Per tradizione, il blues è la musica del peccato. I Black Keys, per un lungo periodo, sono stati i testimonial (con Jack White e pochi altri) del traghettamento del blues nella modernità. Poi sono entrati nel grande palcoscenico della notorietà con qualche colpo di genio creativo (tipo il singolo Lonely boy) senza peraltro mai allontanarsi troppo dalla loro cifra stilistica. Ai tempi degli esordi erano un po’ eroi della scena alternative, poi sono pian piano entrati in un’altra dimensione.
Forse proprio per non perdere la credibilità dei primi tempi hanno inventato una sfida: rielaborare alcuni vecchi, oscuri brani blues facendoli suonare come se fossero stati registrati in un garage dell’Ohio, che poi è proprio da lì che provengono. Quindi tutto suona “sporco”, o meglio, “…
Per tradizione, il blues è la musica del peccato. I Black Keys, per un lungo periodo, sono stati i testimonial (con Jack White e pochi altri) del traghettamento del blues nella modernità. Poi sono entrati nel grande palcoscenico della notorietà con qualche colpo di genio creativo (tipo il singolo Lonely boy) senza peraltro mai allontanarsi troppo dalla loro cifra stilistica. Ai tempi degli esordi erano un po’ eroi della scena alternative, poi sono pian piano entrati in un’altra dimensione.
Forse proprio per non perdere la credibilità dei primi tempi hanno inventato una sfida: rielaborare alcuni vecchi, oscuri brani blues facendoli suonare come se fossero stati registrati in un garage dell’Ohio, che poi è proprio da lì che provengono. Quindi tutto suona “sporco”, o meglio, “lo-fi”, come si diceva un tempo. Operazione più o meno impeccabile, visto il risultato finale. Ma è vera o verosimile?
Non è un album che stanca, anzi abbandonandosi all’atmosfera non c’è il rischio di annoiarsi. Ma siamo un po’ alla domanda chiave di questi tempi confusi: basta un suono vintage per essere davvero fuori schema? Perché il confine tra la passione e l’esercizio di stile, quando si possiedono i codici della materia, può diventare molto sottile. E registrare un disco da garage in un lussuoso studio di Nashville può essere un azzardo. Se il peccato del blues è la passione, il peccato di questo disco è di averne troppo poca.
Il disco
Peaches! The Black Keys Voto: 2.5/5