«L’ho imparato studiando Psicologia dell’ascolto musicale: una canzone, per me, deve sovvertire le regole, ribaltare le aspettative». Parla Dardust, compositore e produttore da più di cento dischi di platino, tra i protagonisti del rinnovamento del pop a cavallo della pandemia, dietro l’urban di Mahmood (Soldi), Lazza (Cenere) e Madame (Voce), ma anche al lavoro con Jovanotti, Elodie ed Elisa, prima di una nuova fase da solista nella neoclassica, come testimonia l’ultimo album Urban Impressionism (2024). “Ma sovverto le regole anche lì”. Cinquant’anni, da Piagge, nelle Marche, torna ad Ascoli Piceno – in piazza del Popolo – il 16 giugno per la 27esima edizione del Memorial Troiani, evento di beneficenza dell’Ail (Associazione italiana contro leucemie, linfomi e mieloma) di cui è direttore artistico, dedicato ad Alessandro Troiani, un ragazzo ascolano morto di leucemia. Tra gli ospiti: Arisa, Levante, Rkomi, Saturnino e uno segreto, “una leggenda”.
Che cosa succederà sul palco?
«Ci sar…
«L’ho imparato studiando Psicologia dell’ascolto musicale: una canzone, per me, deve sovvertire le regole, ribaltare le aspettative». Parla Dardust, compositore e produttore da più di cento dischi di platino, tra i protagonisti del rinnovamento del pop a cavallo della pandemia, dietro l’urban di Mahmood (Soldi), Lazza (Cenere) e Madame (Voce), ma anche al lavoro con Jovanotti, Elodie ed Elisa, prima di una nuova fase da solista nella neoclassica, come testimonia l’ultimo album Urban Impressionism (2024). “Ma sovverto le regole anche lì”. Cinquant’anni, da Piagge, nelle Marche, torna ad Ascoli Piceno – in piazza del Popolo – il 16 giugno per la 27esima edizione del Memorial Troiani, evento di beneficenza dell’Ail (Associazione italiana contro leucemie, linfomi e mieloma) di cui è direttore artistico, dedicato ad Alessandro Troiani, un ragazzo ascolano morto di leucemia. Tra gli ospiti: Arisa, Levante, Rkomi, Saturnino e uno segreto, “una leggenda”.
Che cosa succederà sul palco?
«Ci saranno gli archi della Form, la Filarmonica Marchigiana. Comincerò solo, poi ripercorreremo insieme la carriera dei vari ospiti. Sono contento di farne parte: è qualcosa di puro, che si fa per il bene degli altri. La musica, oltre a essere arte, è lavoro e le dinamiche diventano più utilitaristiche. Ecco, qui no».
Che cosa la lega ad Ascoli Piceno?
«Le radici. Ogni volta che posso – anche quando devo allestire un tour, per esempio – ci torno. È il luogo della mia incubazione creativa, che, come per tanti cresciuti in provincia tra gli anni Ottanta e Novanta, è stata lenta: bisognava procurarsi i dischi, c’erano pochi contatti e così via. Ricordo che prendevo in affitto le Vhs dei concerti: David Bowie nel 1987 fu una folgorazione».
Intanto studiava pianoforte classico.
«Sì, proprio ad Ascoli Piceno. Era un panorama polarizzato: o la classica o, non so, le band heavy metal. Ma ricordo anche i viaggi con i miei genitori – mi hanno sempre sostenuto – verso Roma, per i concerti al Flaminio, vere epifanie. Resto un provinciale, anche se da decenni vivo a Milano, dove ho avuto opportunità e trasformato la mia passione in lavoro, con i pro e i contro del caso. Essere cresciuto in un paese mi ha dato un’impostazione particolare: lavoro sulla fantasia, cerco da solo gli stimoli e il resto viene di conseguenza».
Con i social, oggi, la provincia è meno “provincia”?
«Sì e no. Ci sono meno steccati culturali, ma allo stesso tempo si è tutti più soli. È difficile ritrovarsi e mettere su un gruppo, come accadeva prima. Oggi vedo una scena molto frammentata, è difficile individuare nuove tendenze che arrivano da lontano, dai margini».
