Spettacoli

Gino Paoli, l’incontro inedito: il lavoro da badante, il tatuaggio fatto da un killer e i capelli biondi che lo salvarono dai tedeschi

Gino Paoli, l’incontro inedito: il lavoro da badante, il tatuaggio fatto da un killer e i capelli biondi che lo salvarono dai tedeschi

La guerra, i lavori infami, le risse nei bar: “Erano miei amici. C’era una vicinanza totale tra la gente del porto e noi”

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È il settembre 2021: l’appuntamento, per una lunga intervista realizzata per Robinson di Repubblica e rimasta in parte inedita fino a oggi, è in una Genova assolata.La casa di Gino Paoli è inerpicata sulla collina e immersa nella luce. Sulla porta d’ingresso non c’è alcun nome, solo un adesivo tondo con un gatto nero con la schiena inarcata e il pelo dritto e la scritta “attenti al gatto”. Dal soggiorno si vede il mare. Una nave enorme naviga al largo e nel punto dove la vista è più bella c’è un pianoforte bianco a coda: se ti siedi per suonarlo, vedi la linea blu che separa l’acqua dal cielo. Paola, la moglie di Gino, serve il caffè accompagnato alle striscioline di focaccia, come si usa a Genova. Si inizia dall’infanzia e dall’adolescenza quando, con amici come Luigi Tenco e Bruno Lauzi, ascolta i dischi portati in Italia dai soldati americani: «Ci piaceva ascoltarli, ma allora nessuno di noi pensava assolutamente di finire a fare il cantante».

Lei ha vissuto la guerra da bambino: che cosa ricorda di quegli anni?

«Io ho cominciato la guerra che avevo sei anni e l’ho finita che ne avevo undici. È un imprinting che non ti togli di dosso neanche con le cannonate. Dietro casa avevamo il comando dei tedeschi con le casematte, le tende e i dormitori, e davanti a casa mia, invece delle macchine posteggiate, c'erano i carri armati tedeschi. Io rubavo gli elmetti ai soldati e mia madre li riempiva di terra e gerani per usarli come vasi da fiori sul balcone. Quando i tedeschi andarono via arrivarono gli americani, e mi sono ritrovato i carri armati americani davanti casa. Mia madre parlava tedesco perché era mezza austriaca e questa cosa ci ha salvato diverse volte. A un certo punto avevano ammazzato un tedesco e ne volevano mettere dieci italiani al muro: venne proprio un soldato tedesco a dirlo, guardando me che ero tutto biondo, e mia madre parlò con lui a lungo finché quello se ne andò. Le tragedie succedevano tutti i giorni: andavi a scuola, salutavi dicendo "buongiorno signora", e un attimo dopo ti voltavi e la trovavi morta per terra. C'erano i rifugi alle due di notte quando suonava l'allarme, e poi tornavi a vedere se la casa c'era ancora».

E con gli americani arrivò anche la musica.

«Sì, gli americani avevano tutto, ma mangiavano roba in scatola e impazzivano per la roba fresca. Noi avevamo l'orto di guerra, così io scambiavo i nostri pomodori e le cipolle con la loro cioccolata e con i Victory Disc. Erano dei dischi speciali incisi espressamente per le forze armate americane, c'erano tutti i più grandi artisti: Sinatra, Armstrong, direttori d'orchestra. Io li ascoltavo insieme a Luigi Tenco e Bruno Lauzi. Ci piaceva ascoltarli, ma allora nessuno di noi pensava assolutamente di finire a fare il cantante».

(agf)

Quando è andato via di casa a diciott'anni, per rendersi indipendente, è stata dura?

«Sono andato via perché mio padre voleva che studiassi e io non volevo. Farmi mantenere da lui senza studiare mi sembrava una vigliaccata, quindi sono andato via. Con la pittura non guadagnavo niente. Per vivere facevo il grafico: il primo stipendio era di 36.000 lire al mese, poi passai a 60.000 lire. La mia ex moglie faceva la commessa e prendeva 18.000 lire. Con questi incassi arrivavamo circa al venti del mese, da lì in poi scivolavo alla ricerca di qualsiasi lavoro saltuario per portare a casa da mangiare la sera. Ho fatto lavori di tutti i tipi».

Quali sono stati i lavori peggiori?

«Portare un pianoforte sulle scale fino al quarto piano. Io non so quanti spigoli abbia un pianoforte, ma ti massacri. L'altro lavoro peggiore è stato scaricare un camion di carbone: ti trovi il carbone nel culo per dieci giorni. Ho anche assistito per sei giorni un vecchio che non aveva la badante».

Rispetto ai rapper o trapper di oggi che ostentano la vita criminale, lei ha avuto a che fare con la mala vera: del resto anche Ornella Vanoni cantava le canzoni della “mala” milanese.

