasi sollevato da questo silenzio.

"It's Never Over, Jeff Buckley" il doc alla…

Tre concerti. La memoria italiana di Jeff Buckley è corta, dura appena tre concerti: uno a Milano, nel settembre 1994. Uno al Vidia di Cesena, il 17 febbraio del 1995. E l’ultimo alla Festa dell’Unità di Correggio, il 15 luglio dello stesso anno. Alla fine, una roba per pochi, rispetto alla grandezza del personaggio.

Chi scrive ha avuto la fortuna, allora inconsapevole, di essere presente a Cesena. Grazie a un pulmino organizzato dalla casa discografica con una dozzina di colleghi, mentre da Milano ne arrivava un altro con le stesse modalità. Buckley incontrò brevemente la stampa prima dello show. Apparve come era facile immaginarlo: timido ma non scontroso, un po’ imbarazzato dall’attenzione che attirava ovunque, lui che tutto voleva essere tranne che una star. Per alcuni, lunghissimi istanti non parlò nessuno: il suo sguardo sembrava quasi sollevato da questo silenzio.

"It's Never Over, Jeff Buckley" il doc alla Festa di Roma - Official Trailer

Poi qualcuno iniziò parlando del tour e delle sue esperienze in Europa. Lui rispondeva a bassa voce, senza fretta, guardando davanti a sé. Colpiva questa sua apparente sospensione emotiva, come se in realtà volesse essere altrove. Sul palco, probabilmente. I registratori giravano e lui non riusciva a dare una spiegazione precisa di ciò che era accaduto nella sua vita da artista: disse che era successo così, che non aveva programmato nulla ma che quello era il suo modo di vivere, senza progetti.

A distanza di tanti anni è difficile ricordare tutte le domande e le risposte: ci venne chiesto di non chiedergli di suo padre Tim, (“il demone invasato che canta dentro un suo cerchio di fuoco”, lo definì il suo sodale Lee Underwood) ma la domanda arrivò implacabile e lui ne uscì come sempre, senza strepiti ma con un’ombra di disagio. Sorseggiava vino rosso e questo gli tolse di dosso un po’ di tensione. Raccontò di essere alle prese con la scrittura del nuovo album e si percepì un briciolo di nervosismo: la pressione per lui stava diventando insopportabile.

In questo la sua parabola era simile a quella di Kurt Cobain, che di essere una star non ne ha voluto sapere al punto di annientarsi. Si divertì quando gli fu chiesto un pensiero sui videoclip, che in quegli anni rivestivano un’importanza enorme nell’industria discografica: disse che in molti casi soffocavano la fantasia ma che c’erano anche dei colpi di genio che aprivano finestre sconosciute. Confessò di non leggere le cose che si scrivevano di lui e di non essere realmente interessato al successo, ma all’arte. Si allontanò con cortesia proprio quando sembrava sul punto di abbandonare la sua naturale corazza e forse nessuno di noi, in quell’istante, era in grado di intuire la valanga emotiva che ci avrebbe investiti.

Vedemmo il concerto dalla galleria, eppure la voce di Buckley sembrava arrivare dall’alto, come la tromba di Miles Davis in Kind of blue. Era come se quel ragazzo con la testa e la voce da angelo stesse affacciandosi da una nuvola circondata solo da una celestiale bellezza: per la prima volta in tanti anni di concerti mi ritrovai a pensare che la musica era quasi inadeguata per quel canto, che tutto al confronto risultasse troppo piccolo, quasi banale.

In scaletta c’erano tra le altre Grace, Mojo Pin, So real, Hallelujah, The last goodbye, Eternal life, una cover dei Big Star, Kangaroo, Lilac wine, un classico del suo idolo Nina Simone. Non c’era Whole lotta love dei Led Zeppelin, quella che cantava il giorno in cui decise di farsi un bagno nel Wolf River, un affluente del Mississippi. Il passaggio di un battello lo sommerse d’acqua. Era rimasto solo: gli angeli non potevano più sentire la sua voce. Chissà se avrà visto suo padre sorridergli dal fondo del fiume.

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