✕

Mannarino rinasce con “Primo amore”: “Il ragazzo che cantava ‘Me so ‘mbriacato’ non esiste più”

Ascolta l'audio

Il cantautore ritorna con un nuovo disco. “Devo tutto a mio nonno: nei momenti bui è stato lui a dirmi di non mollare”
4 minuti di lettura

Ricordate il Mannarino di Me so ‘mbriacato (2009), per sua stessa ammissione “un menestrello da marciapiede, pronto per far divertire”? Bene, non esiste più: Alessandro Mannarino – questo il vero nome del cantautore, classe 1979 da Roma – racconta di “avergli dato fuoco tempo fa”, non voleva restarne prigioniero. Ha girato il mondo, Sud America e Brasile in particolare, nel segno di un folk da vita lenta, solitario, orgogliosamente senza collaborazioni né Festival di Sanremo di sorta, ma aperto al misticismo e a domande esistenziali. Le più grandi stanno, per ora, in questo Primo amore, un lavoro esotico e con più chiavi di lettura, suo sesto album – esce l’8 maggio, è in tour per tutta l’estate – a cinque anni dal precedente V. “Quando mi chiedevano che fine avessi fatto, sorridevo”, racconta.

Dov’è stato?

“Ho viaggiato tanto, finito il tour di V ho preso casa a Panama e ho cominciato a scrivere. Negli ultimi anni mi sono posto domande esistenziali – chi sono?, dove vado? – ma mai co…

Ricordate il Mannarino di Me so ‘mbriacato (2009), per sua stessa ammissione “un menestrello da marciapiede, pronto per far divertire”? Bene, non esiste più: Alessandro Mannarino – questo il vero nome del cantautore, classe 1979 da Roma – racconta di “avergli dato fuoco tempo fa”, non voleva restarne prigioniero. Ha girato il mondo, Sud America e Brasile in particolare, nel segno di un folk da vita lenta, solitario, orgogliosamente senza collaborazioni né Festival di Sanremo di sorta, ma aperto al misticismo e a domande esistenziali. Le più grandi stanno, per ora, in questo Primo amore, un lavoro esotico e con più chiavi di lettura, suo sesto album – esce l’8 maggio, è in tour per tutta l’estate – a cinque anni dal precedente V. “Quando mi chiedevano che fine avessi fatto, sorridevo”, racconta.

Dov’è stato?

“Ho viaggiato tanto, finito il tour di V ho preso casa a Panama e ho cominciato a scrivere. Negli ultimi anni mi sono posto domande esistenziali – chi sono?, dove vado? – ma mai così forte. È stata una crisi profonda”.

C’entra, in questo senso, il fatto che “V” non è andato come ci si aspettava? Dopo un percorso in ascesa, per la prima volta non ha raggiunto i risultati dei suoi album precedenti?

“La crisi è stata ampia, figlia anche dell’età, però V non mi ha lasciato indifferente. Giravo per le sponde dell’Aniene ascoltandolo – per me è ancora un gran disco – e mi chiedevo perché non funzionasse. È uscito in pandemia e questo ha inciso: c’era poca attenzione per la musica, eravamo più freddi, me compreso che evidentemente durante la lavorazione sono stato un po’ distaccato”.

Morale?

“Ho recuperato i dischi flop dei grandi artisti – non che io mi reputi un grande artista, né che questo per me sia un flop – e ho capito che è un percorso, un flusso, nient’altro. Mi sono detto che l’unico modo per uscirne, a questo punto, fosse fare un album ancora più coraggioso”.

E quindi, “Primo amore”. Che storia racconta?

“Quella dei miei dubbi, di come ho cercato me stesso al di là delle sovrastrutture. Ci vengono imposte da piccoli: la lingua, la religione, l’autorità, il modo in cui si deve comportare. In generale, lo Stato e l’organizzazione sociale, una soluzione millenaria per stare ‘tranquilli’ – si dice, ordine e disciplina – che in occidente hanno costruito modelli in parte tossici, come il patriarcato, per tenere le donne a casa sotto controllo. In ogni caso, detto che una lingua comune, per dire, è una necessità, tutto ciò ci ha distolti da chi siamo veramente: non siamo solo figli del contesto, non siamo solo ciò che lo Stato ci dice che siamo, anche perché il sistema è pure in parte fallace (penso, non so, al fatto che le disuguaglianze di base alla fine si conservino sempre)”.

La sua ricerca com’è andata?