«Le canzoni della mala milanese erano un trucco, roba finta e ricostruita a tavolino da Giorgio Strehler e Gino Negri. Anche Ornella Vanoni, la mala non l'ha mai vista in vita sua! La mala vera l'avevamo noi a Genova, ed erano contrabbandieri, gente del porto, a volte con omicidi alle spalle. Io l'ho conosciuta perché due di loro erano miei compagni di scuola a Pegli. Che cazzo gli dovevo dire, "ti mando a fanculo perché fai il contrabbandiere"?. Eravamo amici. Alla sera ci chiedevamo dove andare e andavamo al bar da Elio. Elio faceva il buttafuori».

Cosa succedeva in quel bar?

«Una notte siamo lì tutti insieme — io, Arnaldo Bagnasco, Luigi Tenco e un altro amico che si chiamava credo, Ruggero — ed entrano dei norvegesi. I norvegesi sono i più cattivi di tutti, più degli americani, cattivi come la peste. Cominciano a fare casino, Elio li tiene d'occhio finché non prendono una bottiglia per spaccare tutto. Elio si avvicina e praticamente li mena tutti e cinque, ma non con le mani: li ha presi a testate in bocca. Sembrava un cartone animato, ne prendeva uno, lo buttava fuori, poi un altro, finché non c'è stato il mucchio di norvegesi stesi là fuori. Subito dopo, finita la scena, andiamo tutti a prendere un caffè prima di andare a letto. Sono le quattro di notte, ci sediamo e Arnaldo Bagnasco, preso dal momento, inizia a recitare La pioggia nel pineto. Arnaldo era bravissimo, aveva un'intensità meravigliosa. Mentre recita mi volto verso Elio, l'uomo che tre minuti prima aveva massacrato cinque norvegesi a testate, e gli vedo scendere una lacrima. Si era commosso! “Elio ma cosa ti fai, ti ciangi?” “Eu sci, son sensibile mi!”. “Ma ti ga apena masacrau cinque svedes!” “Eh sci Ginu ma quand ghe da picà se pica e quand ghe da cianger se ciange!”. Quella era la nostra malavita, c'era una vicinanza totale tra la gente del porto e noi».

Insieme a Ornella Vanoni

Insieme a Ornella Vanoni

 

Era una malavita che gestiva le cose a modo suo, anche con gli americani.

«Era la normalità. Quando i marinai americani scendevano a Genova col "pocket money", c'era chi li spogliava, gli rubava i soldi e perfino le scarpe. Verso le due o le tre di notte arrivava la Military Police americana per recuperarli: quelli già per terra li caricavano di peso, a quelli ancora in piedi davano una bastonata in testa e li caricavano sul furgone. Però alla malavita genovese non fregava niente, se li spogliavano e gli rubavano tutto. Finché un giorno saltò fuori uno stronzo che, oltre a derubarli, li picchiava pure, costringendo così la polizia americana a intervenire prima. E sai cosa ha fatto la malavita genovese per non farsi rovinare gli affari? Lo ha preso prima che lo prendesse la polizia, lo ha incaprettato e lo ha lasciato sui gradini della Questura. Poi ha ricominciato a lavorare in pace».

Quindi una “mala” con un certo senso dell’onore.

«Sì, certo. Calcola che fino a poco tempo fa, se a Genova rubavano la valigia a qualcuno, chiamavi un altro vecchio amico, che chiamavamo “il sindaco di Pré” (un famoso quartiere di Genova, ndr), e ti arrivava la valigia. Adesso è tutto cambiato. Uguale a Napoli, a Napoli la stessa cosa: io chiamavo e la valigia arrivava».

L'ex Bar Igea, tra via Casaregis e via Cecchi a Genova, frequentato da Gino Paoli e dai cantautori genovesi negli anni Sessanta.
L'ex Bar Igea, tra via Casaregis e via Cecchi a Genova, frequentato da Gino Paoli e dai cantautori genovesi negli anni Sessanta. (ansa)

Genova e Napoli, città di mare: le piace Napoli?

«Sì, pensa che lì una volta mi sono fatto fare anche un tatuaggio: me l'ha fatto a Torre Annunziata uno che prima di iniziare si è tolto la giacca, ha detto "mo me levo pur 'o fierro" e ha buttato lì la pistola sul tavolo. Era un tizio uscito di galera quella mattina stessa che, mi hanno detto poi, pare avesse diversi omicidi alle spalle»

Ma come l’ha conosciuto?

«Avevo un sacco di amici a Napoli: venivano a sentirmi e diventavamo amici».

Cosa si è fatto tatuare?

«Io avevo una collana che rappresentava una specie di aquila che mi aveva regalato un indiano in America ma si era rotta e allora volevo farmi un tatuaggio uguale. Questo mi fa: "Se tu vuoi io faccio tatuaggi: te lo faccio uguale. Tu vai a comprare undici spilli dello 002 e un tappo" (imita l'accento napoletano). Io l’ho fatto. Quando li portati lui lega insieme questi spilli, brucia il tappo, "puh" ci sputa sopra, fa asciugare e... m'ha fatto "'o tatuagg". Poi mi dice: "Te piac?". E io: "Certamente"».

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