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Juli, il “regista” dei cantautori: “Con Olly sul divano, com’è nata Balorda nostalgia”

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Dal vincitore di Sanremo 2025 a Antonacci, passando per Emma, Coez e Concato: il produttore valdostano racconta il disco “Solito cinema”, che unisce tre generazioni nel segno della chitarra e della sincerità
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ROMA – È il momento dei produttori, di quelli che ci mettono la musica e le idee, ma non la voce e le parole e fanno album, di conseguenza, pieni di cantanti come ospiti. Succede già nel rap (Night Skinny), nella psichedelia (Mace), nell'indie (Golden Years). E ora anche tra i cantautori in senso ampio. Merito di Juli - cioè Julien Boverod, classe 1998 da Aosta - già spalla di Olly, "il mio migliore amico", in Balorda nostalgia e compagnia, adesso regista in Solito cinema, album in uscita il 24 aprile in cui fa il federatore a colpi di chitarra, tra tre generazioni: ovviamente Olly e Bresh, ma anche Emma (c'è una versione acustica della loro Brutta storia), Coez e Tommaso Paradiso, fino a Biagio Antonacci e Fabio Concato. Largo agli effetti speciali: "Il titolo", dice, "è la frase che ripetiamo più spesso con i miei amici quando succede qualcosa di clamoroso: qualcosa, appunto, da cinema”.

Quand’è cominciato il “cinema”…

ROMA – È il momento dei produttori, di quelli che ci mettono la musica e le idee, ma non la voce e le parole e fanno album, di conseguenza, pieni di cantanti come ospiti. Succede già nel rap (Night Skinny), nella psichedelia (Mace), nell'indie (Golden Years). E ora anche tra i cantautori in senso ampio. Merito di Juli - cioè Julien Boverod, classe 1998 da Aosta - già spalla di Olly, "il mio migliore amico", in Balorda nostalgia e compagnia, adesso regista in Solito cinema, album in uscita il 24 aprile in cui fa il federatore a colpi di chitarra, tra tre generazioni: ovviamente Olly e Bresh, ma anche Emma (c'è una versione acustica della loro Brutta storia), Coez e Tommaso Paradiso, fino a Biagio Antonacci e Fabio Concato. Largo agli effetti speciali: "Il titolo", dice, "è la frase che ripetiamo più spesso con i miei amici quando succede qualcosa di clamoroso: qualcosa, appunto, da cinema”.

Quand’è cominciato il “cinema” nella sua vita?

“Forse a 17 anni, quando ho fatto una scelta drastica: ho lasciato la scuola - studiavo al Liceo Musicale - per andarmene di casa, trasferirmi dalla Valle d’Aosta, dove sono nato, a Torino, per inseguire questo sogno”.

I suoi genitori?

“Lì per lì non mi hanno capito, ora sì. Ma anch’io, allora, non li capivo: ora sì. I primi anni mi sono mantenuto come dj, sono figlio della generazione della musica EDM, facevo remix. In realtà, sono cresciuto con i cantautori e la tradizione, e a quella sono tornato: a casa non s’ascoltava altro, i miei vengono da un’orchestra di liscio, la fisarmonica - che suono anche con Olly - è stato il primo strumento che ho imparato”.

Appunto, Olly. Le ha cambiato la vita?

“Sì. Gli scrissi io nel 2021, eravamo entrambi agli inizi, nessuno di noi immaginava tutto ciò. Viveva a Genova, venne da me a Torino per tre giorni, dormendo sul divano. Era scritto che diventasse il mio migliore amico”.

Migliori amici e colleghi, si può?

“Eccome. Condividiamo quasi tutto, dagli orari in palestra alle cene. Le dirò di più: ho capito che per me, questa dell’amicizia, è una condizione fondamentale per lavorare, in primis con lui - viviamo le stesse avventure, non c’è neanche bisogno di raccontarle, so di cosa parla - e in generale con gli altri artisti con cui collaboro. Ho passato giornate in studio con altri, anche bravi. Ecco, se non c’è confidenza, almeno con me, è difficile tirare fuori qualcosa”.

Emma ci ha detto che con lei e Olly siete tre “animali da studio”, ma voci sostengono anche che siete dei festaioli. La verità?