“Mi sono connesso ai miei colori e sono risalito ad alcuni passaggi, anche traumatici, della mia vita, in cui mi è stata imposta una cultura dominante. Vengo dalla periferia, lentamente sono entrato nella società borghese. L’italiano, per dire, l’ho imparato a scuola: parlavo dialetto. Ma oltre a ciò che mi è stato imposto, ecco, chi sono davvero? Una risposta netta non ce l’ho ancora”.

Che ha capito, allora, alla fine di “Primo amore”?

“Il titolo: l’amore come primo motore immobile, il fatto che se qualcosa la si fa per amore non è sbagliata. E poi, la certezza che bene e male sono costrutti sociali: la vita è più sfumata, vivono insieme; il resto è un’invenzione nostra, per stare più ‘tranquilli’”.

Di questo mondo, oggi, cosa la preoccupa di più?

“L’anestetizzazione: ci siamo abituati al dolore, neanche il massacro dei civili a Gaza ci sconvolge più. È spaventoso”.

Diceva delle periferie: che ha imparato lì?

“Vengo dalle case popolari di San Basilio, non c’era niente tranne l’unica cosa che non ci avrebbero mai potuto togliere: l’allegria e la fantasia; ho sviluppato quelle. Poi, certo, non è il ceto sociale che fa la differenza in termini di dolore: ho un’amica ricca che ha avuto genitori assenti, si porta dietro traumi più grossi dei miei. Girando il mondo ho relativizzato tutto”.

Comunque non sta mai “tranquillo”: di solito dopo una gavetta come la sua ci si accomoda, “Primo amore” è l’ennesimo un disco rischioso; che rapporto ha con il successo?

“Trovo totalmente sbagliato misurarlo con i numeri, ha a che fare con ciò che si fa: quanto, cioè, la propria musica è aderente a sé, quanta verità contiene. Non ho mai inseguito i dischi di platino, né la fretta di essere sempre presente. Ciò che mi piace, semmai, di Primo amore, è come sia riuscito a parlare di massimi sistemi – il bene e il male, la morale – citando però, nei fatti, cose più piccole e quotidiane. Tanti versi hanno più chiavi di lettura. Chi vorrà, può impiegarci tempo”.

Perché dischi con dietro questi ragionamenti non si fanno più?

“Perché ha vinto il capitale. Per carità, la musica è sempre stata industria, ma prima i discografici si facevano da parte e lasciavano libertà agli artisti, che avevano un rapporto diretto con il pubblico. Oggi è tutto mediato dall’algoritmo, che premia un certo tipo di canzoni. E le case discografiche, che devono badare ai numeri, vogliono quel tipo di canzoni”.

Che direbbe a un giovane artista?

“Di puntare su sé stesso, a tutti i costi. Di essere il più originale possibile, perché nonostante tutto paga. I discografici premono per l’omologazione, vorrebbero che un nome nuovo somigliasse a ciò che c’è già e che va per la maggiore. Risultato: l’artista nasce già morto”.

Al giovane Mannarino, invece, cosa direbbe?

“Niente, gli darei una carezza in silenzio, per fargli forza. Deve tenere duro, non mollare. Deve ringraziare sé stesso se ha realizzato il suo sogno, ma anche chi l’ha supportato nelle difficoltà. Su tutti, mio nonno: una volta – dopo l’ennesimo live in cui non mi avevano pagato, stanco, sfiduciato – ero a un passo dal mollare, è stato lui a dirmi di non farlo, per lui avevo talento. Mi sono fatto strada nel fango, stando attento a non farmi fare male. Ma sono anche uno che dice tanti no”.

Tra tutti i “no” che ha detto c’è anche Sanremo?

“Sì, in passato mi è capitato spesso di rifiutare una chiamata lì”.

Come mai?

“Il grande problema è che coincide con il Carnevale di Rio: se mi devo mascherare, preferisco farlo lì (ride, nda)”.

Senta, cosa non le piace del mercato della musica di oggi?

“Tanti artisti – l’ho visto all’ultimo Concerto del Primo Maggio – erano lì per farsi pubblicità, per parlare dei dischi d’oro, per promuovere un tour. Lì, sul palco del Primo Maggio. È emblematico. E ne sono rimasto sconcertato. Sa che significa? Che fanno musica per farsi riempire – di soldi, anche – dal pubblico. Ma dovrebbe essere il contrario: dev’essere l’artista a riempire la gente. Senta, io ci provo”.

Leggi i commenti