ROMA – Bentornati nell’oasi felice di Bungaro. A cinque anni da Entronauta, il cantautore salentino – nome d’arte di Antonio Calò, classe 1964 – torna con il nuovo album Fuoco sacro e la formula non cambia: musica lenta e profonda – dovunque, sorridiamo, l’aggettivo che più gli è affibbiato è “raffinato” – che gioca con le emozioni, nel segno di un cantautorato artigianale, a misura d’uomo. “E che riempie i teatri”, dice lui, alla vigilia di un tour per cui “mi stupisco anche io delle presenze”. In punta di piedi, per pochi, però non pochissimi. Tanto più se si pensa che qui s’è circondato di amici e collaboratori, da Jovanotti a Paolo Fresu. C’è speranza. E poi Chico Buarque in Tempo presente, brano dedicato a Ornella Vanoni, con la quale Bungaro e Pacifico avevano partecipato a Sanremo 2018 con Imparare ad amarsi. Al centro, in un disco che scopre musiche del Sud del mondo, brasiliana su tutte (“Del resto sono salentino”), il “fuoco sacro”.
Il suo, di “fuoco sacro”, ha mai rischiato di spegnersi?
“No, mai. Ci sono state volte in cui io stesso ho un po’ provato a placarlo – la musica mi chiama fin da bambino, a lungo ho preferito star dietro le quinte, penso a quando ho scritto Perfetti sconosciuti con Fiorella Mannoia (2016) – ma si riaccende sempre. Più che la dedizione o il talento, è questo nostro essere disposti a investire tutto per qualcosa, la musica nel mio caso, a tenerci vivi. Bisogna solo avere il coraggio di ammetterlo”.
La chiave?
“Per chi canta: non mentire, perché il pubblico se ne accorge. C’è fuffa in giro, ma la gente non è scema”.
Definisca “fuffa”.
“Il punto è che io e tanti altri non siamo più bravi: semplicemente diciamo la verità. Pezzi del disco Amore Maalox o Il pallone di cuoio riguardano un dolore antico, per dire, che ho esorcizzato: la perdita di mio padre 42enne, quand’ero adolescente. Mi ha cambiato tanto, ma è stato un motivo in più a spingermi a fare musica”.
Il disco è pieno di collaborazioni. Spicca quella con Jovanotti, in “La luntananza”, non uno che le si assocerebbe a primo impatto.
“Siamo due poli opposti, a stare lassù sulla cima, dov’è lui, impazzirei. Ma è soprattutto un gran conoscitore di musica e una persona curiosa, uno vero. Ci accomuna il gusto per la progettualità. Ci siamo incontrati sulla scia di una mia cover di L’ombelico del mondo, che aveva apprezzato. Qui il pezzo è nato a distanza, con tante videochiamate, passo per passo. È fondamentale – vale per tutte le persone con cui ho collaborato – che ci sia un rapporto umano forte. E quello c’è se si è leali”.
È difficile esserlo nella musica di oggi?
“Molto, ma ne vale la pena. Perché ripaga. Ai tanti ragazzi con cui lavoro – tengo corsi di scrittura della canzone – lo dico: un artigianato, una musica a misura d’uomo, è possibile”.
E loro?
“Capiscono, eccome. Diffido dei discorsi sulle ‘nuove generazioni’. Certo il sistema non aiuta, ma i ragazzi sono vispi. Gli insegno il valore dell’unicità: fare musica anche più costosa, ma ricercata; non da centro commerciale, ecco. La musica d’autore è questo e le sfumature – suoni, parole, voce – per lavorarci sono tantissime”.
Come sta la musica d’autore oggi?
“Bene, nonostante si dica il contrario. Magari fa meno rumori, ma escono canzoni bellissime. Penso a Niccolò Fabi o Daniele Silvestri, tra i vari. Ma anche a Brunori Sas, Lucio Corsi. Tutta gente che si sapeva che prima o poi sarebbe arrivata: il successo non è diventare ricchi, ma poter vivere della propria passione”.
A parte Corsi, comunque ultratrentenne, non cita le ultimissime generazioni.
“Madame per me è bravissima, se non si rovina. Purtroppo c’è un sistema che brucia talenti, li porta da zero a cento. Non è facile tirarsi indietro".
A lei com'è andata?
"Nel 1991 partecipai a Sanremo con Marco Conidi e Rosario Di Bella, con E noi qui assieme, una canzoncina. Usciti di lì cominciammo a vedere i primi soldi. Eppure non mi sentivo a mio agio, non ero pronto. Ho preso del tempo, mi sono messo dietro le quinte. Sono tornato nel 2004, con Guardastelle, su quel palco per ripartire. Allora sì, ero pronto. Avevo capito chi ero e cosa volevo”.
Da lì, è tornato a Sanremo nel 2018, con Vanoni e Pacifico. Che ha imparato da Ornella?
“La schiettezza. Era un gigante, ma anche una persona che, se notava una debolezza, ti faceva a pezzi. Durante quel Festival ci fu un momento difficile, me lo ricordo bene, finimmo a discutere. Tutti la trattavano come una divinità, io le dissi chiaramente delle cose in faccia. Da allora, le giuro, siamo diventati inseparabili. Ma i grandi sono così: schietti e umili. Penso anche a Sandro Luporini, un incontro che mi ha cambiato la vita. O allo stesso Chico Buarque, che ho sentito non appena è morta Ornella, erano legati. L’idea del pezzo ci è venuta spontaneamente e dal suo manager ho poi saputo che negli anni aveva rifiutato tante collaborazioni, molto pagate. Qui ha sentito il bisogno di esserci. Sa, con me, il suo cachet qual è stato? Le orecchiette”.
In “Fuoco sacro” c’è “23 maggio”, brano per Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone. Canzone civile?
“Canzone civile, sì. Devo tutto a Matilde, la sorella di Antonio. Salentina anche lei, incontrarla è stata una rivelazione, ma non potevo cantare io. Così ci abbiamo messo la voce di Antonio, in una delle sue ultime interviste, dove parla proprio di coraggio, lealtà, onestà. Io ho solo composto il pezzo. La morte di Falcone e Borsellino – il 23 maggio 1992, con Falcone, lo ricordo benissimo, compivo 28 anni – è il nostro 11 settembre: non va dimenticato”.
Senta, com'è un suo concerto?
“Niente buonismo, lo odio. Mi schiaffeggio e mi accarezzo, e il pubblico con me. Ci mettiamo in gioco”.
Un altro Sanremo, lo farebbe?
“Se ci fosse l’opportunità sì. Ma dovrei avere qualcosa di più di una semplice canzoni: con una performance a tutto tondo, andrei”.
Di certo, i riconoscimenti della critica non le mancano. Come li vive?
“Mia madre ne è fierissima, a me fanno piacere, ma certo i teatri pieni sono un’altra cosa. Li uso più che altro come ricordi, momenti che scandiscono il mio percorso. Mi manca la Targa Tenco però, e un po’ mi dispiace, specie perché sono legatissimo a Tenco e a mia madre cantavo spesso Vedrai, vedrai quando mio padre non c’era più. Se quest’anno entrassi nella cinquina sarebbe un regalo bellissimo, per una carriera e per lei”.