“Siamo animali da studio, è vero. Poi, certo, è un posto senza finestre, dopo ore qui sentiamo il bisogno di andarci a divertire, di decomprimere. Passiamo giornate in studio - per me è il mio posto sicuro, dove si silenziano tutte le preoccupazioni - e componiamo in libertà. Sul divano, con una chitarra. Balorda nostalgia, di cui non ci aspettavamo minimamente il successo, è nata con questo spirito, al pianoforte. È stato un momento magico, partito da un giro d’accordi di Pierfrancesco Pasini, che suona con noi. Non c’è altra spiegazione”.

Ci sarà, però, un segreto del vostro successo.

“La sincerità. A volte, le ripeto, nella musica c’è troppo lavoro e troppo poca ‘umanità’: finisce che s’indossano maschere, si recitano personaggi e le canzoni, per me, ne risentono”.

Che significa, per lei, essere un produttore?

“È come portare gli artisti in analisi. Cerco di capirli, le idee partono da loro, ma sta a me leggere e saper tradurre in musica, non so, la giornata che hanno avuto, i pensieri in testa e il resto. Infatti in Solito cinema, al di là della chitarra acustica che torna dappertutto, credo sia questo il filo rosso che lega le canzoni. Due anni fa - quando ho realizzato il primo pezzo della tracklist, con Tommaso Paradiso - non pensavo a un album mio. Però lo scorso Natale mi sono trovato con delle canzoni nel cassetto che avevano un senso logico ascoltate in sequenza. E mi sono buttato. I testi, che sono tutti di chi li canta, mi dicono molto. Specie quello di Coez, Quelli come me, mi rappresenta: è la prova che, per questo disco, ci siamo capiti, tutti. Di mio mi piace metterci bocca, ma non compongo mai da solo sia testi e sia musiche”.

Con i senior Antonacci e Concato com’è andata?

“Di Concato, che amo da sempre ma di cui conoscevo solo i classici, ho recuperato Voilà, un brano del 2003, meno conosciuto. Ci ho lavorato da solo, quando gli ho mandato il risultato finale ho pregato che gli piacesse. È stato un attestato enorme. Con Biagio, invece, è stato puro cinema: mi ha scritto che ero in Sardegna, in vacanza, su suggerimento di suo figlio Paolo, autore di canzoni (tra le altre di Tango di Tananai, ndr), chiedendomi di mettere mano a un pezzo, questo, per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Non vedo l’ora di leggere il mio nome di fianco al suo”.

Permetta, lei è un federatore: dalle nuove generazioni ci si aspetta che lascino da parte i padri nobili, invece qui ne ha chiamati parecchi.

“Ma sì. La musica è eterna, ci sono giri di chitarra di Concato che hanno quarant’anni e mi commuovono, non vedo perché non tenerli insieme. Cerco di portare avanti il cantautorato, mi sembra assurdo non pensare anche ai maestri. Forse oggi manca un po' il senso della storia”.

Cos’hanno di diverso questi maestri rispetto alla sua generazione?

“Biagio ha degli aneddoti incredibili, per esempio su com’erano i concerti, non so, del 2000. Strapieni, cioè, e senza telefoni. Un po’ mi viene nostalgia, ho vissuto di striscio un’infanzia senza smartphone, in cui per scoprire la musica bisognava comprare i dischi. È stimolante stare al passo con i tempi, ci provo. Ma non è sempre facile, neanche per me”.

La musica italiana come sta?

“Bene, nonostante le critiche. Ne sento tanta di bella in giro, specie da giovani e giovanissimi. È vero, c’è un’offerta enorme e farsi notare è complesso. Dall’altro lato, è un incentivo in più per la qualità: a emergere e durare, alla fine, sono quelli davvero bravi”.

Dopo un disco così, non le piacerebbe metterci di più la faccia?

“Ho la fortuna di essere il migliore amico di una persona stra-famosa come Olly: mi basta. Mi piace stare di fianco, sapere che chi mi conosce lo fa perché è davvero interessato”.

Neanche, quindi, un Sanremo da produttore e protagonista, come quello di Shablo?

“No, penso che sia una competizione per i cantanti. Piuttosto, mi piacerebbe un grande concerto per festeggiare Solito cinema: ci sto lavorando, ma è difficile incrociare le agende dei vari ospiti, vorrei che ci fossero tutti quelli coinvolti nel disco. Non è semplice, ma la dimensione dal vivo è comunque quella che mi piace di più”.

Senta, non ha paura che su questo vostro cinema, prima o poi, arrivino i titoli di coda?

“Arriveranno per forza, non mi spavento. Spero solo che sia un lieto fine”.

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