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Pochi accordi e irresistibili melodie. Gino Paoli, la voce di un poeta che cantava se stesso

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Lui e un manipolo di ribelli, Tenco, Bindi, Lauzi, furono capaci di ribaltare le regole, con sentimento e dolcezza, con profonde malinconie, con determinazione e coraggio
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Una volta Paoli mi confidò un ricordo di cui era molto orgoglioso. Gli era capitato di conoscere Hoagy Carmichael, leggendario autore americano, quello di Stardust tanto per capirci, che gli aveva detto di invidiargli una canzone. Quale? Chiese Gino e lui rispose: Senza fine. È vero che quella canzone ha qualcosa di perfetto e inesplicabile allo stesso tempo, e sarebbe sicuramente diventata una di quelle canzoni che girano il mondo, se non fosse che troppo spesso la nostra musica rimane confinata nei confini nazionali. È una meta-canzone, una canzone che parla di se stessa, che dice di essere senza fine, e in un certo senso lo è perché grazie alla sua struttura circolare è un canone che potrebbe durare un minuto, sette, dieci, o ripetersi all’infinito e non finire mai.

Una volta Paoli mi confidò un ricordo di cui era molto orgoglioso. Gli era capitato di conoscere Hoagy Carmichael, leggendario autore americano, quello di Stardust tanto per capirci, che gli aveva detto di invidiargli una canzone. Quale? Chiese Gino e lui rispose: Senza fine. È vero che quella canzone ha qualcosa di perfetto e inesplicabile allo stesso tempo, e sarebbe sicuramente diventata una di quelle canzoni che girano il mondo, se non fosse che troppo spesso la nostra musica rimane confinata nei confini nazionali. È una meta-canzone, una canzone che parla di se stessa, che dice di essere senza fine, e in un certo senso lo è perché grazie alla sua struttura circolare è un canone che potrebbe durare un minuto, sette, dieci, o ripetersi all’infinito e non finire mai.

Era solo una delle magie che Paoli ha tirato fuori dal cilindro. Spesso erano semplici giri di Do, sequenze di pochi accordi sui quali, come ben sa ogni principiante di chitarra, si possono cantare molti dei suoi pezzi, La gatta, Senza fine, Il cielo in una stanza, Sapore di sale. Ma non è quello: gli accordi non contano, contano le irresistibili melodie, la capacità diabolica di trasformare piccole tranches de vie in poesia musicale, che fosse il ricordo di una gattina o di una piccola Venere che esce dall’acqua ricoperta di sale. Gran parte del paniere, di quelle celebri, le ha scritte in un ristretto numero di anni, travolto da uno stato di grazia che gli faceva comporre un capolavoro dopo l’altro, e vale la pena di ricordare come in particolare Il cielo in una stanza sia una specie di segnalibro che divide la storia della canzone italiana, il primo pezzo di successo della neonata canzone d’autore, grazie anche alla voce di Mina che la portò al primo posto della classifica discografica.

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In seguito Paoli ha avuto altri momenti altamente creativi, guizzi sparsi di genio, ma in una carriera che, se andiamo a ripercorrerla, è stata molto più altalenante di come ci si aspetterebbe: piena di oblii, momenti bui, risalite e imprevisti rilanci, come quando ridiventò un artista da classifica pubblicando Quattro amici al bar, omaggiato sul finale da Vasco Rossi che canta Vita spericolata. Ma ci sono anche tante canzoni strepitose rimaste nascoste, poco celebrate. Provare a riascoltare un gioiello come Vivere ancora, che fu inclusa nella colonna sonora di Prima della rivoluzione, il primo film di Bernardo Bertolucci, oppure Bozzoliana, una deliziosa stravaganza ispirata da Bozzolo, il paese dove amava passare parte del suo tempo libero in compagnia di amici fidati.

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Paoli aveva la capacità di creare pezzi che si stampavano in modo indelebile nell’immaginario collettivo, “che cosa c’è? c’è che mi sono innamorato di te”, le parole più semplici che si possano immaginare, eppure nel suo canto diventavano rivelazioni. Ma era anche capace di scandire i tempi del cambiamento. Fu un rivoluzionario garbato, come furono gli eroi che nei primi anni 60 spiegarono al mondo che si poteva cantare senza retorica, senza impostazioni scolastiche, che la voce poteva essere un segno personale, la voce di un poeta che cantava se stesso, con la sua autenticità, con la sua vita. Erano un manipolo di ribelli, lui Tenco, Bindi, Lauzi, capaci di ribaltare le regole, con sentimento e dolcezza, con profonde malinconie, con determinazione e coraggio. Cantavano le linee d’ombra che si nascondevano dietro l’euforia del nuovo benessere che stava travolgendo l’Italia, si nascondevano nelle pieghe, nei risvolti del sentimento generale e a tratti riuscivano a piazzare successi. Quando uscì Sapore di sale, l’Italia scoprì che quell’anticonformista e inquieto autore poteva essere un prodotto da juke box.

(ansa)

In fin dei conti, i protagonisti di Quattro amici al bar erano ragazzi che volevano cambiare il mondo e Paoli era uno di quelli che aveva dimostrato come con le canzoni il mondo si può cambiare. Il modo migliore di rendere omaggio alla sua personalità sarebbe quello di ricordare la sua lezione.

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