RIMINI – Vado al massimo, Ormai è tardi, Fegato, fegato spappolato. È un Vasco Rossi all’ennesima potenza quello che si trovano davanti i 25.000 spettatori presenti allo stadio Romeo Neri di Rimini, che ha ospitato ieri sera la data zero dedicata al suo fan club del VascoLive2026, undici concerti in totale in sei città.
Vasco: "Siamo circondati da sociopatici che scatenano guerre, ma la musica ci può salvare"
C’era gente, tanta, davanti al palco, fin dalle prime ore del pomeriggio: il caldo non è un’opzione, anche se qualche svenimento, con puntuale soccorso, è inevitabile. Ci sono i gruppetti che arrivano addirittura dal Sudamerica e quelli che hanno viaggiato di notte, dalla Sicilia. Ci sono ragazzini come Vincenzo, 14 anni, che è giunto da Lecce insieme al fratello più grande, anche se, rassicura, il vero fan è lui. E ci sono le famiglie al completo, e una signora che…
RIMINI – Vado al massimo, Ormai è tardi, Fegato, fegato spappolato. È un Vasco Rossi all’ennesima potenza quello che si trovano davanti i 25.000 spettatori presenti allo stadio Romeo Neri di Rimini, che ha ospitato ieri sera la data zero dedicata al suo fan club del VascoLive2026, undici concerti in totale in sei città.
Vasco: "Siamo circondati da sociopatici che scatenano guerre, ma la musica ci può salvare"
C’era gente, tanta, davanti al palco, fin dalle prime ore del pomeriggio: il caldo non è un’opzione, anche se qualche svenimento, con puntuale soccorso, è inevitabile. Ci sono i gruppetti che arrivano addirittura dal Sudamerica e quelli che hanno viaggiato di notte, dalla Sicilia. Ci sono ragazzini come Vincenzo, 14 anni, che è giunto da Lecce insieme al fratello più grande, anche se, rassicura, il vero fan è lui. E ci sono le famiglie al completo, e una signora che ha l’età di Vasco ma che — spiega a tutti i vicini di posto — che non hai mai perso un concerto del suo Komandante.
Felici, tutti, per la scelta del rocker di recuperare tre pezzi degli esordi, quello tutto rock e provocazioni, che ribaltava la grammatica delle canzoni made in Italy. Quello di cui si sono innamorate generazioni in serie. Quelle che c’erano già ai tempi di Vado al massimo, album 1982 che rimase in classifica per sedici settimane, che Vasco definisce «l’incipit di un libro, scritta per andare a provocare quelle facce ingessate, quel mondo ipocrita e bigotto che non è mai morto» e quelle che si sono aggiunte nel tempo.
La reazione del pubblico è quasi scontata: la versione è punk, corrosiva, esaltata da quell’enorme palco dalla geometria triangolare, con due schermi enormi che permettono di vedere ogni espressione di Vasco, che ospita dieci musicisti più lo special guest Claudio Golinelli, presente a Rimini per Siamo solo noi e che ci sarà quando vorrà. C’è Ormai è tardi e poi parte Fegato, fegato spappolato, altro capitolo per chi studia i fondamentali del Komandante. Due ore e mezza di show, e nella prima parte tante canzoni che non si ascoltavano da tempo: Una nuova canzone per lei, mai eseguita dal vivo, Alibi, che Vasco definisce un teatrino dell’assurdo alla Dario Fo («la giustizia non è cambiata, prendono sempre il primo che capita»), Sono ancora in coma, Ciao, accompagnata da archi e fiati in una inedita veste classicheggiante. E poi le canzoni di denuncia, della rabbia contro un mondo che vive in mezzo alle bombe.
Prima di intonare (Per quello che ho da fare) faccio il militare, Vasco spiega con la sua consueta sintesi: «In questi tempi complicati mi è tornata in mente questa canzone». Lui protesta così: mettendo in scaletta quel pezzo tratto da Non siamo mica gli americani, 1979, e C’è chi dice no. «La musica — afferma — è una forma di resistenza attiva contro questi sociopatici che scatenano guerre e distruzioni e chi soffre è solo la popolazione civile. Non ho bisogno di fare discorsi dal palco, le mie canzoni parlano da sole. Per De Gregori comunque ho grande rispetto, ognuno si comporta come crede». Piccola bugia: durante Fegato, fegato spappolato urla «il potere è una droga, quindi al governo sono tutti drogati. Di merda». E a proposito degli Stati Uniti: «A un certo punto abbiamo pensato anche noi di essere americani. E invece no, siamo italiani».
Alla fine, il senso di questo tour sta proprio nel sottotesto di un recupero di brani un po’ trascurati ma ancora molto vivi. E in quello slogan “Non siamo mica gli americani... che loro possono sparare agli indiani” che si può applicare oggi a tanti fronti di guerra. Per i tanti fan, quel lungo serpentone che mette insieme padri, mamme e figli e nipoti, chi c’era ai tempi di Colpa d’Alfredo e chi l’ha scoperto in corsa, oltre a quelli che sfoggiano uno striscione che recita “Zocca caput mundi”, ci sono tanti momenti da cantare: Siamo soli, ...Stupendo, Gli spari sopra, dedicata «a tutti i farabutti che governano questo mondo».
Del suo live, Vasco dice che «è un acceleratore quantico di particelle emotive: si accelera per capire chi siamo davvero. Il concerto è una forma di aggregazione straordinaria. Proviamo una sana e scandalosa felicità collettiva». Lui è uno dei pochi che si ribella alla grammatica dell’io, che da anni domina nel microcosmo della canzone e si aggrappa al noi come se fosse agganciato a un motore potentissimo, inesauribile. La scaletta termina con Un mondo migliore, ideale controcanto di Vado al massimo. Ma poi si torna in scena, lui davanti alla sua gente. Sono come un’onda che si compatta, inattaccabile: si alza con Sally, con Siamo solo noi, con Vita spericolata fatta pianoforte e voce, con Canzone, con Albachiara. Adesso, scherza, «a giugno ci sono solo due certezze: il caldo e i concerti di Vasco». Uno striscione recita Pane e Vasco. E ora provate a fermarlo.