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Willie Peyote: “Sono felice quando vedo i ventenni scendere in piazza”

Willie Peyote, pseudonimo di Guglielmo Bruno, 40 anni 
Per il rapper e cantautore in arrivo un nuovo album dopo il singolo “Burrasca”. “Sono tempi pesanti e violenti, ci salveranno i giovani”
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GENOVA – Arrivano e impastano «tutto insieme», i quarant’anni: le lotte e le malinconie, il personale e il politico, i pezzi persi per strada e le certezze su cui poggiare i passi. Willie Peyote ha trasformato questo passaggio in ispirazione per dare forma al nuovo disco, anticipato dal singolo Burrasca e dagli annunci dell’uscita di un nuovo documentario (Elegia Sabauda, diretto da Enrico Bisi, un viaggio tra musica, vita e riflessioni su Torino che sarà al cinema con Wanted il 4, 5 e 6 maggio) e un nuovo tour autunnale nei club, in programma a ottobre tra Milano, Roma, Bologna e altre città.

«Un ritorno a casa, sui palchi dove sono cresciuto e che voglio sostenere dopo tante difficoltà del settore» lo definisce l’artista torinese, al secolo Guglielmo Bruno, «mentre là fuori infuria la bufera». La burrasca, appunto, come da titolo del singolo che non ti aspetti, una ballata solo apparentemente lieve di barre e chitarra, accompagnata da questa settimana anche da un videoclip al color…

GENOVA – Arrivano e impastano «tutto insieme», i quarant’anni: le lotte e le malinconie, il personale e il politico, i pezzi persi per strada e le certezze su cui poggiare i passi. Willie Peyote ha trasformato questo passaggio in ispirazione per dare forma al nuovo disco, anticipato dal singolo Burrasca e dagli annunci dell’uscita di un nuovo documentario (Elegia Sabauda, diretto da Enrico Bisi, un viaggio tra musica, vita e riflessioni su Torino che sarà al cinema con Wanted il 4, 5 e 6 maggio) e un nuovo tour autunnale nei club, in programma a ottobre tra Milano, Roma, Bologna e altre città.

«Un ritorno a casa, sui palchi dove sono cresciuto e che voglio sostenere dopo tante difficoltà del settore» lo definisce l’artista torinese, al secolo Guglielmo Bruno, «mentre là fuori infuria la bufera». La burrasca, appunto, come da titolo del singolo che non ti aspetti, una ballata solo apparentemente lieve di barre e chitarra, accompagnata da questa settimana anche da un videoclip al color nostalgia girato sul mare di Alghero.

Torna a pubblicare un disco ma lo lancia con una canzone inaspettata, quasi cantautorale. C’era bisogno di nuovi linguaggi?

«In tempi di eventi, messaggi, anche un certo modo di comunicare così pesanti e violenti, in cui è diventato difficile anche fare musica, mentre dal mondo arrivano quasi solo notizie di merda, serviva qualcosa per convincermi che siamo tutti sulla stessa barca in balìa delle onde. Ci si salva solo con qualcosa ma soprattutto qualcuno a cui poterci aggrappare per resistere alla tempesta».

Lo dobbiamo prendere come un accenno di riflusso, dopo tanto impegno?

«Ma no, è che come tutte le mie canzoni questa è nata per parlare di me e insieme a tutti. In questi tempi mi sono ritrovato a pensare alle mie nipoti che vivono in Ecuador con mia sorella e non vedo crescere, all’altra mia sorella che si sta trasferendo in Portogallo, a tanti miei affetti che non vedo mai. E mi è venuto naturale scrivere un pezzo per cercare di ricordare loro che ci saremo sempre, gli uni per gli altri».

Il Peyote intimista, insomma. Dobbiamo aspettarci un disco con questo tono di fondo?

«Il nuovo album è in fase di ultimissimo mixaggio, ci saranno 11 inediti e varie collaborazioni, aspettatevelo come un ritorno a tanto rap, con tanta musica suonata e qualcosa di più hardcore e uno sguardo agli anni 90 che continuano a essere il momento formativo della mia generazione, in musica come nella nostra coscienza culturale e politica».

La sua “Grazie ma no grazie”, a proposito di coscienza politica, è appena riesplosa un anno dopo come colonna sonora delle piazze della mobilitazione del referendum sulla giustizia: che effetto le ha fatto?

«Il cruccio è che ai primi conteggi Siae sui diritti del pezzo mi toccherà ringraziare sentitamente questo governo, che ha tanto insistito su questa riforma e sul referendum. Il pensiero felice è che quelle piazze ci hanno detto cose importanti».

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Quali, tra le tante?

«Io in questa mia fase artistica e non solo, sento la necessità di mettere qualcosa di positivo in circolo, almeno nel fare questo mestiere, di costruire speranza. Nel far parte della stessa mobilitazione e nel guardare i più giovani che hanno riempito le piazze di questi mesi, tra la causa palestinese e il referendum, una partecipazione che ci ha mandato un segnale da guardare con gli occhi giusti, ho trovato la risposta a tutte le sentenze che si tende a sparare sui ventenni di questa stagione».

Perché, chi sono, i ventenni di questa stagione?

«Io faccio parte di quella generazione che 25 anni fa al G8 di Genova aveva 15, 18, 20 anni, ci hanno ammazzato per strada per tenerci lontano dalle piazze. Oggi i ventenni si sono riappropriati di uno spazio collettivo, ce ne sono anche di più di vent’anni fa: hanno dimostrato che sanno interessarsi della politica e al referendum sono stati loro a salvare la Costituzione. In un mondo che parla solo di presente, schiavo del mercato e degli algoritmi, vuol dire che hanno capito prima che non siamo soli e si può ancora fare massa critica davanti alla legge del più forte».

Aria fresca, insomma, nonostante la corsa della politica a intestarsi o tentare di intercettare il voto dei più giovani.

«Quello in fondo è il gioco della politica, intestarsi le vittorie e fuggire dalle sconfitte. No? Ma anche per quello dico che questo ritorno alla partecipazione, persino alle urne, deve far pensare».

Ci raccontiamo sempre più disimpegnati, insomma, e invece. Vale anche per i nuovi cantautori?

«Guardi, la domanda che mi fanno più spesso è: perché ci sono pochi artisti che si schierano, che fanno musica impegnata? Ma non è vero. Il mio disco preferito del 2025 è stato Elsewhere di Gemitaiz, e si schiera eccome. Così come tanti rapper, come Ghali, come Marracash. La scorsa settimana ci siamo trovati in tanti sul palco di No Kings, la due giorni contro i potenti della terra che ci spingono in guerra. Il 20 giugno saremo in tanti a Firenze a suonare sul palco di SOS Palestina, che raccoglie soldi per le attività di Medici senza frontiere in Palestina. Tutta musica che parla, tutti artisti con cui ci si incontra e ci riconosce, anche in mezzo a tutto questo casino».

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