✕

Mr. Rain: “Ho scelto di fermarmi quando tutti mi chiedevano di correre”

Ascolta l'audio

L’anno lontano dai riflettori, la rinascita con “Lunedì nero”, i nuovi progetti e una convinzione: “La musica non può essere una catena di montaggio”
4 minuti di lettura

E Mr. Rain diventa materiale da esportazione. Dopo il disco di platino di Superhéroes, versione in spagnolo di Supereroi (che dal 2023 da noi ha venduto 600mila copie), ne prepara una in francese, attesa nei prossimi mesi. In mezzo, due album in arrivo: uno in spagnolo per il paese iberico, e uno – diverso, “ma influenzato da queste nuove esperienze” – per l’Italia, “in uscita dopo l’estate”, con un tour che in ottobre lo porterà nei teatri. Insomma, il motore di Mattia Balardi – questo il suo vero nome, classe 1991 da Desenzano del Garda – si è riacceso, come dice il nuovo singolo Lunedì nero (esce il 22 maggio), dopo aver volutamente rallentato, per non battere il fuoco finché fosse caldo, sulla scia dei due Festival di Sanremo, rispettivamente nel 2023 e nel 2024, appunto con Supereroi e poi con Due altalene. “Fermarmi è stata la scelta migliore che potessi fare”, confessa.

Ora è ripartito.

“Mi ero preso un anno di pausa, ma dalla fine dello scorso avevo ricominciato a muovermi. Ho…

E Mr. Rain diventa materiale da esportazione. Dopo il disco di platino di Superhéroes, versione in spagnolo di Supereroi (che dal 2023 da noi ha venduto 600mila copie), ne prepara una in francese, attesa nei prossimi mesi. In mezzo, due album in arrivo: uno in spagnolo per il paese iberico, e uno – diverso, “ma influenzato da queste nuove esperienze” – per l’Italia, “in uscita dopo l’estate”, con un tour che in ottobre lo porterà nei teatri. Insomma, il motore di Mattia Balardi – questo il suo vero nome, classe 1991 da Desenzano del Garda – si è riacceso, come dice il nuovo singolo Lunedì nero (esce il 22 maggio), dopo aver volutamente rallentato, per non battere il fuoco finché fosse caldo, sulla scia dei due Festival di Sanremo, rispettivamente nel 2023 e nel 2024, appunto con Supereroi e poi con Due altalene. “Fermarmi è stata la scelta migliore che potessi fare”, confessa.

Ora è ripartito.

“Mi ero preso un anno di pausa, ma dalla fine dello scorso avevo ricominciato a muovermi. Ho scoperto la Spagna, dove con Superhéroes mi sono tolto soddisfazioni e ora lavoro a un disco anche per loro. Sarà diverso da quello italiano, per certi versi più ‘divertente’, con tanto di pezzo salsa. Ma la sostanza non cambia. E anche quello per l’Italia ne risentirà: sto sperimentando parecchio, sono uscito dalla mia zona di comfort”.

Che mercato ha trovato in Spagna?

“Uno più lento, simile al nostro di dieci anni fa. La promozione di Superhéroes è durata per oltre un anno, da noi sarebbe impensabile: bisogna solo correre, si va veloci, come in catena di montaggio”.

Ma lei, diceva, ha rallentato.

“Dopo Supereroi sono finito in un vortice: tanti impegni, tante richieste, tanti ‘obblighi’ – il singolo estivo, il tour, il disco… – a cui adempiere. Devo, devo, devo. Ho capito che stavo perdendo di vista la materia prima, cioè la musica e il comporla per bisogno. E mi sono fatto da parte. Ho viaggiato, fatto nuove esperienze, passato del tempo con le persone che amo. Ne sono uscito migliore. Adesso c’è Lunedì nero, parla della difficoltà di togliersi di testa un pensiero – una persona, un ricordo, una relazione d’amore – e di come questo possa rovinarci una giornata, per quanto però siano solo incidenti di percorso. Alla fine, cioè, si vuole davvero quella persona: è un lieto fine, succede anche a me”.

Senta, è vero che prima di Supereroi aveva pensato di smettere?