Lei, nel dubbio, li ha indagati con Urban Impressionism.
«È un omaggio a chi viene dalle periferie, viste come incubatori creativi. E lo so bene, perché sono della periferia della periferia. In quel lavoro, però, mi sono lasciato ispirare soprattutto da Parigi e dalla sua architettura brutalista».
Perché è tornato alla neoclassica, non le bastava più il pop?
«Ho sentito di aver dato abbastanza. Avevo sempre studiato musica classica, ma da quando mi sono trasferito a Milano avevo un contratto da autore – una cosa, glielo assicuro, nata in modo naturale, senza alcun pregiudizio da parte mia – e mi ero concentrato su quello. A un certo punto ho avvertito il bisogno di riprendere in mano gli studi, ma sempre con il mio solito atteggiamento. Così come, da produttore, mi piace realizzare brani che cambino la carriera di qualcuno – e penso di averne fatti – allo stesso modo mi piace mettere in discussione i canoni della neoclassica. Non direi, ecco, che sia neoclassica tradizionale, la mia».
A chi parla?
«C’è un mercato internazionale, di concerti e festival, a cui mi rivolgo e mi sta dando soddisfazione. Certo, anche la neoclassica è diventata in parte schiava dei social, ora si cercano il reel a effetto, la melodia giusta per TikTok. Ma è un tipo di successo che non mi interessa».
E il pop come sta?
“Non vedo il grande rischio di omologazione di cui si parla, anzi. La formula del tormentone in stile latino, per esempio, mi sembra al capolinea. Negli ultimi due anni, con una scena così frammentata, si sono tornati a sentire pezzi interessanti, come la nuova Canto d’amore di Marco Mengoni e Angelina Mango. Ecco, lavorare con lei La noia, così come a Cenere e Soldi mi ha dato davvero soddisfazione. O ad Andromeda di Elodie. Sono canzoni che hanno cambiato la percezione che il pubblico aveva di quegli artisti».
Il pezzo che ha prodotto che più l’ha sorpresa?
«Soldi di Mahmood. Nessuno di noi si aspettava un successo del genere. C’è chi dice che sia stato il vero spartiacque del pop italiano: non mi piace analizzarmi né dirlo da solo, ma può essere. In ogni caso, il coraggio paga».
E quello più difficile da lavorare?
«Voce di Madame. Abbiamo impiegato mesi prima di trovare quella veste. Ma ha ripagato l’attesa. In generale, le aspettative sono sempre alte: se credo in un pezzo è perché so che può dare tanto».
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Che cosa ha portato dalla classica nel pop?
«Forse un certo atteggiamento. È una musica molto meditativa, ponderata e profonda. Quando la si compone richiede tempo. Io ho portato questo approccio – che poi è la mia formazione – nel pop. In ogni caso non ho chiuso con quel mondo, anzi. È questione di cicli. Sto riprendendo le produzioni, accanto alla classica. C’è spazio per entrambe. Lavoro al nuovo disco di Elisa – ci siamo emozionati tanto in studio – e a un altro album top secret, che uscirà a sorpresa».
Che cosa cerca oggi?
«Come compositore, la scena internazionale. Più in generale, mi piacerebbe scoprire nuovi talenti e non perdere l’entusiasmo: è una lezione che ho imparato lavorando con Jovanotti, uno da cui, mi permetta, si può imparare tutto».
Non c’è il rischio che, trovandola ovunque, la musica diventi routine?
«Sono stato più volte in burnout creativo, e comunque anche da quei momenti sono nate alcune perle. Oggi mi sono allontanato dai ritmi massacranti in cui ero finito. Penso di aver dato quello che dovevo dare e mi gestisco meglio. Ci faccio attenzione, ma la musica non diventerà mai routine: l’incontro con un altro artista in studio, quando avviene nel segno della ricerca artistica, è come un safari, un’avventura sempre nuova. Ne voglio ancora, ancora, ancora».