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Claudio Mattone, papà degli “Scugnizzi”: “Dalla strada ci si può sempre salvare”

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Torna in scena il musical dal successo ventennale che ha lanciato talenti come Serena Rossi, Sal Da Vinci, Massimiliano Gallo
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Sal Da Vinci, Serena Rossi, Massimiliano Gallo e Andrea Sannino non condividono solo le origini napoletane. Hanno in comune un maestro e l’essersi formati in uno spettacolo-scuola che da decenni colleziona successi. Si parla di Scugnizzi — 24 sold out al Teatro Augusteo di Napoli e da novembre al Sistina di Roma — e del suo ideatore, Claudio Mattone: 83 anni, una vita da mediano della canzone. Sempre in seconda fila a lavorare e scommettere sul talento degli altri. Perché oltre a Scugnizzi (la cui canzone simbolo, ‘A città ‘e Pulecenella, è stata uno dei cori con cui la città ha accolto il viaggio apostolico di papa Leone XIV) al talento di Mattone si devono un bel po’ di capolavori come Ancora, portata al successo da Edoardo De Crescenzo; e poi E va, e va, Ma che freddo fa, Il cuore è uno zingaro, Cacao meravigliao e ci si ferma qui solo per ragioni di spazio.

«Sanremo, l’Eurovision: sono molto contento dei successi di…

Sal Da Vinci, Serena Rossi, Massimiliano Gallo e Andrea Sannino non condividono solo le origini napoletane. Hanno in comune un maestro e l’essersi formati in uno spettacolo-scuola che da decenni colleziona successi. Si parla di Scugnizzi — 24 sold out al Teatro Augusteo di Napoli e da novembre al Sistina di Roma — e del suo ideatore, Claudio Mattone: 83 anni, una vita da mediano della canzone. Sempre in seconda fila a lavorare e scommettere sul talento degli altri. Perché oltre a Scugnizzi (la cui canzone simbolo, ‘A città ‘e Pulecenella, è stata uno dei cori con cui la città ha accolto il viaggio apostolico di papa Leone XIV) al talento di Mattone si devono un bel po’ di capolavori come Ancora, portata al successo da Edoardo De Crescenzo; e poi E va, e va, Ma che freddo fa, Il cuore è uno zingaro, Cacao meravigliao e ci si ferma qui solo per ragioni di spazio.

«Sanremo, l’Eurovision: sono molto contento dei successi di Da Vinci: il suo non è proprio il mio genere preferito ma che dire, c’è l’orgoglio di aver puntato su di lui», dice Mattone, che al telefono scoppia in una sonora risata quando gli si chiede il “trucco”, il metodo per accorgersi che di fronte si ha un talento. «Nel nostro mestiere esiste solo l’abnegazione. I ragazzi devono imparare a lavorare duramente». E per la nuova edizione di Scugnizzi il lavoro è partito con delle selezioni online. «All’inizio erano più di mille. L’unica regola è che non devono essere noti al pubblico. Ci sono voluti sette mesi per arrivare al nuovo cast». Altro che X Factor. «Mi fermo solo quando hanno capito l’essenziale: non è importante ciò che dicono ma l’intenzione con cui lo dicono».

E l’intenzione principale da rispettare in Scugnizzi riguarda Napoli, la lente particolare con cui Mattone la osserva. «È la città degli eccessi, nel bene e nel male. A me non piace chi la dipinge con un solo colore. Scugnizzi racconta storie di redenzione: dai contesti difficili ci si può sempre salvare». Città degli eccessi da cui Mattone è andato via giovanissimo, «dovevo lavorare, non c’era altra possibilità». Città in cui torna appena può: «Da ragazzo facevo corse notturne in autostrada solo per giocare a tresette. A Roma la platea dei giocatori non è all’altezza di quella napoletana, si vince facile. E poi per suonare». Come la notte «indimenticabile in cui accompagnavo Don Marino Barreto junior: durante Angeli negri si inginocchiava e piangeva. La canzone affrontava temi sociali importanti. In quel momento entra nel locale una donna vestita di bianco, bellissima, falcata imperiale. Barreto, ancora con le lacrime agli occhi si gira verso di me: “Non ci pensare neanche, l’ho vista prima io”».

La nostalgia per Napoli è stata motore per la sua carriera d’autore. Su tutte, Ancora. «Non fu facile a Sanremo, venimmo bocciati. Non mi arresi: partii da una frase — “Ti ci hanno mai mandato a quel paese” — per scrivere E va e va, la proposi a Alberto Sordi, senza speranze. Accettò, non solo: mi disse che sarebbe venuto a Sanremo solo per vitto e alloggio». Che c’entra con Ancora? «Dissi agli organizzatori che se volevano Sordi, avrebbero dovuto prendere De Crescenzo. Il resto è storia». Storia di uno scugnizzo di talento.

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