“Ho vacillato, ma la musica è un’esigenza e oggi credo che non avrei smesso. Mi ero perso, questo sì. Quel pezzo mi ha sbloccato. E mi ha fatto capire tanto di come funziono come persona e di come sono le carriere di chi fa questo mestiere: avevo già avuto dei successi, come Ipernova (2018) e Fiori di Chernobyl (2020), sicuramente poi ne avrò altri, il punto è non avere ansia, ma sapere che tutto è ciclico”.

Quindi, non le ha mai dato fastidio sentirsi chiedere che fine abbia fatto dopo i due Sanremo?

“Un po’ all’inizio, poi, davvero, niente. È stata la scelta migliore che potessi fare, la consiglio a tutti al di là del lavoro: la proprio persona ha bisogno di cura e di tempo, a prescindere. Non ho nessuna ansia del bis, né ho mai percepito Supereroi come una prigione: sono grato al suo successo e a tutto quello che continua a darmi, comprese le traduzioni”.

Oggi sembra che sempre più artisti abbiano necessità di fermarsi, ma lo avvertono quando è già tardi. Lei ha avuto coraggio?

“Non so il caso degli altri, per me è stato difficile più che altro con me stesso: lavoro con persone che mi hanno sempre capito, più che altro ho dovuto trovare il coraggio io per primo di dire ‘stop’. Ma è come chiedere aiuto: il primo passo è quello che sembra lungo cento chilometri, gli altri sono già più brevi”.

A proposito: perché è così difficile, secondo lei, chiedere aiuto quando si è in difficoltà? Cioè, se fosse stato facile Supereroi non avrebbe avuto quel successo.

“Lo penso anch’io. È un mix di fattori, a livello psicologico – parlo soprattutto per me – quando si è in difficoltà ci si percepisce come soli, ma non è così. A livello sociali, ci si vuole tutti invincibili, per cui una richiesta d’aiuto viene percepita come un segno di debolezza. Ma bisogna andare oltre”.

La rivedremo a Sanremo presto?

“Non le so dire. Sono grato a quel palco, non lo escludo per il futuro, anzi, mi piacerebbe. Ma con ritmi molto dilatati: le due partecipazioni consecutive sono state un’eccezione per me, non sono il tipo che ha sempre la canzone giusta in canna”.

Intanto, da ottobre, va nei teatri.

“Mi sembra la dimensione a me più congeniale: intima, introspettiva, a contatto con il pubblico. Ci sarà una piccola orchestra, nelle canzoni sto usando sempre più gli archi e le percussioni, mi ci vedo bene”.

Comunque, è sempre più distante dal mondo del rap.

“L’ho frequentato all’inizio, poi un po’ alla volta ho capito che non faceva per me. E pensi che da bambino avevo io capelli biondi perché il mio mito era Eminem. Niente contro l’hip hop, né ho mai pensato di essere a disagio lì in mezzo. Semplicemente, ho capito che non è il mio mondo”.

Pensa che certi cliché – l’esaltazione della violenza, la misoginia, la malavita – siano tossici?

“Sono per la libertà di espressione. Nel 2018, però, avevo scritto un pezzo, La storia di Sam, in cui raccontavo la storia di un ragazzino che, per emulare i suoi idoli, cominciava a far uso di sostanze stupefacenti. Non mi piace il giudizio, né voglio passare per un santo. Dico solo che, specie negli ultimi anni, ho capito di avere un ruolo, io come tutti i colleghi. Dal palco vedo sessantenni e vedo bambini. A tutti preferisco dare messaggi positivi e di speranza: la musica è spesso terapia per me, vorrei lo fosse anche per gli altri”.

Il messaggio più importante?

“Non imitare gli errori degli altri. E non imitare, in generale, gli altri. Ma trovare dentro di sé la propria voce, la propria identità”.

Cosa le fa paura se pensa al futuro?

“Il tempo. Mi terrorizza l’idea di arrivare a settant’anni con un centinaio di dischi di platino, ma senza ricordarmi neanche una canzone, neanche un concerto, neanche un momento. Questo mondo va troppo veloce, è indubbio. Io ho scelto di rallentare, godermi ogni passo e ogni momento. È quello che sogno anche per il futuro”.

Leggi i commenti